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Donne in piazza contro la violenza: «indecorose e libere» PDF Stampa E-mail
domenica 23 novembre 2008

Da Unità on line

“Donna prima che figlia, donna prima che moglie, donne prima che madre, donna prima che sia tardi”: recita così uno dei cartelli portati dalle tante ragazze che animano il corteo contro la violenza sulle donne, a Roma. “Ti lamenti, ma che ti lamenti, piglia lu bastuni e tira fora li denti” è invece il ritornello della canzone più trasmessa dal carro in testa al corteo, una canzone della tradizione siciliana, che narra il dialogo tra Gesù e i due ladroni crocifissi vicino a lui, riadattata per l'occasione. Un centro anti-violenza espone invece uno striscione con la scritta “La violenza sulle donne ha molte facce”, e le facce sono quelle dei ministri Brunetta, La Russa, Gelmini, Carfagna, Tremonti, Calderoli; del premier Berlusconi e di papa Ratzinger. È partito da piazza della Repubblica diretto a piazza Navona, il corteo “in rosa” organizzato dalla Rete nazionale di femministe e lesbiche in vista della Giornata Mondiale per l'eliminazione delle violenza sulle donne, indetta per il 25 novembre. Secondo un'indagine Istat dello scorso anno la violenza sulle donne riguarda in Italia quasi 7 milioni di persone. Le donne manifestano anche contro il ddl sulla prostituzione promosso dal ministro Carfagna e il decreto sulla scuola del ministro Gelmini. Lo striscione alla testa del corteo recita “Indecorose e libere”. Elettra Deiana, ex deputata del Prc, si dice convinta che i tempi sono maturi per «riportare alla luce il grande tema della violenza sulle donne. Non tutti sanno che ogni 3 giorni una donna viene uccisa e che nella maggior parte dei casi succede all'interno delle famiglie a cura dei partner, dei fidanzati, dei mariti». La Casa Internazionale delle Donne di Roma e di Bologna ha infatti diffuso, durante la manifestazione, lo studio da cui emergono questi dati; in particolare, nel 2007, sono 126 le donne uccise a causa delle violenze perpetrate dagli uomini. Tra questi, 44 sono i mariti, 11 i fidanzati o i conviventi, nove gli ex mariti e gli ex fidanzati, 10 i figli e 14 gli sconosciuti.

22 Nov 2008

 

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Le sorelline dell’Onda travolgono il corteo Sono contro il governo, ma non insultano le ministre Rispettano le madri, ma a distanza. Si dicono femministe

