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Sette lunghi anni cercando giustizia PDF Stampa E-mail
giovedì 13 novembre 2008

da Il Manifesto - 13 novembre 2008

Paolo Gerbaudo

LONDRA Oltre la manica non si sono dimenticati dell’assalto alla Diaz e dopo anni di silenzi finalmente trapelano retroscena sulle lamentele rivolte dalle autorità britanniche al governo italiano dopo gli abusi commessi dalla polizia a Genova. Cinque cittadini britannici furono coinvolti nell’assalto alla Diaz, epilogo tragico di giorni che Amnesty International ha definito «la più grave sospensione dei diritti umani in Europa dalla seconda Guerra mondiale». Mark Covell, giornalista di Indymedia, fu quasi ammazzato di fronte alla scuola. Rimase a lungo a terra, prima dell’arrivo dei soccorsi, con sei costole fratturate, un polmone perforato, la colonna dorsale danneggiata, dodici denti rotti.

Dan McQuillan e Norman Blair, due pacifisti arrivati a Genova con un amico neozelandese tentarono di nascondersi ma furono picchiati a sangue. Nicola Doherty, una badante londinese di 26 anni, fu salvata dal ragazzo che si accovacciò su di lei per proteggerla dai colpi dei manganelli.

Se la cavò con un polso rotto. A sette anni di distanza da quei fatti il comportamento della polizia italiana suscita ancora preoccupazione per la situazione politica italiana. Specialmente per il fatto che la coalizione di Berlusconi è di nuovo in sella, senza che si siano chiarite le responsabilità politiche del suo governo in quegli abusi.

Un articolo sui fatti di Genova firmato dal celebre giornalista Nick Davies, e pubblicato sul Guardian, nel luglio scorso, fu accolto da una marea di commenti di gente che chiedeva «come è possibile che qualcosa del genere sia successo in Europa?». Di fronte alla lentezza della giustizia italiana, le vittime britanniche hanno cercato di fare pressione sulle proprie istituzioni perché denunciassero il comportamento del governo italiano. Ma i risultati sono stati pochi. Tony Blair non tradì mai la propria amicizia con Berlusconi dopo aver asserito in quei giorni che «la polizia italiana ha avuto un compito molto difficile da compiere, e loro dicono di averlo fatto bene».

Solo ora cominciano a trapelare alcune informazioni sulla reazione del governo di SuaMaestà di fronte a un assalto contro propri cittadini, che - se fosse successo in Gran Bretagna - avrebbe causato punizioni rapide per gli agenti coinvolti. «La brutalità della polizia è una cosa che trattiamo con la massima attenzione - affermaMatt Costain, portavoce delministero degli esteri guidato da David Miliband - Ai tempi dei fatti di Genova abbiamo segnalato la nostra preoccupazione al governo italiano. Siamo intervenuti al tempo dei fatti presso funzionari di alto livello per garantire che fosse fatta giustizia sul caso dei nostri cittadini. La parte italiana ha risposto al nostro intervento promettendo di chiarire la vicenda. Comunque sia continueremo a monitorare la situazione e presteremo attenzione al risultato del processo».

Non avete paura che dopo quei fatti altri cittadini inglesi possano subire lo stesso trattamento in occasione del G8 alla Maddalena? «Non posso commentare su fatti futuri, ma noi consigliamo sempre ai nostri cittadini che si recano all’estero di consultare il nostro servizio di Travel Advice prima di partire». Travel Advice. Questo è il nome del servizio che informa i viaggiatori sui rischi all’estero.

Un servizio solitamente destinato a turisti «spericolati », in partenza per paesi in situazione di instabilità politica o sotto dittatura. Ma evidentemente dopo la dimostrazione di brutalità della polizia italiana al G8 del 2001, anche l’Italia viene guardata con attenzione, come una meta che può serbare, specie per viaggiatori spinti da motivi politici, rischi pesanti. Per i britannici che a torto o a ragione si vantano di avere la migliore polizia almondo il fatto che poliziotti con accuse così gravi siano stati addirittura promossi continua a suscitare indignazione.

