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Alitalia: lo sciopero fantasma PDF Stampa E-mail
mercoledì 12 novembre 2008

PAOLO MARAS (SDL) «Il governo sia garante, non parte in causa»

Fr. Pi.

Paolo Maras, assistente di volo e coordinatore dell’Sdl, è stato l’ultimo a prendere la parola – nell’assemblea dell’altro ieri – per bloccare la mozione che proclamava uno sciopero che nessuno avrebbe fatto.

Cos’è successo lunedì?

In una situazione determinata da un governo che ha gestito – non da arbitro terzo – una partita difficilissima, con atteggiamento di assoluta chiusura e disprezzo verso la gente che lavora e perderà il posto, la tensione è alle stelle. Le preoccupazioni sono sacrosante.

E’ molto facile, se non si ha il polso della situazione, e soprattutto se non si valutano stato d’animo e conseguenze, che qualcuno decida di dichiarare una cosa inopportuna quanto inefficace – anzi: dannosa – e che sembri in quel momento la cosa giusta.

E’ drammaticamente fisiologico, nelle situazioni di tensione. Ma maggiore è l’esperienza, maggiori sono le colpe. Sul piano pratico è cambiato poco, ma su quello mediatico... Era molto tempo che qualcuno sperava di poter dare una notizia del genere: «pazzi scriteriati irresponsabili» e «grande spaccatura tra i lavoratori». Nella realtà, lo sciopero è stato dichiarato in un minuto e un minuto dopo, anche per effetto della precettazione, è come se non ci fosse mai stato. Il danno c’è stato comunque: il disorientamento tra i lavoratori. Noi non abbiamo mai abbandonato la presenza tra loro. Stamattina (ieri, ndr), nel deserto generale, siamo stati gli unici a essere lì. A parlare anche con gli arrabbiati, anche con chi ci ha poi detto candidamente «mi sa che ieri abbiamo fatto una cazzata...»

A questo punto come andate avanti?

Vale il «codice di comportamento» deciso una settimana fa. Non abbiamo nessuna intenzione di cedere su un confronto che la Cai dichiara chiuso. Siamo convinti ci sia tutta l’energia necessaria perché la situazione assuma contorni tali da far riconsiderare la posizione assunta.

Sia da governo che dalla Cai. L’obiettivo resta perciò la convocazione da parte di governo e Cai? L’obiettivo vero di un governo, se vuole avere un compagnia che funzioni e rispondere in modo intelligente alle richieste sociali di tutela e protezione dei lavoratori, dovrebbe essere di verificare le condizioni applicative dell’intesa e vedere come minimizzare l’impatto sociale della vendita.

E per quanto riguarda la Cai?

Ha dimostrato – in quello che ha proposto e nell’atteggiamento al tavolo – quel che pensa dei lavoratori e di un settore che non conosce affatto, come quello del trasporto aereo. Le dichiarazioni di Sabelli (a.d. di Cai, ndr) che ripete di «ricercare il migliormateriale umano alminor costo» la dice lunga sulla visione approssimativa di questo settore.

Se si vuole l’eccellenza, «chi più spende, meno spende». Che non significa pretendere di essere ultrapagati, ma valutare il giusto competenze e capacità. Epifani invita Gianni Letta a esercitare il suo ruolo di «garante»... Ricordo che Epifani, il giorno dopo la firma apposta anche dalla Filt, lanciò unmonito sia alla Cai che alle organizzazioni sindacali: che non ci si poteva sempre rivolgere a zio Letta» per risolvere tutti i problemi. Infatti, «zio Letta » non può essere il garante ultimo della verità degli accordi.Dovrebbe invece aiutare – come fa un governo «terzo », non parte in causa – a trovare delle soluzioni capaci di rispondere alle necessità assolute che ci sono. E che non sono solo «richieste sindacali».

Come proseguite la mobilitazione?

Attraverso un rispetto scrupoloso delle procedure, peraltro connaturato a un lavoro particolarmente specializzato, a tutti i livelli: piloti, assistenti di volo, operai, ecc. Fin qui abbiamo supplito a tutta una serie di carenze.Quando ci sente dire «non ci servi più, vattene », cambia qualcosa. Quel che facciamo ora è quel che bisogna fare. E con grande scrupolo e professionalità.

