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Sorpresa sociale, sciopero generale PDF Stampa E-mail
sabato 18 ottobre 2008

da Il manifesto - 18 ottobre 2008

Francesco Piccioni

Inatteso, grandissimo, nonostante la pioggia. A Roma oltre 300.000 persone in corteo. I sindacati di base (Cub, Cobas, Sdl) raccolgono un successo importante; ora sono un soggetto con cui la politica - e la sinistra - deve fare i conti. Stracciato il luogo comune del conflitto generazionale

La crisi sta rompendo molti argini, e non solo nelle borse. Lo vedi già uscendo dalla metro, piazza della Repubblica, mezz’ora prima dell’appuntamento per il corteo. La prima impressione è subito potente: lo slargo è già pieno. Per chi sa quanto siano «pigre » le partenze dei cortei romani questo è un segnale. Era successo lo stesso una settimana fa, per la manifestazione dell’11. E’ una folla di ogni età, dai bambini tenuti per mano da mamme o maestre fino ai canuti protagonisti di stagioni lontane.

In mezzo i trentenni divorati dalla precarietà, i quarantenni che scrutano l’orizzonte per capire se e quanto reggeranno le aziende in cui lavorano (anche statali, visto l’aria che tira da 15 anni e i pruriti di Brunetta), i cinquantenni che vedono la pensione allontanarsi e immiserirsi.Ma che almeno conservano memoria di altri conflitti, hanno esperienza da trasmettere. Si parte subito, di modo che dietro possano respirare. I coordinatori delle tre organizzazioni promotrici dello sciopero si godono il primo annuncio di grande successo, portando tutti insiemeil piccolo drappo («patto di consultazione permanente») che dà conto del robusto passo avanti unitario che questa giornata rappresenta. Paolo Leonardi (Cub), Fabrizio Tomaselli (Sdl) e Piero Bernocchi (Cobas) sono presto assediati da cronisti e telecamere. Dietro di loro il grande striscione riassuntivo dei temi dello sciopero: «Basta con la distruzione di lavoro, salari, diritto, scuola, servizi pubblici». E’ un discorso frutto di una dinamica sociale che ancora non ha incorporato – né poteva farlo prima – la dimensione e le conseguenze sociali della crisi.

Ma di questo si comincerà a parlare da domani. Si va, e un cielo carogna comincia a mandar pioggia. Prima a dirotto, poi intermittente, ma senza mai smettere fin quando l’ultimo cordone di corteo non sarà arrivato a SanGiovanni. C’è un attimo di incertezza. Molti – tra lavoratori, studenti emaestre d’asilo – sono in piazza per la prima volta. Poi vedi che le maestrine sono veramente previdenti: in un attimo tirano fuori centinaia di mantelline, coprono al volo i bambi e via a sguazzare sotto l’acqua contro «la strega Gelmina». Viene sommersa dagli applausi una signora che porta un cartello davvero puntuale («Ci pisciano addosso, ma il governo dice che piove»). I più «maturi» e atei inveiscono alla loro maniera, massaggiandosi le giunture doloranti. Ma si va. Ai ragazzi dei licei non sembra fare effetto; saltellano cantando «Bella ciao», come ci fosse il sole. Ai vigili del fuoco, ovviamente, il clima non fa né caldo né freddo. Da dietro entrano quelli del «Blocco precario metropolitano» che avevano occupato i binari della stazione Termini, offrendo la colazione ai passeggeri preoccupati di perdere il treno (molti, peraltro, erano stati cancellati per lo sciopero). Un ragazzo smentisce chi dice che certe parole non hanno più senso, sbandierando il suo cartello «il nero è di classe».

E non parla di moda. Sarà perché i sindacati di base sono apertamente di sinistra, sarà perché è un bel colore, anche questo fiume di gente scorre sotto un manto di bandiere rosse. Fregandosene dei consigli pelosi di chi consiglia di farne a meno. Il segretario di Rifondazione, Paolo Ferrero, viene accolto nella prima fila e si fa tutta la strada come gli altri. Altri volti noti dei partiti ora extraparlamentari appaiono già al momento della partenza (Rizzo del Pdci; Musacchio, Sentinelli, Boghetta del Prc; Marco Ferrando, Gigi Malabarba e molti altri di Sinistra critica). Inutile cercare l’ombra del Pd. Ma la piazza è di chi lavora, oggi. In una macchia gialla si presentano invece i dipendenti di Ikea. Si spiegano con la stessa sintetica rapidità con cui sono costretti a lavorare: «Subiamo ricatti continui, a decine sono assunti tramite agenzie interinali con contratti a due giorni; poi abbiamo stagisti dalla Regione, formazione zero e otto ore di lavoro; una marea di contratti a tempo rinnovati da anni; alle cassiere viene vietato di partecipare alle assemblee sindacali, chi è iscritto a qualche sindacato viene comandato per turni spezzati, in orari assurdi, permassacrarti la vita». Uno ricorda che «il fondatore di Ikea, era uno svedese collaborazionista dei nazisti; l’imprinting deve essere rimasto anche nei successori».

