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Milano, la Statale occupa la città PDF Stampa E-mail
mercoledì 22 ottobre 2008

da Il Manifesto - 22 ottobre 2008

Gli stati generali dell’università riescono a mettere d’accordo studenti, docenti e lavoratori. Parte da via Festa del Perdono un corteo spontaneo che arriva in stazione Cadorna e finisce tra spintoni e manganellate della polizia

Mariangela Maturi MILANO La protesta dilaga. E non si ferma più.

Ieri si è mosso il pachiderma della cultura cosiddetta superiore, l’università. Un po’ arrugginita, era partita in sordina con iniziative circoscritte, ma ora è esplosa in aula e in piazza.

Per movimentare la giornata, in piazza Cadorna alcuni studenti si sono attirati anche una decina di manganellate a causa di qualche spintone di troppo, «tafferugli» per la cronaca, una performance che certo non svuota di significato un’assemblea e un corteo che ha riempito le strade di Milano come non si vedeva ormai da tempo.

Il buongiorno si vede dal mattino. Si capisce fin dalle 9,30. Gli stati generali dell’università, convocati alla Statale dalla spinta anti-Gelmini che contagia tutto il mondo della scuola, questa volta sono altro dal solito appuntamento di routine. Abbarbicato in ogni centimetro quadrato, anche chi è in piedi non abbandona il campo. Duemila persone ascoltano gli interventi di ricercatori, docenti, sindacati e studenti.

Il microfono passa di mano in mano, chi analizza la legge, chi prepara le prossime mosse. A riprova del fatto che sui contenuti si ragiona, e nonostante il governo consideri i manifestanti «disinformati» perditempo, in quell’aula magna di cervelli in fuga non ce ne sono, tutti presi a cercare di salvarsi il posto e il futuro. Da qui a inventarsi un corteo il passo è breve, brevissimo, basta scendere due gradini e prendersi la strada. In tremila si sono mossi alla volta del Duomo, capeggiati dal personale tecnicoamministrativo e dai ricercatori, i primi a pagare le conseguenze della legge.

Il passaggio attraverso la galleria Vittorio Emanuele II, scintillante e tirata a lucido, però non è consentito. Si devia, per forza, e lentamente ci si dirige verso il Comune cantando contro la Gelmini, Berlusconi e il vicesindaco De Corato. Si procede in ordine sparso,maormai quasi ogni giorno qualcuno si presenta sotto le finestre di Palazzo Marino. Non basta ancora, perché la Prefettura è a due passi e il ministro Maroni è proprio lì che sta scoprendo con la Moratti «l’allarme cocaina». Bersaglio facile, doveroso.

C’è chi saluta dalle finestre con le dita a V, ma anche chi sembra sceso da Marte, come le due studentesse che si guardano nelle palle degli occhi con aria interrogativa: «Che fanno?», chiede una. «Boh...mi sa che è per l’Expo», fa l’altra. «Ah...e cos’è?». Andiamo oltre, di corsa. Gli altri studenti, quelli in corteo, che per la Gelmini sono «disinformati», passano davanti a Scienze Politiche per invitare i «crumiri » a darsi una mossa (dalle grate di una finestra si sporge un pugno chiuso da prigioniero, «Evvai, manifestate anche per me che ho l’esame!».

Si fanno le tre e mezza, chi lavora saluta e torna in Statale, qualcun altro - una nutrita pattuglia disposta (quasi) a tutto - prende in mano la situazione e decide un blitz dalle parti di corso Magenta. Megafonano: «In tutt’Italia bloccano le stazioni, andiamo a fermare i treni in stazione Cadorna!», e via di corsa tanto per provare a seminare qualche celerino. Gli altri (i colleghi) sono già schierati in cordone per non farli passare. Qualcuno spinge, parte un fumogeno, e qualche manganello si mette al lavoro (e c’è anche un poliziotto che colpisce un ragazzo già a terra).

