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Thyssen: un anno fa la strage PDF Stampa E-mail
venerd́ 05 dicembre 2008

da Il Manifesto - 5 dicembre 2008

Manuela Cartosio

«Se non fosse per un caffè, non sarei qui a parlare di quella notte». Giovanni Pignalosa, ex delegato Fiom alla ThyssenKrupp di Torino,mette avanti quel caffè salvatore prima di raccontarci cosa ha fatto nell’anno seguito al rogo costato la vita a sette compagni di lavoro. Ha trovato un altro impiego, «sempre metalmeccanico », sempre operaio, nonostante il diploma da ragioniere. 

Ha partecipato «per senso di giustizia» a molte iniziative contro gli omicidi bianchi. «Parlo con il popolo dei lavoratori. Se la nostra vicenda resta solo sulle pagine dei giornali, quei sette sono morti invano. E già ora lo vediamo, si continua amorire sul lavoro nell’indifferenza». Dopo la strage, per un mese Giovanni non chiuse occhio. Ritrovò il sonno il giorno in cui andò in procura a rendere la sua testimonianza. Gli resta un riflesso condizionato: «Quando entro in una sala, in un luogo pubblico, la prima cosa che guardo è se ci sono gli estintori». Sulla linea 5 alla ThyssenKrupp gli estintori c’erano.

Ma erano scarichi. Lo raccontò AntonioBoccuzzi, l’unico sopravvissuto diventato prima icona della strage e poi parlamentare del Pd. A Giovanni mancano i compagni morti, mancano «i rapporti che avevamo tra noi in acciaieria, con i turni era più il tempo che si passava lì che a casa ». Non svicola, non evita di passare da viale Regina Margherita, dove la ThyssenKrupp ha cessato le attività da quel 6 dicembre. Anzi, «quando ci passo sento un po’ di nostalgia». Dunque, il nome dell’associazione degli ex della Thyssen - "Legami d’acciaio" - non è enfatico. Dal giorno della strage Giovanni coltiva la speranza che «a quella bruttissima notte non seguano solo belle parole».

Il suo bilancio, un anno dopo, è duplice. E’ deluso dai governi avvicendatisi a Palazzo Chigi. Prodi, a onor del vero, «qualcosina, il Testo unico sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, aveva fatto». Berlusconi e Confindustria «un pezzo dopo l’altro lo stanno demolendo». E’ soddisfatto, invece, perché la giustizia «i passi li ha fatti e rapidamente. Alla faccia di quanti dicono che le procure pullulano di fannulloni». E sì, la ThyssenKrupp è incappata nel magistrato più stakanovista d’Italia. Raffaele Guariniello, coadiuvatato dai pm Laura Longo e Francesca Traverso, in meno di un anno ha chiuso l’inchiesta sulla strage e ha ottenuto il rinvio a giudizio di tutti i sei inquisiti: Harald Espenhahn, amministratore della ThyssenKrupp Italia, e i dirigenti Gerard Pregnitz, Marco Pucci, Giuseppe Salerno, DanieleMoroni, Cosimo Cafueri. Il processo inizierà il 15 gennaio in Corte d’Assise, di fronte a una giuria sia togata che popolare. In Corte d’Assise, perchè il reato contestato a Espenhahn è omicidio volontario con dolo eventuale (mentre per gli altri cinque l’accusa è di omicidio colposo).

Dolo eventuale significa correre un rischio, sapendo quali potrebbero esserne le conseguenze. In questo caso, l’ad avrebbe evitato di spendere in manutenzione e sicurezza in un’acciaieria destinata a chiudere a luglio di quest’anno, avendo la consapevolezza che il suo comportamento esponeva i dipendenti ai rischi che poi si sono verificati. Per la prima volta in Italia un infortunio mortale sul lavoro verrà giudicato come un omicidio volontario, seppur con dolo eventuale. «Esagerato! », hanno reagito i detrattori di Guariniello che, guarda caso, sono gli stessi che simpatizzano sempre con le «ragioni » di padroni e imprese. Una settimana dopo a Roma è stato condannato per omicidio volontario con dolo eventuale un uomo che guidando ubriaco aveva investito e ucciso una coppia di fidanzati. In questo caso, nessuno ha gridato allo scandalo, osserva Giorgio Airaudo, segretario della Fiom torinese. Si enfatizza la «sicurezza » insidiata dalla microcriminalità, dai rom, dagli immigrati, dai tossicodipendenti. Ledere la sicurezza dei lavoratori, invece, è percepitocome un reatominore.