Per minimizzare scontri violenti con i dimostranti, la polizia britannica ha assunto da tempo una serie dimisure di garanzia. I poliziotti hanno numeri di riconoscimento durante le operazioni anti-sommossa e regole strette per le cariche contro i manifestanti come per l’uso di manganelli e spray urticanti. E i poliziotti che sbagliano il più delle volte pagano, anche se in ritardo.

Un mese fa se ne è andato Ian Blair, il capo della polizia londinese, coperto per sempre dall’ombra della morte di Charles De Menezes, il ragazzo brasiliano scambiato da un agente per un terrorista islamico nell’estate 2005. Un portavoce dell’Acpo, l’associazione di commissari di polizia, il più alto coordinamento delle forze dell’ordine nel Regno Unito, rimane ammutolito di fronte all’elenco di capi di accusa che pesano sulla schiena di Canterini, Gratteri e Luperi e altri imputati al processo Diaz.Ma quando gli viene chiesto se una cosa del genere potrebbe mai succedere in Gran Bretagna si ripara dietro una dichiarazione di circostanza: «Noi preferiamo non commentare sul comportamento delle forze di polizia di paesi con cui collaboriamo.

Questo potrebbe guastare la nostra collaborazione nel futuro con i colleghi italiani». Mase tra le forze dell’ordine le bocche sono cucite, l’arrivo della sentenza del tribunale di Genova promette di suscitare una nuova ondata di indignazione nell’opinione pubblica del regno Unito. La Bbc ha pronto un documentario che svela l’inquinamento delle prove commesso dalla polizia italiana a Genova. In attesa della messa in onda del video, oggi la Gran Bretagna guarderà all’Italia per sapere se dopo gli incubi, le ferite e i silenzi i propri cittadini potranno ottenere un po’ di giustizia.

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LE MOLOTOV I vertici della polizia sul banco degli imputati

Sara Menafra INVIATA A GENOVA

La sentenza è attesa per questa sera, forse già nel pomeriggio. Tutto dipende dalle difficili scelte del collegio presieduto da Gabrio Barone. Dopo quasi tre anni di dibattimento e più di 200 udienze dovrà pronunciarsi sulla sorte di 29 poliziotti, alcuni dei quali dirigenti di primissimo piano del Dipartimento di pubblica sicurezza, tutti accusati di essere i responsabili della perquisizione e del pestaggio compiuti nella scuola Diaz la notte del 21 luglio 2001. Probabilmente, è il processo più importante nato dalle giornate del g8 genovese.

L’unico che abbia chiamato al banco degli imputati i vertici della polizia passata e futura, se si esclude quello al capo dei servizi segreti Gianni De Gennaro, ancora in udienza preliminare. Gli autori delle violenze nel dormitorio organizzato dal Genoa social forum, perquisito coi manganelli in pugno con la scusa dell’assalto a un’auto della polizia in realtà mai avvenuto, non sono mai stati identificati con chiarezza. Solo a uno di loro, appena qualche giorno fa, i pmEnrico Zucca e Francesco Cardona Albini sono riusciti a dare un nome ed è probabile che a suo carico parta a breve una nuova richiesta di rinvio a giudizio. Per tutte le altre braccia fratturate e teste rotte, il tribunale giudicherà i funzionari e non gli agenti del Settimo nucleo antisommossa di Roma, all’epoca diretto da Vincenzo Canterini. Rischiano tutti 3 anni e 6 mesi per lesioni.