Nella i scuola i Cobas hanno il loro regno, ora molto rivitalizzato. Striscioni e bandiere sono davvero tanti, e si vede anche che in diverse utility (Telecom), servizi, fabbriche, questa presenza si è ormai consolidata. Imponente lo spezzone Cub, con una presenza massiccia del pubblico impiego (dall’Inps all’agenzia delle entrate, passando per praticamente tutti i ministeri e un profluvio di enti locali) e nei trasporti locali. Applausi per le centraliniste precarie di Legnano, diventate famose per una strip conference e invitate ad Anno zero solo la sera prima (masono ancora fuori dal lavoro). Anche l’Sdl ha ormai una presenza diversificata,ma il blocco dei dipendenti Alitalia non può certo passare inosservato, con tutti quegli steward e hostess in divisa, impeccabili, di fianco a ragazzotti coi dreadlocks.

E’ un fatto sociale e politico enorme. Se così tanta gente si prende così tanta acqua con così tanta allegria, vuol dire che sotto c’è sostanza e ragioni vere. Senza l’acqua sarebbero stati certo più degli oltre 300.000 che tutti gli riconoscono (ma la cifra di 500.000 non sembrerebbe un’esagerazione), ma proprio le avversità meteo ingigantiscono la forza di questa prova. Gli stessi organizzatori non si attendevano un successo simile, anche se erano certi di una partecipazionemolto più alta del solito.Molta di questa gente non è iscritta a questi sindacati, magari ha in tasca la tessera della Cgil. Un infermiere lo spiega con molta chiarezza: «non ne possiamo più e non vediamo una lira, era semplicemente ora di muoversi». O anche uno slogan che riscuote subito successo: «se qualcosa volete cambiare, dai vostri stipendi dovete cominciare».

Questo corteo ammazza parecchi luoghi comuni, nessuno innocente. Il principale è quello del «conflitto generazionale », dei giovani a basso salario e precari perché i vecchi sarebbero «troppo garantiti». Quei tanti volti di ultraquarantenni certificano che la precarietà è una condizione universale pervasiva; e che la riduzione di diritti e salari per chi sta un po’ meglio (assunzione a tempo indeterminato e un salario garantito da un contratto nazionale, nulla di più) non comporta affatto un miglioramento per chi chi sta peggio. Anzi, i precari sono ulteriormente danneggiati (basta guardare a quel che vuol fare Brunetta nel pubblico impiego).

Il secondo luogo comune spazzato via riguarda l’universo valoriale: cos’è «nuovo» o «vecchio», nel bel mezzo della crisi? Da oggi c’è un nuovo soggetto sindacale e sociale con cui fare i conti. Lo sanno per primi i sindacati di base, fin qui frammentati e prigionieri di una condizione di minorità che ha sedimentato dei decenni anche un’attitudine minoritaria. C’è un salto di paradigma da fare, ma alcune premesse – il radicamento sociale – cominciano ad esserci.


I tempi moderni della precarietà
Sara Farolfi

Piove che dio la manda, a piazza san Giovanni, ma Francesco sembra incurante con quel cartello a pettorina, «adotta un precario», con cui se ne va in giro. La coda del corteo è ancora indietro, il gruppo di compagni già disperso e diluito nella lunga e festosa coda che attraversa il centro di Roma. Ventisette anni, dipendente precario del ministero della salute che fu (oggi accorpato a quello del welfare), non è iscritto a nessun sindacato ma dice: «Ci tagliano il salario accessorio, che sono circa 4 mila euro all’anno, che senso ha andare amanifestare per il rinnovo del contratto, 7 euro in più al mese?». Laureato (in veterinaria), ma inquadrato come diplomato, «e passi ». Un contratto a termine in scadenza, «di stabilizzazione non se ne parla, e passi persino questo». «Ma ora c’è il rischio concreto, con il decreto Brunetta, che non ci rinnovino il contratto».

«Siamo in centinaia - dice Francesco sotto l’acqua - gli uffici si basano su di noi e da noi dipendono i controlli sulle merci alimentari, che fine faranno?». Con 1180 euro al mese, ilmutuo è riuscito a ottenerlo solo grazie a un po’ di ’welfare familiare’: «Tutti pensano che il salario accessorio sia una cosa da straricchi, non è vero, noi ci campiamo, e c’è chi con quei soldi che arrivano una volta all’anno ci paga le rate del mutuo». Storie di ordinaria precarietà, è questa la cifra dei ’tempi moderni’.