Da Il Manifesto del 23 novembre 2009

Daniela Preziosi

ROMA «Lesbica? No..., ma ci attraversano tanti desideri diversi, tanti sentimenti diversi....». Femminista? «Femminista». Separatista? «No. Ehm: un conto è dire che questa manifestazione è solo di donne, che ci siamo prese uno spazio pubblico solo per noi. Ma queste donne poi fanno tante altre cose in luoghi dove ci sono anche gli uomini». Vuoi dire che il separatismo è una scelta datata? «No. Che è rispettabile». Va bene, ma i vostri compagni all’università come l’hanno presa, un corteo di movimento alla quale non erano invitati? «Alcuni bene, altri se ne fregano». Donatella, 27 anni, capello corto, studente di Lettere un tantino fuori corso (le mancano dieci moduli, dice, tradotto in esami sono 4 o 5 dice, con aria comprensiva come spiegasse alla nonna) è una ragazza dagli occhi grandi e appena meno che abbaglianti per via di un’apposita frangetta, piazzata là per smorzare quella sua luce salentina. E’ di Miggiano, culla di taranta, in molte mappe neanche un punto sulla cartina. Ama la scrittrice Goliarda Sapienza, le piace Madonna «icona gay e lesbo, massì,ma qui ci contaminiamo, e può succedere che con le altre ci scambiamo le icone». Collettivo La mela di Eva, Donatella c’era anche l’anno scorso. E’ è una delle migliaia di ragazze che sfilano a chiusura del corteo «contro la violenza maschile». Universitarie, soprattutto,ma ci sono anche le sorelline minori dei licei. Un corteo nel corteo, in pratica, quelle che «la crisi non la paghiamo». Per come sono vestite, per come si muovono, perché fanno manifestazioni da un mese, perché ballano, ballano e ballano per tutto il corteo. Per come si salutano, intraducibile a parole, ma ci proviamo: se i ragazzi dell’Onda lo fanno alla maniera dei surfisti, loro raddoppiano, uniscono i mignoli e i pollici. E’ una citazione del femminismo anni ’70, indici e pollici uniti, simbolo di autodeterminazione del corpo. Di quel femminismo sanno quello che basta per portare rispetto e segnalare distanze. Va bene la definizione ’femministe e lesbiche’ perché le seconde pretendono di essere visibili e nominate, il linguaggio dice ma anche cancella. Antonella, anche lei di Lettere, 22 anni: «La nostra non è una manifestazione separatista, è ’non mista’. E del resto viene da mesi di mobilitazioni all’università. Un mese fa, il salto, così si agganciano alle ’sommosse’ che organizzano il corteo nazionale: «Abbiamo deciso di fare un’assemblea di sole donne, e poi di aderire a questo corteo». Perché, spiega Marta, di Fisica - una delle dj del camioncino e passa tutto il pomeriggio a far ondeggiare le altre - «le donne sono le prime a pagare la crisi e le politiche della destra: fra le disoccupate le ultime a trovare lavoro, fra le precarie le prime a perderlo, come mamme a stare a casa perché a scuola i figli non hanno il tempo pieno ». E leministre contestate, Mara Carfagna e Maria Stella Gelmini, vittime o carnefici?: «Carnefici... ma vittime pure loro, poverine, non riescono ad a andare oltre». Ma gli slogan, tutti, anche i più duri, quelli che suonano sulle rime vecchie dell’autonimia operaia, stanno alla larga dalle ministre. L’anno scorso hanno assaltato il palco con le ministre del centrosinistra - che davano le spalle alla manifestazione e parlavano alle telecamere - quest’anno le ragazze attaccano il governo Berlusconi e non vanno leggeri su Veltroni e sulla Cgil (presenti in piazza le metalmeccaniche della Fiom). Quest’anno di parlamentari non ce n’è, qualche ex passeggia con loro, di politiche neanche (qualche amministratrice,ma sta compostamente negli striscioni dei centri antiviolenza), telecamere quasi zero. Il Palazzo è a una distanza siderale. Loro la politica la fanno senza deleghe, ma persino questa espressione è datata, se applicata a loro: occupano, manifestano, organizzano assemblee e discutono con i loro compagni. Che capiscono? «Mica sempre, ma neanche le donne capiscono sempre. Io per esempio sto in questa parte del corteo perché qui si respira, non si parla solo di violenze e di stupri». Serena, Antropologia di Bologna (ma lei è di Trento) porta uno striscione con Marta, di Scienze Politiche (ma lei è diMantova) eMauro (di Padova). Slogan polemico «Femminist* non separatist*». Mauro, soprattutto, è polemico: «Sulla violenza contro le donne il maschile è metà della problematica, e deve fare la sua parte, anche in un corteo come questo ». Vuole ’aggiungere la sua sfumatura’, fa parte di «inversamente proporzionale », uno dei tanti gruppi che si stanno cominciando a vedere all’interno degli studenti in movimento di tutta Italia. «Piccoli gruppi di autocoscienza », spiegano. Già sentito, obiettiamo, con l’idea un po’ disarmante che non c’è altra strada che ricominciare sempre d’accapo, con il piccolo gruppo. Disarmante. No, replicano, non l’hai mai sentito. «Sono gruppi Lgbtqe». Per gli amanti del genere significa lesbo-gender- bisex-trans-queer. Bontà loro, stavolta ci hanno aggiunto anche la ’E’ di etero.

 

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In cinquantamila sfilano a Roma per il corteo autorganizzato di donne. Presenti le migranti e le ondine Femministe e lesbiche in Onda No alla violenza degli uomini