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FRANCO NASSO (FILT CGIL) · Finora nessuno ha violato le regole in Alitalia, quello che fa il governo è peggio di una strumentalizzazione «La nostra firma non chiude la questione e Cai deve rispettare gli accordi»

Sara Farolfi

«La nostra firma non chiude la questione».

Parla Franco Nasso, segretario generale Filt Cgil, che il 31 ottobre ha firmato il contratto con Cai. Guglielmo Epifani dice: «Letta si era ssunto il compito di mediatore e lo deve fare sulle parti del contratto che non corrispondono agli accordi firmati». C’è dunque una discrepanza tra gli accordi siglati a settembre a palazzo Chigi e il contratto firmato il 31 ottobre con Cai e non sottoscritto da 5 sigle sindacali, le più rappresentative tra piloti e assistenti di volo?

C’è una corrispondenza sufficiente ma non esaustiva tra gli accordi di palazzo Chigi e l’intesa del 31 ottobre.  L’impostazione è coerentema ci sono cose da verificare e mettere a fuoco. D’altro canto quell’intesa stessa si regge sulla prima pagina dei contratti, ciò che poi è stato chiamato «il lodo Letta», in cui si dice esplicitamente che, in caso di difficoltà tra le parti, il garante è individuato nella persona di Gianni Letta. Voglio dire che c’era la garanzia di una correzione in corso d’opera, perciò, insieme alle altre sigle confederali firmatarie, abbiamo chiesto a Cai l’avvio di un tavolo di confronto e di verifica e una riunione è stata programmata per domani (oggi ndr).

A settembre la Cgil non ha firmato la prima versione degli accordi, dicendo che non poteva esprimersi per chi di fatto non rappresentava (piloti e assistenti di volo). Che cosa è cambiato da allora e perchè il 31 ottobre avete firmato nonostante i lavoratori non fossero d’accordo?

A settembre avevamo posto un problema di merito e di metodo. Poi sono intervenute correzioni radicali tanto è vero che tutte le sigle sindacali hanno sottoscritto gli accordi di palazzo Chigi. Quando abbiamo firmato il contratto, il 31 ottobre scorso, non sapevamo che i piloti non avrebbero accettato, e è chiaro che con quella sigla non consideriamo chiusa la questione. L’ultimo accordo siglato, ripeto, prevede delle verifiche: se tutti siamo d’accordo sul fatto che valgono gli accordi presi a palazzo Chigi, allora credo che ci siano i margini per una ricomposizione, e non credo di sbagliare se dico che questa è anche la posizione delle altre sigle firmatarie. Dopodichè è chiaro che se Cai non rispettasse l’intesa, chiederemo al governo di intervenire.

Il governo non sembra volersi fare desiderare. Pare anzi alla ricerca dell’occasione buona - lo sciopero fasullo di due giorni fa, per esempio - per riformare la legge sul diritto di sciopero. E anche per quanto riguarda la trattativa con Cai, e gli accordi siglati, non ti sembra si tratti di un tentativo di scrivere un nuovo modello di relazioni industriali?

Sia il governo che Cai dovrebbero abbassare i toni. Da parte del governo, utilizzare la vicenda di ieri (due giorni fa ndr) per modificare la legge sul diritto di sciopero è qualcosa di più di una strumentalizzazione: anche perchè fino ad oggi nessuno ha violato le regole in Alitalia. E quanto a Cai, è evidente che non si è trattato di una normale trattativa. Abbiamo negoziato con un’azienda fallita e con una compagnia neonata - Cai - che ancora deve subentrare e che non ha nemmeno un capo del personale. Era però l’unico offerente e vorrei ricordare che sono già state aperte le procedure di mobilità per tutti i dipendenti di Alitalia.

Se alla fine i ’patti’ non fossero rispettati, la firma della Cgil sarebbe messa in discussione?

Non c’è un’alternativa credibile e non riesco a immaginare altri scenari. Ne abbiamo viste troppe, sarebbe ora di finirla e di mettere le cose al loro posto.

