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Ambiente: un anno per morire avvelenati PDF Stampa E-mail
domenica 19 ottobre 2008
Il governo Berlusconi chiede 12-15 mesi di tempo per valutare i «costi-benefici» del pacchetto clima. Uno stop che l’Europa non intende accettare, anche se si dice «fiduciosa». Domani a Lussumburgo si cercherà l’accordo alla riunione del consiglio dei ministri dell’Ambiente

Alberto D’Argenzio

Da Il Manifesto del 19 Ottobre 2008

BRUXELLES Roma riparte all’attacco contro il Pacchetto clima, chiede un anno di stop, 12-15 mesi per «assicurare un’analisi costi-efficacia». E così, in vista del consiglio dei ministri dell’ambiente di domani a Lussemburgo, il governo italiano mette sul tavolo un’altra proposta potenzialmente indecente, quella di approvare il Pacchetto a dicembre, ma sottoponendolo ad una clausola di «revisione » da realizzare «nel corso del 2009». In sostanza approvare uno scatolone mezzo vuoto, un’idea che è destinata, presumibilmente, a scontrarsi con la determinazione di Nicolas Sarkozy e AngelaMerkel, fino ad ora ben convinti che l’Europa debba arrivare al vertice di Copenaghen del dicembre 2009 con i compiti fatti e non a metà. Già prima del vertice di mercoledì e giovedì la diplomazia italiana aveva puntato sulla tattica dilatoria, chiedendo una valutazione di impatto delle 4 direttive che compongono la strategia europea per la lotta al riscaldamento del pianeta. Alla fine la Presidenza francese aveva ribadito che l’accordo va trovato entro dicembre, inserendo nelle conclusioni del Consiglio solo un richiamo all’analisi costi- benefici, un richiamo vago che non diluiva e non diluisce obiettivi e tempi. Ora il governo cerca di sfruttare questa finestrella per riprovare a ritardare l’attuazione del Pacchetto. L’analisi su costi e benefici, recita la proposta italiana «non può essere conclusa inmodo definitivo entro la fine del 2008» e pertanto «sarà necessario un arco di tempo non inferiore a 12-15 mesi». Una vera e propria richiesta di stop. Otre a ciò l’Italia chiederebbe anche altre cose: sostituire agli obiettivi annuali previsti per i settori agricolo, civile e dei trasporti con un solo obiettivo intermedio vincolante al 2017; prevedere un’adeguata tutela per tutti i settori nei confronti del rischio di «carbon leakage», cioè la delocalizzazione delle imprese a maggiore intensità energetica e, infine, elevare dal 3 al 10% la quota di energia verde prodotta da propri progetti in paesi in via di sviluppo e calcolabile all’interno del computo delle rinnovabili. Poi Roma vorrebbe anche un ingresso soft del settore termoelettrico all’interno della borsa delle emissioni, non il 100% a partire dal 2012, come prevede il Pacchetto clima. Dopo le dure parole di venerdì del commissario all’ambiente Stavros Dimas, Bruxelles risponde questa volta con più diplomazia, ma con lamedesima fermezza. La Commissione, ha detto ieri Jens Mester, uno dei portavoce di Barroso, «è consapevole che alcuni Statimembri hanno preoccupazioni», ma continua ad essere «fiduciosa» che verrà trovata una soluzione «costruttiva» e che un «accordo complessivo» sul pacchetto climaenergia sarà trovato entro dicembre. Dalla Commissione fanno anche sapere che domani a Lussemburgo ci sarà modo di chiarire con il governo italiano le divergenze in modo da lavorare per superarle. Da Roma non mancano invece le parole ancora di fuoco, come quelle di Brunetta: «L’Europa ha poco da bacchettare perché il ’20-20-20’ è una follia. L’Italia bene ha fatto a rallentare i processi decisionali anche perché sarebbero costati dieci miliardi di euro in più fino al 2020. Non ce lo possiamo permettere». L’Italia, almeno per il momento, non ha rallentato un bel niente. «Quella del rinvio è una bufala», taglia corto Monica Frassoni, capogruppo dei verdi al Parlamento europeo. Domani a Lussemburgo il faccia a faccia tra Prestigiacomo e Dimas.

 
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