Assalto respinto, altra idea: «Blocchiamo almeno le automobili». Traduzione: si finisce con un presidio in piazza. E già oggi si ricomincia con iniziative in tutte le università. Ci sono assemblee al Politecnico e Scienze Politiche e un pranzo sociale a Mediazione Linguistica. Poi alle 15.30 lezione in piazza Duomo su «Storia dell’integrazione Europea», un tema che sarebbe meglio ripassare per bene.

Giusto ieri il premier ha detto che «manifestare contro il governo non serve a risolvere i problemi ». Prendersi la piazza per una lezione universitaria servirà almeno a portare un po’ di cultura fra le strade, che certo male non fa.

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da Liberazione - 22 ottobre 2008 

Famiglia cristiana: «Questo è apartheid».  Ravasi: «L'ora di Bibbia»

Fulvio Fania Città del Vaticano

L'ora di religione nella scuola italiana? Certo non sarà monsignor Gianfranco Ravasi ad affossarla. «E' una componente fondante della nostra identità», ci risponde infatti l'esperto biblista ora a capo del dicastero vaticano per la cultura. Eppure, appena gli chiediamo come mai, malgrado la lezione cattolica, la Bibbia resti così sconosciuta e se non sarebbe dunque preferibile una storia laica delle religioni, il vescovo ricorda di aver proposto personalmente l'introduzione di un insegnamento «per tutti», quindi obbligatorio, di quell'antico testo che è un grande «codice» per interpretare arte e cultura. Tempo fa espresse questa idea, non in veste canonica, ma «come italiano» insieme a studiosi laici tra cui Umberto Eco e incontrò il favore dell'allora ministro Tullio De Mauro.

Secondo Ravasi la nuova disciplina dovrebbe «affiancarsi», non sostituire, l'ora confessionale la quale - deduciamo noi - non sembra servire molto a far valere il rilievo culturale della Bibbia. Va però aggiunto che la Cei ha invece guardato sempre con sospetto a ipotesi di storia delle religioni o anche soltanto di lezione laica sui libri sacri dell'ebraismo e del cristianesimo. Proposte analoghe, avanzate unitariamente dai giovani cattolici delle Acli, gioventù ebraica e gruppi islamici caddero assolutamente nel vuoto.

E' toccato a Ravasi incontrare ieri i giornalisti per il consueto aggiornamento sui lavori del Sinodo dei vescovi dedicato appunto alla "Parola di Dio" che si sta avviando alla conclusione. Il biblista, autore della bozza del "messaggio finale" che pare aver suscitato vasti elogi, sfoglia l'opuscolo con le 53 "propositiones" da sottoporre al papa, finora segrete.

Almeno trenta di esse - rivela - sono «incandescenti». Sicuramente si parlerà dell'Islam e degli ebrei ma anche dell'ammissione delle donne al ministero del "lettorato" biblico, della lotta al fondamentalismo cristiano e del necessario «connubio» tra le diverse letture della Bibbia, quella storica e quella teologica.

L'annunciata presenza all'incontro-stampa del presidente della Cei Angelo Bagnasco è sfumata all'ultimo momento, a detta del Vaticano per disguidi organizzativi, e con essa anche l'occasione per domande di attualità politica. Ma a questo supplisce ancora una volta il settimanale paolino Famiglia cristiana . Un suo editoriale scarica l'indignazione contro la «fantasia padana» della Lega, senza «più limiti né pudore», che ha partorito la pretesa di segregare i ragazzi immigrati nelle «classi ghetto». Nessuna attenuante per i giochi di parole: «Si dice classi ponte - attacca la rivista - ma leggasi ghetto».

Dopo le impronte ai bambini rom, il permesso di soggiorno a punti, l'impedimento ai ricongiungimenti familiari dei migranti, ecco ora questa risposta «criptorazzista» che viene coperta da presunte volontà di integrazione sociale. «Chi pensa ad uno sviluppo separato degli stranieri - ribatte il settimanale - sappia che quel concetto si chiama apartheid». L'immigrazione resta un tema caldo per la Chiesa.

Il governo italiano ha già dovuto subire le critiche del Pontificio consiglio per i migranti. Continuando su questa strada, potrebbe infrangere anche la benevolenza dimostrata nei suoi confronti dalla Cei in materia scolastica.

22/10/2008

 
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