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Tutti a caccia dello sciopero

Francesco Piccioni

FIUMICINO Lo sciopero non c’è, non c'è mai stato. La mozione prodotta dal «comitato di sciopero», lunedì pomeriggio, è servita soltanto al «circo mediatico». Per montare un clima di linciaggio contro chi lavora in Alitalia. Un clima che – fortunatamente – non si ritrova nella stragrande maggioranza dei passeggeri, pur frustrati da lunghe attese e qualche volo cancellato. Del resto nessuno si è astenuto dal lavoro.

E ben prima che il ministro dei trasporti precettasse tutti i dipendenti. Se vivessimo in un paese serio, qualcuno condurrebbe uno studio decisivo su come si possano diffondere impunemente notizie destituite di ogni fondamento. Attenderemo invano. Il giorno dopo, tutto continua come previsto. I lavoratori – tutti, dal personale di terra agli assistenti di volo, ai piloti – sono presenti sul posto che spetta a ciascuno. E lavorano come previsto dalla manualistica operativa. Nessuno può accusarli di nulla. Semplicemente, non cimettono quel «qualcosa in più» per far funzionare l’insieme della compagnia. Quel qualcosa che prima si sentivano in dovere di dare e che ora – di fronte all’ostilità del nuovo acquirente e soprattutto del governo – non è più nella loro disponibilità. I ritardi si accavallano, com’è ovvio che sia quando una società è gestita – da un ventennio, ormai – da dirigenti inadatti al ruolo.

O incompetenti. Al «varco equipaggi», teatro nei giorni scorsi di infuocate assemblee, solo piccoli capannelli per scambiare le ultime informazioni, correggere le false voci ingigantite dai media, ricucire le relazioni tra colleghi. Se ci fosse uno sciopero qui sarebbero presenti in tanti. Ma non si vedono neppure i masaniello improvvisati di qualche ora prima. Le telecamere ripiegano sui passeggeri in fila, i microfoni si accendono solo davanti a qualche immancabile esagitato. Mentre da Roma rimbalzano i proclami di guerra di una batteria di ministri evidentemente in astinenza da «nemico interno». Anche il presidente del Senato, Renato Schifani, non evita di aggiungere la sua piccola disinformazione: si è scusato di non poter essere a un convegno, a palazzo Giustiniani, a causa dello sciopero di piloti e assistenti di volo.

Che non c’era. Il più guerresco, per qualche ora, è stato il ministro dei trasporti, Altero Matteoli, che si augurava «che la precettazione serva, altrimenti ci sono norme anche di ordine penale». Vero, ma sarebbero valse se qualcuno non si fosse presentato sul posto di lavoro. Forse consapevole della poca utilità della sua precedente dichiarazione, provava a rinforzarla: «comincio a ricevere telefonate di piloti che vogliono lavorare, che aspettano Cai per avere un minimo di tranquillità». E’ tutto normale. Ilministro ha un figlio pilota, assunto nell’ultima tornata di chiamate a tempo indeterminato.

Altrettanto bellicoso il cosiddetto «garante» degli scioperi nei servizi pubblici, Antonio Martone, professore nell’ateneo confindustriale della Luiss. Sfoderando i suoi dati («3-400 persone che stanno astenendosi dal lavoro senza preavviso»: sono i titoli dei giornali di ieri), ipotizzava un’«interruzione di pubblico servizio, quindi un illecito penale ». Si capiva subito che il suo problema non era quel che avveniva negli aeroporti, ma la possibilità si sostenere l’idea del ministro Maurizio Sacconi, ovvero un referendum consultivo tra i lavoratori prima di indire uno sciopero.

Magari «in via sperimentale» (sempre prorogabile). Non poteva mancare il ministro dell’interno, Roberto Maroni, che – forse a corto di informazioni dirette – si scagliava contro presunti «picchetti davanti all’aeroporto, avvenuti ieri», garantendo che ciò «non dovrà più avvenire». Il crescendo militaresco iniziava a preoccupare anche uno dei massimi responsabili della situazione attuale, ovvero il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni (come firmatario dei contratti Cai anche in assenza del consenso dei diretti interessati): «a nessuno venga in testa che iniziative sbagliate e isolatissime possano costituire l’occasione per regolamentare il diritto di sciopero».

