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Draghi vuol far pagare la crisi ai lavoratori: "In pensione più tardi" PDF Stampa E-mail
lunedì 27 ottobre 2008

da Liberazione - 27 ottobre 2008

Roberto Farneti

Far pagare la crisi dell’economia ai lavoratori. E’ ancora questo il pensiero comune di governo, Confindustria e Banca d’Italia. Mentre nel mondo si discute della fine del liberismo sfrenato - con Nicolas Sarkozy che sottolinea il primato della politica sull’economia e il presidente del Venezuela, Hugo Chavez, che vede nella posizione assunta dal presidente francese un avvicinamento (inconsapevole?) di quest’ultimo «al socialismo » - in Italia si ripropone il solito modello strabico di intervento pubblico: soldi alle banche e alle imprese, niente a lavoratori e pensionati.

L’economia italiana non è competitiva? Invece di puntare il dito sulla scarsa produttività di tutte quelle imprese che in questi anni si sono messe in tasca fior di profitti senza reinvestirli nell’innovazione tecnologica e di prodotto, il chiodo fisso di governo, Confindustria e della stessa Banca d’Italia è che la strada per aiutare l’economia e i conti pubblici sia far lavorare di più i lavoratori. L’ultimo attacco lo ha sferrato ieri il vice direttore generale di Bankitalia, Ignazio Visco: allungare l’età pensionabile e aumentare la produttività del lavoro sono le uniche vie percorribili, sostiene Visco, per «il mantenimento e l’espansione del livello di vita raggiunto nel nostro paese».

Non basta. Negli ultimi dieci anni la produttività totale dei fattori nel nostro paese ha ristagnato a fronte di una crescita media annua attorno all’1% negli altri principali paesi europei e all’1,5% negli Usa. Ebbene, secondo Visco «una parte significativa di questo ritardo - afferma - può essere ricondotta ai vincoli al corretto funzionamento dei mercati», all’eccesso «di regolamentazione e all’introduzione di barriere all’entrata o di misure volte a proteggere le quote di mercato delle imprese esistenti». Curioso: mentre a livello internazionale si cercano soluzioni condivise per affrontare una fase di crisi acutissima («decisioni conclusive» saranno prese, annuncia Sarkozy, alla riunione del G20 il 15 novembre a Washington) da noi Bankitalia predica le virtù del libero mercato.

«Una proposta inaccettabile», ribatte Claudio Grassi, della segreteria del Prc. «Ci vorrebbe - spiega Grassi - un po’ di senso del pudore. La crisi che si sta consumando in questi giorni ha evidenziato un mondo, quello delle banche e delle borse, fatto di speculazioni e di manager superpagati. Il signor Profumo, a capo dell’Unicredit, cioè una delle banche più in crisi, solo nel 2007 - ricorda il dirigente del Prc - ha percepito 9 milioni di euro, tanto quanto lo stipendio di 500 lavoratori». La strada per rimettere in moto l’economia non è quindi quella di alzare l’età pensionabile o di ridurre i salari. «Questa è la ricetta praticata in tutti questi anni e che ci ha portati al disastro attuale. Al contrario - afferma Grassi - bisogna utilizzare le immense risorse che sono apparse improvvisamente in questi giorni per salvare borse e banche, per aumentare salari, stipendi e pensioni e per bloccare i prezzi dei beni di prima necessità come pane, pasta e latte».

L’oggettivo scivolamento verso la povertà di molte famiglie è testimoniato anche dalle crescenti difficoltà a pagare la rata del mutuo, al punto che 1,9 milioni di mutuatari sarebbero a rischio di insolvenza. A lanciare l’allarme è una ricerca dell’Adusbef che, esaminando i dati raccolti nei maggiori tribunali, stima per quest’anno una crescita del 22,3% del numero di pignoramenti ed esecuzioni rispetto al 2007. Opposta la visione di Confindustria.

Quello che si aspettano gli imprenditori in un momento così difficile è un pacchetto di interventi fiscali, di misure a favore dell’attività produttiva e di stanziamenti pubblici alle infrastrutture che permettano di sopravvivere alla crisi e di tirare il fiato dopo la tempesta. «Ci aspettiamo dal governo a breve - dice la presidente Emma Marcegaglia - sostegni fiscali per tutte quelle imprese che investono in ricerca e innovazione, in risparmio energetico e che aumentano anche il proprio capitale». La prima risposta arriva dal ministero dello Sviluppo economico che, annuncia Claudio Scajola, ha attivato un fondo da 600 milioni «finalizzato per fondi di garanzia specifici a favore delle pmi a sostegno del capitale di rischio». Ma non è solo lo Stato a dover garantire le imprese.

La loro parte la devono fare anche le banche. «I soldi dati alle banche non devono rimanere al loro interno, devono servire ad erogare credito alle imprese. Questo è il grande problema di oggi e su questo non faremo sconti a nessuno», avverte la presidente degli imprenditori, che boccia misure come la detassazione della tredicesima: «Tutto quello che è un po’ spot - taglia corto - non so quanto pos

 
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