Prima di ogni altra cosa però, il tribunale di Genova dovrà decidere cosa fare del destino dell’attuale capo dell’antiterrorismo Francesco Gratteri, del direttore del dipartimento analisi dell’Aisi (ex numero due dell’antiterrorismo) Giovanni Luperi e del direttore dello Sco Gilberto Calderozzi immortalati dalle telecamere della televisione genovese Primo canale mentre discutono di un sacchetto con dentro due bottiglie molotov. I due ordigni - sequestrati in piazza il giorno prima ma portati nei pressi dell’edificio dai due funzionari Troiani e Gava che rischiano 5 e 4 anni per violazione della legge sulle armi - furono essenziali per arricchire il magro bottino della perquisizione di quella sera e accusare i 93 manifestanti che dormivano all’interno della scuola di essere tra i responsabili del cosidetto «black bloc». Nel corso del processo qualcuno alla Digos diGenova ha deciso di buttar via quelle bottiglie che persino in fotografia restano la prova più importante portata davanti al tribunale di Genova. Sono quelle che collegano con più chiarezza i dirigenti della polizia italiana non solo alla perquisizione della Diaz ma anche alla scelta di accusare i manifestanti all’interno della scuola di crimini inesistenti. I magistrati hanno chiesto una pena di 4 anni e 6 mesi per tutti i dirigenti coinvolti in quel gigantesco falso. Se il tribunale deciderà di accogliere le richieste molti di loro non perderanno il posto, visto che i regolamenti del dipartimento di sicurezza consentono di bloccare la sospensione dal servizio con un semplice ricorso in appello.

Nei mesi passati la ricostruzione delle parti civili hamostrato con sufficiente chiarezza il passaggio di consegne tra i dirigenti di polizia all’esterno del cortile e la dirigente della digos di Firenze Daniela Mengoni. C’è un fotogramma che la mostra all’interno della scuola ed è stata lei stessa a raccontare al processo di aver visto «il dottor Luperi che aveva questo sacchetto in mano»: «Ho visto il dottore che aveva questo sacchetto con in mano due bottiglie. Lui mi ha visto e mi ha chiamata». Il percorso di quelle bottiglie è stato spiegato più volte: da una piazza genovese lontana alcuni chilometri, fin nell’interno della scuola, poi subito fuori tra le mani dei dirigenti di polizia (antenna 1mostra Gianni Luperi con quel sacchetto azzurro tra le mani) e infine di nuovo dentro alla scuola. Immagini mostrate ai giornalisti di tutto il mondo come prova delle violenze dei manifestanti. Nelle ultime settimane, la politica italiana ha preferito ignorare la vicenda genovese e la sentenza attesa.

A nome del governo Berlusconi ha parlato l’avvocatura di stato, la stessa che durante il processo Bolzaneto aveva avuto il coraggio di ammettere le violenze e chiedere scusa aimanifestanti. Visto che stavolta si parla della Diaz e dei capi della polizia italiana, in aula i legali hanno chiesto l’assoluzione per tutti. E davanti al lungo elenco di violenze che ha colpito ragazzi inermi, spesso giovanissimi, l’avvocato Domenico Salvemini ha detto solo: «Le botte non sono state indistinte e contro tutti. C’è stato chi ha picchiato e chi no, la democrazia non è mai stata in pericolo». Sapremo oggi se il dottor Barone è della stessa opinione.

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da Liberazione - 13 novembre 2008

Checchino Antonini

Più difficile di un processo a uno stupratore, più ancora di quando alla sbarra c'è un capo cosca

Il filmato del poliziotto con la molotov in mano Checchino Antonini Più difficile di un processo a uno stupratore, più ancora di quando alla sbarra c'è un capo cosca. Così spiegò i rischi di omertà e le altre rogne di un processo alla polizia il pm Zucca, nel luglio scorso, iniziando la lunga requisitoria contro i 29 funzionari di ps imputati per i falsi, le violenze, le calunnie avvenute la notte tra il 21 e il 22 luglio 2001 nella scuola Diaz di Genova.

Oggi le ultime due repliche delle difese, poi la corte, presieduta da Gabrio Barone, si ritirerà in camera di consiglio per decidere sui 108 anni complessivi (l'unico imputato per il quale s'è proposta l'assoluzione è Alfredo Fabbrocini) chiesti da Zucca e dal suo collega Francesco Cardona Albini, i due pm che avevano chiesto il rinvio a giudizio il 4 marzo del 2004, a tre anni dai fatti. Richiesta accolta il 26 giugno. L'ultima delle oltre duecento udienze, inizierà alle 10 nell'aula bunker del Palazzo di giustizia.

