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marted́ 04 novembre 2008

da Il Manifesto - 4 novembre 2008

«Vogliono trasformare le maestre in baby sitter»

Sara Farolfi

ROMA «Mettiamola così: diventeremo baby sitter senza più un progetto educativo, con compiti dimera sorveglianza, e per giunta fatta male»: eccole le magnifiche e progressive sorti delle scuole dell’infanzia e dei nidi del paese. Non sarà un caso se persino il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, ha detto che che, a bocce ferme (e cioè a saldi invariati), la metà degli asili nido di Roma saranno messi in discussione. Non solo a Roma, va da sè.Ma nella piazza dello sciopero regionale (del Lazio) proclamato dalla categoria dei dipendenti pubblici Cgil, in quei capannelli di donne insegnanti appena sotto il palco, sul sindaco girano altre voci.

Parlano di una delibera ad hoc con cui sono state decise due assunzioni a tempo determinato per cinque anni, uno per la segretaria del sindaco e uno per l’addetto stampa. «Mentre noi stiamo qui a marcire...». Corrono tempi in cui tutte le piazze sembrano piccole rispetto alla protesta che le anima. Così è stato anche ieri quando il corteo dei dipendenti pubblici (oltre 70mila persone, dati Cgil, nelle varie città del centro Italia) si è riversato in piazza Farnese.

Era la prima delle giornate di sciopero regionale - il 7 e il 14 le prossime - originariamente indette dai tre sindacati confederali, poi disdettate da Cisl e Uil dopo la firma separata del contratto. Piazza di bandiere e striscioni, contro quello stesso accordo («come si fa a firmare un contratto in cui ci si rimettono dei soldi?») e contro il provvedimento di Brunetta che da luglio prossimo decreta il non rinnovo di tutti i contratti precari. Dipendenti pubblici dei vari comparti emoltissimi precari.

E quando dal palco il segretario regionale della categoria dice, «credo che sia ormai maturo lo sciopero generale della categoria e, perchè no, anche quello di tutta la Cgil», in piazza è un tripudio. «Sciopero generale », per qualche minuto non si riesce a sentire altro. «E’ dal ’96 che tiriamo a campare con contratti a tempo determinato e copriamo le classi», racconta una maestra. «Io dall’85», interviene un’altra. «Vogliono un servizio di qualità, ma non ci mettono nelle condizioni di offrirlo». Lo status quo richiederebbe serietà e competenza.

«Non riusciamo a fare progetti educativi e programmazione - racconta una maestra del nido che preferisce rimanere anonima - Lavoriamo sotto organico e al di fuori del rapporto previsto tra numero di insegnanti e numero di bambini». Un insegnante ogni 6 bambini, prevedono leggi e accordi, «e invece lavoriamo con un rapporto di uno a dieci». Le fila dei precari si sono rinfoltite negli anni del blocco delle assunzioni, oggi coprono funzioni essenziali e rischiano di finire a casa. Per non dire degli insegnanti di sostegno, «una specie in via di estinzione», raccontano: quei pochi che ci sono devono seguire fino a quattro bambini, gli altri sono quelli forniti dalle cooperative. E si torna alla casella di partenza della precarietà.

Appena un piccolo frame di una piazza numerosa e determinata e più in generale di uno sciopero che, nelle regioni centrali, ha visto un’adesione tra il 30 (enti locali e sanità) e il 50% (ministeri e agenzie), secondo la Cgil. Della consueta ’guerra di cifre’ non sarebbe necessario dare conto se non per dire che, nel (non più) inedito ruolo di controparte, si sono schierati ieri anche Cisl e Uil per contestare numeri e merito dello sciopero. La risposta di Carlo Podda, segretario generale Fp Cgil, ieri in piazza Farnese, non si è fatta attendere: «Per Cisl e Uil è un buon accordo?

Chiediamolo ai diretti interessati e facciamoli votare».

 
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