Da Liberazione del 23 novembre 2008

Lo spezzone delle ragazze dell´Onda ieri al corteo di Roma Chris Helgren/Reuters Castalda Musacchio «Io? Mi chiamo Khadhja come la moglie di Maometto. Vengo dal Marocco e da noi questo è un nome santo. Sono laureata in lettere e oggi in Italia pulisco i cessi». Lei, musulmana, è dietro lo striscione di Action - A insieme alle tante altre donne che la accompagnano e che ieri hanno attraversato di nuovo la capitale per tornare a chiedere "Indecorose e libere" di fermare la violenza maschile che - sottolinea Khadhja - «non è solo una violenza fisica che dobbiamo sopportare quotidianamente ma è anche soprattutto psicologica. E' il mancato riconoscimento di una dignità e degli stessi diritti. E questi, in molte altre parti del mondo, non ci sono e sono ancora negati». Con parole come queste, ieri femministe e lesbiche sono scese di nuovo in piazza a Roma, in un corteo colorato, vivace, e soprattutto «autorganizzato e apartitico» come in moltissime tengono a sottolineare. E se all'inizio c'era il timore di essere in poche, striscioni, furgoni e soprattutto donne di tutte le età si sono aggiunte pian piano lungo tutto il percorso - da piazza della Repubblica a piazza Navona - fino a contare più di cinquantamila manifestanti. "Libere e travolgenti" dice uno striscione: quasi a concludere il corteo, le studentesse hanno voluto portare il segno della presenza dell'"Onda" che in questi giorni continua in tutta Italia la sua mobilitazione e non ha alcuna intenzione di arrestarsi. Una ragazza di Napoli urla dai microfoni:«Sono precaria e studentessa. Sono qui anche per continuare a dire che "noi la crisi non la paghiamo"». Dietro lo striscione viola, firmato "Donne in Onda" ci sono loro, le studentesse dei collettivi universitari. Ballano scatenate al ritmo di Nada e dei Blues Brothers, parrucche colorate e cappellini mostrano quanto questo movimento possa - dice Patrizia della facoltà di lettere di Roma - «portare anche gioia e vitalità in un sistema che ci vuole oppresse». E si intonano anche canti di lotta come quel "Ti lamenti, ma che ti lamenti, piglia lu bastuni e tira fora li denti" trasmessa a ritmo cadenzato dal carro in testa al corteo. Al centro del corteo c'è lo striscione delle metalmeccaniche della Fiom. Per loro parla Barbara Pettine: «Siamo state tra le prime, come categoria, a inserire nel contratto le sanzioni contro la molestia sessuale verso le donne - spiega - e oggi sfiliamo insieme per chiedere stessi diritti sul lavoro, quella parità ancora negata, e che si aboliscano tutte le condizioni di un pregiudizio che resta sessista». Ci sono anche le bandiere rosse dei Carc. Contro la politica della sicurezza del governo, quasi giunte sotto piazza Venezia si urla contro la casa del premier affinché «Berlusconi senta che ci siamo e siamo ben attente». «Vogliamo - grida ancora Laura - intraprendere un nuovo percorso soprattutto culturale, perché è da qui che deve partire una nuova coscienza, politica ma soprattutto sociale, che punti al rispetto delle differenze e dei generi nel segno distintivo della parità». Certo, verrebbe quasi immediatamente da replicare: con questo governo come sarà possibile? Non è un caso che in molte intonano slogan anche contro Maroni. Le donne della Casa internazionale di Roma e quelle di Bologna distribuiscono volantini con scritte nero su bianco le cifre di quella violenza che viene quotidianamente perpetrata in Italia e nel mondo. La fredda statistica è lì che parla chiaro: ogni tre giorni in Italia una donna muore per mano di un uomo. In particolare, nel 2007, sono state 126 le donne morte a causa delle violenze messe in atto da uomini. Tra questi, 44 sono i mariti, 11 i fidanzati o i conviventi, nove gli ex mariti e gli ex fidanzati, 10 i figli e 14 gli sconosciuti. «E questo - denuncia Marisa - è un problema chiaramente culturale». Le violenze, e la tragedia accaduta da poche ore a Verona se ce ne fosse bisogno lo dimostra, avvengono soprattutto all'interno delle mura domestiche. Secondo il rapporto Eures 2007, presentato nel gennaio 2008, i delitti compiuti all'interno del nucleo familiare sono al primo posto con il 31,7% del totale nazionale, con 195 casi registrati su un totale di 621 del 2006. Come dire, appunto, che la violenza consumata in famiglia uccide più della mafia. Le vittime sono le donne. Delle 195 vittime dei delitti familiari del 2006 - anno dell'ultima inchiesta - 134 sono donne, con un aumento del 36,7% rispetto all'anno precedente. Il rischio più alto lo corrono le casalinghe tra i 25 ed i 54 anni. In nove casi su dieci l'autore del delitto è un uomo. Come lo scorso anno, la manifestazione nell'intento delle promotrici voleva essere separatista. Ma ieri hanno sfilato anche loro, gli uomini, in pochi per la verità, alla fine del corteo, con sulle giacche scritte come "La violenza non è amore", o ancora "Ci siamo contro la violenza". "La violenza sulle donne - si legge su altri striscioni - ha molte facce": sono quelle dei ministri Brunetta, La Russa, Gelmini, Carfagna, Tremonti e Calderoli; e non possono certo mancare Berlusconi e papa Ratzinger. Più avanti si balla tecno ed electro-minimal e si intonano altri slogan, sono le femministe e lesbiche separatiste: «Noi chiediamo diritti per le coppie lesbiche, gli stessi che ad oggi ancora nessuno vuole riconoscere». C'è anche il camioncino delle No Vat. «Fino a che avremo il Vaticano in casa - si chiede ad alta voce una delle donne che sfilano dietro - come si potrà pensare ad un vera e nuova laicità?». Appena a qualche metro di distanza, ecco "le donne in nero" per ricordare le vittime di altre guerre, che in questo corteo non si possono dimenticare. «Siamo qui - dicono - per non lasciare nel dimenticatoio quell'orrore che è la guerra. La pace - concludono - passa da noi: dalle donne di tutto il mondo». 23/11/2008

 
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