Nulla della versione ufficiale è stato salvato nelle 560 pagine di memoria che la pubblica accusa ha prodotto dopo la requisitoria. Non ci fu alcuna aggressione al convoglio di volanti, blindati e autocivetta che transitò sotto le scuole - uno di fronte all'altro c'erano il media centre e il dormitorio dei manifestanti - al termine dell'ultimo dei cortei del Genoa social forum. Sempre stando alle accuse non ci fu resistenza all'irruzione di oltre duecento agenti travisati che, ufficialmente, avrebbero divuto stanare i cosiddetti black bloc autori delle violenze dei giorni precedenti e, in ultimo, dell'aggressione alle macchine di un paio d'ore prima.

Né ci fu la coltellata riferita da un'agente e le molotov - esibite dall'allora portavoce di De Gennaro in conferenza stampa, assieme a badili e picconi trafugati da un cantiere vicino e a coltellini svizzeri prelevati dagli zaini dei no global campeggianti - furono portate apposta dalla questura per giustificare la mattanza. Per mesi, la stampa e la politica si affanneranno a cercare la catena di comando di quella notte evitando di citare che l'allora portavoce di De Gennaro, il capo della polizia, era in via Battisti a sbarrare la strada a parlamentari, cronisti e, soprattutto a legali nominati.

Né fu un errore il blitz nella scuola di fronte dove furono trafugati documenti di legali e cronisti, con appena un po' meno brutalità di quanto avveniva a pochi metri. No, secondo i pm, non fu la «normale perquisizione» che il governo - anche allora regnava Berlusconi - cercò di far credere. E dei 93 arresti per devastazione e saccheggio di quella notte cilena nemmeno uno fu avallato dal giudice. Fu un'operazione di guerra sporca, una «macelleria messicana» frase coniata da uno degli imputati, il vice di Canterini al tristemente noto primo reparto celere di Roma.

Amnesty international definirà l'operato delle polizie nelle tre giornate del G8 come la più grave sospensione del diritto e delle garanzie democratiche in Occidente dalla II guerra mondiale. Tra i 29 imputati spiccano nomi di grande prestigio per le forze dell'ordine: Francesco Gratteri, allora dirigente del Servizio centrale operativo oggi a capo dell' Anticrimine; Giovanni Luperi, ex vicedirettore dell'Ucigos attuale capo dipartimento analisi dell'Aisi (l'Agenzia di informazioni e sicurezza interna, l'ex Sisde), Gilberto Calderozzi, ex vicedirettore dello Sco, oggi capo del Servizio centrale operativo. Tutti promossi da tutti i governi succedutisi da allora, dunque, e anche questo tardivo primo grado sarà sepolto dalla vicinissima prescrizione per la gran parte dei reati. Non sfugge, tuttavia, il senso politico di un'eventuale condanna dopo le mezze verità del processo parallelo per le torture nella caserma della celere trasformata in prigione provvisoria per le retate del G8.

Il Genoa legal forum, con una lettera firmata dal sociologo Salvatore Pallìda e dall'avvocato Massimo Pastore, chiede alla stampa democratica di farsi promotrice di una campagna per la rimozione degli eventuali colpevoli dai ranghi. In aula ci sarà, tra gli altri Vittorio Agnoletto, eurodeputato del Prc, all'epoca portavoce del Gsf. Certo che ci saranno, oltre alle parti civili, i genitori di Carlo Giuliani, ucciso da un carabiniere negli scontri innescati senza ragione dalle guardie contro un corteo regolarmente autorizzato. Un video, a disposizione del tribunale, mostra che imbracciò l'estintore solo dopo aver visto la pistola. Ma nessun giudice chiederà mai un processo pubblico.

La Bbc, invece, mostra, oltre ai volti noti di imputati, le immagini Rai finora inedite di un fantomatico ispettore della Digos di Napoli, in borghese ma col casco - non identificato, cui una collega fiorentina avrebbe consegnato la busta delle molotov, la regina della prove fasulle.

 
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