Chiudeva il cerchio dei ripensamenti Guglielmo Epifani, segretario generale della Cgil, che ricordava le tre responsabilità: «di Cai e della sua incapacità di gestire un problema di personale; di una parte del governo che minaccia in continuazione invece di ricercare coerenza di comportamenti; di un radicalismo estremo che non fa gli interessi né della compagnia, né dei lavoratori». ne derivava un richiamo al sottosegretario alla presidenza del consiglio, Gianni Letta, affinché eserciti «il compito di fare da mediatore su quelle parti del contratto che non corrispondono all’accordo firmato». Un’ammissione importante: tra l’accordo firmato a settembre e i contratti Cai proposti in ottobre ci sono delle «non corrispondenze».

E’ ora di metterlo nero su bianco.

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«Strumentalizzazioni, nessuno ha incrociato le braccia»

Da Il Mattino del 12 novembre 2008

Roma.

È uno dei leader del «fronte del no». Ma Fabrizio Tomaselli, coordinatore dalla Sdl, una delle cinque sigle che non hanno firmato l’accordo con la Cai, non ci sta a passare per estremista. Anzi, nell’interviste, rispedisce le accuse al mittente:

«Noi ci limitiamo a fare il sindacato. Mentre altri tentano di strumentalizzare quello che sta avvenendo in Alitalia per attaccare il diritto di sciopero».

Però, la protesta improvvisa decisa lunedì ha praticamente messo in ginocchio il trasporto aereo. Neanche la precettazione decisa dal governo ha avuto effetto. Come fate a dire di non essere fuori dalle regole?

«Per il semplice fatto che, dopo la precettazione, nessun lavoratore dell’Alitalia ha incrociato le braccia».

Ne è proprio sicuro?

«Certo. E ne ho anche le prove. Non si è chiesto perché mai nessuno ha ancora tirato fuori i dati sulle percentuali di adesione alla protesta?».

Perché avrebbero dovuto tenere nascosti questi numeri?

«Perché dimostrerebbero che la vera causa dei disservizi non è stato lo sciopero improvviso, subito rientrato dopo la precettazione. Ma l’applicazione letterale di tutti i regolamenti sulla sicurezza che i lavoratori stanno attuando in queste ore».

Insomma, tutta colpa dello sciopero bianco?

«Questa è una definizione impropria: qui si rispettano solo le regole».

Però, lunedì la situazione è sfuggita di mano, con un gruppo di trecento lavoratori che nei fatti ha scavalcato il fronte del no, proclamando lo sciopero.

«È vero, ma è stata una decisione nata dall’esasperazione della gente. Comprendo i sentimenti, ma non ne condivido i metodi. Anzi, le dirò di più: sono sicuro che c’era chi non aspettava altro che questo per criminalizzare i lavoratori dell’Alitalia. Tanto che oggi si parla dello sciopero ”illegale” e non della vertenza e dei motivi che hanno spinto cinque organizzazioni, che rappresentano la maggioranza dei dipendenti della compagnia, a non firmare l’accordo con la Cai».

Intanto il governo pensa a sanzioni penali per i ribelli. Non siete preoccupati?

«No, perché noi ci muoviamo all’interno delle regole del diritto di sciopero. Se poi qualcuno vuole cambiarle, allora il discorso è diverso».

Non temete di essere arrivati in una sorta di vicolo cieco? Come finirà questa vertenza?

«È evidente che andremo avanti sulla nostra strada, la trattativa deve essere riaperta. Non chiediamo la luna ma solo di tornare agli accordi sottoscritti a settembre che un mese dopo la Cai ha stravolto».

I confederali, però, hanno firmato quell’intesa. Mica sono impazziti?

«Evidentemente hanno seguito altri obiettivi e altri scopi».

Anche politici?

«Certo. In questo senso mi ha colpito l’atteggiamento di Epifani che non ha firmato, giustamente, l’accordo sul pubblico impiego che prevede un aumento in busta paga di 70 euro e che, invece, continua a dire di sì alla Cai. È un comportamento contraddittorio».

Che cosa farete, ora?

«Abbiamo già indetto uno sciopero per il 25. E abbiamo dichiarato l’intenzione di farne altri 14 entro maggio. Andremo avanti. La Cai deve decidere se affrontare la sfida del trasporto aereo con questa situazione di conflittualità o impostando nuove e corrette relazioni sindacali. Non mi sembra che queste siano richieste da estremisti».

an.tr.

 
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