Una colpa veniale, sanzionata da pene lievi che nella maggior parte dei casi finiscono in prescrizione.Così, in un paese che in materia di sicurezza nei luoghi di lavoro ha buone leggi e pessime pratiche, l’effetto deterrenza svapora. Ed è proprio la deterrenza l’obiettivo di Guariniello, un magistrato che preferisce perseguire i reati piuttosto che i rei. L’inchiesta oltre ad aver documentato il triplo standard di sicurezza della ThyssenKrupp (buono negli impianti tedeschi, sufficiente in quello di Terni, allo sbando in quello torinese) ha scoperto che le visite dell’Asl e degli ispettori Spresal in viale Regina Margherita erano «telefonate» in anticipo. Il responsabile della sicurezza Cafueri, uno degli imputati, con una mail sollecitava i capireparto a «mettere tutto in ordine». Sui controlli «annunciati» la procura ha aperto un’indagine collaterale. A luglio del 2007, quando venne sottoscritto l’accordo per chiudere entro un anno la ThyssenKrupp di Torino, lo stabilimento di corso Regina Margherita contava 380 dipendenti. Il 6 dicembre erano già scesi a 270 (ora in forza all’azienda restano una sessantina di persona, 28 delle quali stanno seguendo corsi di formazione).

Con le linee sguarnite, prive delle figure professionali emigrate altrove, con le mansioni ricombinate e un ampio ricorso agli straordinari anche notturni si doveva fare la produzione, aumentata per rimpiazzare un guasto allo stabilimento di Terni. E’ in questa situazione di logoramento degli impianti e degli addetti, di organizzazione del lavoro improvvisata giorno per giorno, che avviene la strage. Facile, con il senno di poi, dire che quando si decide di chiudere un impianto siderurgico, non una fabbrica di caramelle, sarebbe meglio farlo nel giro di 24 ore, essendo scontato che l’azienda non investiràun euro inmanutenzione e sicurezza. Facile e «astratto», replica Airaudo, in un giorno non si «ricollocano» 380 persone, soprattuto in un settore dove i salari sono superiori alla media dei metalmeccanici. Il rogo alla ThyssenKrupp suscitò, oltre che orrore, anche stupore. Per molti fu una scoperta apprendere che in una multinazionale di grande nome, non in un laboratorio cinese, gli operai lavoravano 12-13 ore di fila, per di più di notte.

Era la dimostrazione di quanto fosse debole un segmento di classe operaia che una volta era stato forte, orgoglioso di saper domare il fuoco e dar forma all’acciaio. Tradizioni e identità incrinate da una serie di ristrutturazioni, culminata nell’accordo difensivo che accettava la chiusura, capolinea di una vertenza dove l’azienda aveva «giocato» Terni contro Torino, lavoratori contro lavoratori. Dei giorni seguiti al rogo restano alcuni ricordi. Il comportamento,prima gelido e indifferente poi imbarazzato, dei «tedeschi». I nastri strappati ai funerali sulle corone di fiori della ThyssenKrupp. Le facce e le parole degli operai che finalmente bucavano gli schermi delle tv (una visibilità conquistata a caro prezzo e comunque a termine). La misura e il timbro giusto del sindaco e del cardinale di Torino. Restano soprattutto le immagini e i suoni del rabbioso corteo che il 10 dicembre attraversò Torino, in prima fila un padre, Nino Santino, la fotografia del figlio Bruno stretta in mano. Anche se l’ultimo sarebbe morto venti giorni dopo, quello fu il «vero » funerale laico dei sette della Thyssen. Da tutti paragonata per differenza ai funerali corali di re Gianni Agnelli, quella manifestazione esibì la solitudine degli operai, maledisse i colpevoli, ignorò i politici, contestò i sindacati (che l’avevano indetta).

Fischi attuali, perché gli omicidi bianchi non accennano a diminuire e ogni sindalista, ammette Airaudo, deve chiedersi se «davvero fa tutto il possibile» per evitarli. Lungo il tragitto, quel giorno, due cordoni separarono parenti e compagni di lavoro delle vittime dal resto della città e persino dagli altri manifestanti. Era un modo per dire: «Stiamo tra noi». Gli operai, che non esistono più come classe, si stringono in una «comunità» quando vengono toccati nella carne viva, quando devono elaborare un lutto.

Un anno dopo, la bufera della crisi economica soffia su Torino. Nel solo settore metalmeccanico, 501 aziende hanno già messo in cassa integrazione 33 mila dipendenti (su un totale di 170 mila addetti a Torino e provincia). E la «comunità » operaia torna a dividersi tra i precari che non hanno neppure la cassa integrazione e chi almeno quel piccolo scudo protettivo ce l’ha. Tra le iniziative del primo anniversario della strage, il comune di Torino ha deciso d’intitolare un settore del Parco Carrara alle vittime del rogo alla ThysseKrupp.

Scriviamo qui i loro nomi: Antonio Schiavone, Roberto Scola, Angelo Laurino, Bruno Santino, Rocco Marzo, Giuseppe Demasi, Rosario Rodinò.

 
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