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marted́ 21 ottobre 2008

Riempire di soldi le banche (come fece anche il Giappone) non risolve la crisi reale

Joseph Halevi

Da Il Manifesto del 21 Ottobre 2008

I«mercati» finanziari non stanno reggendo e mostrano in pieno la loro inutilità, come aveva ben capito il compianto Federico Caffè. E’ da un anno e mezzo che stiamo assistendo al disfacimento del sistema bancario occidentale e da gennaio, ad ogni iniezione di denaro, mercati, banche ed affini reagiscono sempre peggio. Idealmente si poteva intervenire con raziocinio senza trovarsi in una situazione in cui tutto si paralizza perchè al blocco degli scambi interbancari si accavalla la materializzazione della recessione. Le misure finora adottate non sono solo insufficienti: sono errate, in quanto affrontano il problema dal lato sbagliato, quello delle banche. La sfiducia tra le varie banche non può essere eliminata scaraventandovi denaro, perché nasce dalla mancanza di valore dei titoli «collaterali». Le banche si terranno quindi i soldi preferendo la liquidità. I valori non ci sono perchè, con la contaminazione dei veicoli di investimento strutturati e prodotti derivati, in cui si racchiudevano i beni collaterali che dovevano fare da garanzia, sono evaporati i prezzi. Quindi le relazioni economiche interbancarie non hanno più un sistema di prezzi e di valori su cui basarsi. Ciò rende difficile trasformare in prestiti interbancari la liquidità reale convogliata verso le banche. La gravità del fenomeno è ampliata dal fatto che prodotti derivati e simili servivano da «quasi moneta». Come osservato da Paul Fabra in un bell’articolo apparso su Les Echos del 10 ottobre, prima della finanziarizzazione totale dell’economia il sistema era visibile. Si sapeva cosa rappresentavono i titoli in cui veniva piazzato il denaro. In tale contesto, sottolinea Fabra, erano prevalentemente le banche a piazzare i soldi in titoli pubblici a breve termine, sicuri e a basso rendimento. Con la girandola finanziaria dell’ultimo ventennio, invece,tutte le società si sono lanciate in collocamenti che promettevano tassi di plusvalenza molto più alti dei vari saggi del profitto. Le alte plusvalenze erano connesse al rischio. Così, la liquidità tradizionale è scomparsa dalle imprese, sostituita da una moneta fittizia composta di prodotti derivati, sintetici, strutturati ecc. Inizialmente il marciume contenuto nei pacchetti di titoli venne consapevolmente dissimulato. Poi il moltiplicarsi e l’intrecciarsi di tali pacchetti ha reso il marciume generale e invisibile, espandendo geometricamente la moneta fittizia. L’implosione di tali «prodotti » ha cancellato gran parte dei valori collaterali che costituivano gli assets, nonchè la liquidità delle banche e di non poche imprese industriali, specialmente Usa. Ne consegue che, nel caso degli Stati uniti, l’operazione di estrarre dal sistema bancario i prodotti marci contro l’erogazione dei 700 miliardi di dollari votati dal Congresso, non poteva ricreare la fiducia ma solo un’iniziale fiammata illusoria. Subito spentasi. I 700 miliardi infatti non ricapitalizzano le banche. Pertanto i soldi «veri» vengono iniettati senza eliminare il rischio della controparte. Ne scaturisce dunque l’esigenza di aggrapparsi a questi soldi disperatamente, piuttosto che prestarli. L’Europa dei 15 ha scelto di rifornire le banche di soldi, senza porsi l’obiettivo di asportarne i tumori. Operazione considerata rischiosa. I 15 hanno anche ottenuto dalla Federal Reserve statunitense il permesso di prendere a prestito dollari per quantità illimitate senza alcun monitoraggio legale. Quindi l’operazione europea dipende decisamente dalla disposizione degli Usa di assecondarla incondizionatamente. Questa misura può allentare la strozzatura in cui si trova la circolazione interbancaria, ma in concreto non rilancia nulla. L’esperimento venne già effettuato su larga scala in Giappone durante la crisi durata oltre un decennio, dal 1992 in poi. Le banche, soggette ad una vera e propria deflazione da debito, furono inondate di soldi da parte della banca centrale nipponica, il cui tasso di interesse fu addirittura azzerato. Non successe nulla. Le banche si tennero i soldi senza espandere il credito. Ciò che aiutò il Giappone ad evitare la depressione e a sopravvivere nella stagnazione furono le esportazioni nette, cioè la domanda reale di merci dal resto del mondo, come anche il deficit pubblico – spesa diretta in attività più strane e opinabili, tanto per assorbire produzione reale (come la pavimentazione in cemento dei fiumi). Per l’Europa la prima soluzione giapponese è impossibile. Con il mondo in recessione, con la crescita ormai limitata a Cina e India, l’Europa non può trovare la via d’uscita nelle esportazioni nette, tra l’altro esigue rispetto al Pil. La strada più sicura è affrontare il problema non dal lato delle banche, bensì cominciando di chi non può che spendere. Cioè dal lato della popolazione. Qui l’Europa è meglio piazzata del Giappone, in quanto non ha una struttura industriale da sovrapproduzione permanente come Tokyo nè un debito estero come gli Usa.Ma per spostare l’asse gravitazionale dalle banche alla spesa per la popolazione bisogna voler e saper lottare senza molti compromessi. Non succederà.

 
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