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Chi paga la "crisi" finanziaria? PDF Stampa E-mail
martedì 21 ottobre 2008

Image Riceviamo e pubblichiamo un intervento di Andrea Imperia, dell' Università di Roma “La Sapienza” sull'attuale crisi mondiale delle banche e della finanziaria.


I socialisti bocconiani

Qualche settimana fa alcuni economisti hanno pubblicato un appello alle autorità politiche dei paesi europei e della UE invitandole a fronteggiare “la crisi finanziaria che sta contagiando pericolosamente il continente” (http://www.lavoce.info/articoli/pagina1000650.html).

Tra essi vi sono alcune delle personalità più attive nel dibattito di politica economica del nostro Paese degli ultimi anni. Si tratta di autori che spesso collaborano tra loro, intervengono in modo congiunto, si citano a vicenda con generosità, mostrano un’evidente propensione alla lode reciproca. Insomma, sia pure con le inevitabili articolazioni, si può dire che essi condividano una stessa visione del mondo e che tentino di farla prevalere nella realtà.

Ma qual è questa visione? Almeno finora, l’elemento che più di ogni altro aveva caratterizzato i loro interventi era la più assoluta ostilità per tutto ciò che di pubblico c’è ancora nel nostro Paese, nel nome di un’incrollabile fiducia nelle virtù del liberissimo mercato, dalla tradizionale prerogativa di imporre l’efficienza in ogni più remoto angolo del sistema economico, a quella scoperta più di recente (da alcuni di loro, ovviamente) e cioè che la concorrenza sarebbe in grado di perseguire nientemeno che l’equità sociale assai meglio dei sindacati, specie se combattivi.

Ci eravamo abituati a sentirgli dire che la libera circolazione dei capitali garantisce l’impiego efficiente del risparmio, tra cui naturalmente quello previdenziale. Da Alesina e Giavazzi, in particolare, solo pochi mesi prima dello scoppio di una delle peggiori crisi finanziarie degli ultimi 100 anni, avevamo appreso che si sarebbe potuto utilmente sostituire il sistema pensionistico pubblico con uno in cui il lavoratore avrebbe investito direttamente il suo risparmio, sia pure usando l’accortezza di impartire al lavoratore stesso, all’avvio del piano pensionistico, “un breve corso di finanza” (“così come si insegna il codice della strada, gli si fornirebbero i rudimenti della finanza, di sicuro più semplici di quelli automobilistici” - Il liberismo è di sinistra, pag.95). Avevano anche annunciato – il che naturalmente avrebbe dovuto renderci tutti molto più tranquilli – di voler fornire un simile servizio via internet.

E’ facile immaginare in quali condizioni si troverebbero oggi i lavoratori se quel sistema fosse stato realizzato. Ebbene, dopo questi brillanti suggerimenti – da tenere presenti accanto all’amara constatazione che “anziché lasciare fallire un’azienda che non riesce a stare più sul mercato, in Italia la si «salva», anzi il governo la salva” (op.cit., pag.78) – i nostri hanno proposto, come nulla fosse, l’intervento dei governi europei per ricapitalizzare il settore bancario “attraverso l'iniezione di fondi pubblici”. Com’è noto, un piano che prevede tale possibilità è stato poi effettivamente concordato. E’ dunque probabile che i contribuenti (da noi soprattutto lavoratori e pensionati) che pure non hanno alcuna responsabilità nella trasformazione del sistema finanziario in un gigantesco casinò – trasformazione resa possibile dall’eliminazione di ogni vincolo ai movimenti di capitale – dovranno mettersi le mani in tasca per salvare le banche, e con loro se stessi. Nulla in contrario, se proprio risulterà necessario, a condizione che venga fatto valere un principio normalmente in vigore sul libero mercato: chi tira fuori i soldi, diventa proprietario. Se le banche dovranno essere salvate con il denaro di tutti non si vede perché dovrebbero rimanere proprietà di pochi. Ciò, naturalmente, a meno di essere socialisti alla rovescia, socialisti bocconiani appunto.

Andrea Imperia – Università di Roma “La Sapienza”

 
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