Inascoltata dai più, ieri intercettata dallo sciopero generale. Precarietà a trecentossanta gradi, del lavoro, del salario, della vita. Dal pubblico impiego all’industria e ai servizi passando per la scuola, niente si salva. E non si tratta solo di giovani, non è questione generazionale la precarietà. Dalla Calabria, dalla Puglia e dal Lazio, è arrivato un gruppo di lavoratrici socialmente utili (lsu). Tutte sulla cinquantina, ne hanno fin sopra i capelli e non la mandano a dire: «Sono dodici anni che lavoriamo in nero per gli uffici comunali, 500 euro al mese e zero contributi, dodici anni che lo diciamo, che lo denunciamo, e nessuno che si sia mai preso la briga di ascoltarci». Inutile cercare di saperne di più, si allontanano in men che non si dica.

Lorenzo fa il giardiniere a Genova, ha 27 anni, una tessera Flai Cgil in tasca, e vive di contratti trimestrali, la malattia pagata al 65% e senza ferie. Valeria ne ha 45 di anni, insegna mosaico nell’istituto d’arte di Civitavecchia e non ha dubbi: «I primi a saltare saremo noi, tanto l’arte è superflua al giorno d’oggi». Figuriamoci la ricerca, vero e proprio laboratorio di precarietà negli anni del blocco delle assunzioni. Pettorina verde addosso, i ricercatori precari degli enti pubblici arrivano in gran numero insieme alla coda del corteo quando a piazza san Giovanni è già spuntato il sole. Iss, Cnr, Isfol, Inran, Ispra e Istat - per citarne alcuni - «tutti nella stessa barca». «A luglio prossimo chiudiamo l’istituto », raccontano Stefano e Rosangela, 42 e 32 anni, ricercatori microbiologici all’Istituto superiore di sanità (Iss). Sono in mobilitazione da settimane - insieme agli altri istituti di ricerca - «macchè, da più di dieci anni ». «Ora c’è l’emergenza del decreto Brunetta sulla non rinnovabilità dei contratti precari dal primo luglio 2009, ma prima c’era stata la battaglia per la stabilizzazione, e prima ancora quella per avere un contratto a tempo determinato».

Chi ce l’ha, con l’aria che tira oggi, è persino fortunato. La ricerca in campo sanitario è affidata a 3000 ricercatori, 800 dei quali precari a vario titolo (tra contratti a termine, di collaborazione, a progetto, dottorati, borse e assegni di ricerca). Non vameglio alla ricerca in campo ambientale. E’ bastato un emendamento al governo per creare, con la finanziaria, l’Ispra (dall’accorpamento di tre enti: l’Apat, a cui spettano le valutazioni d’impatto ambientale, l’Icram, titolare della ricerca sul mare, e l’Infs, l’istituto di Bologna che fa ricerca sulla fauna selvatica). Anna, quarantenne, attivista Usi Rdb non ha dubbi: «E’ la deregulation del controllo ambientale». Un modo veloce per tagliare i costi, che anche all’Ispra rischia di scaricarsi sui 700 precari ’ereditati’ dai tre istituti preesistenti (il 50% del personale).

Tutti precari almeno da dodici anni, «il più ’giovane’ dei quali ha 36 anni». Per i colleghi dell’Isfol, la storia cambia di poco. Martina, che ha 40 anni ed è precaria da 13, è riuscita addirittura a fare due concorsi per entrare all’istituto che si occupa di formazione e mercato del lavoro. In entrambi i casi, per avere un contratto a tempo determinato.


da Liberazione - 18 ottobre 2008

A Roma la carica dei 500mila. E' iniziato l'autunno caldo

Milano, Firenze, Torino, Palermo, Cagliari, Venezia e Pisa. Mezza Italia si è mobilitata contro la riforma del ministro Gelmini. Nel capoluogo lombardo insegnanti e genitori della "Rete Scuole" hanno atteso il lungo corteo degli studenti in corso di Porta Romana. Accolti con un lungo applauso, i giovani hanno salutato l'altra parte della manifestazione: «Ragazzi salutate i nostri professori e tutti insieme combattiamo il decreto Gelmini». Il lungo corteo è arrivato davanti al Provveditorato agli Studi in via Ripamonti.

Alla manifestazione hanno partecipato trentamila persone. Singolare la protesta degli studenti del dipartimento di Matematica dell'università di Firenze i quali hanno trascorso alcune ore nel pomeriggio a chiedere simbolicamente l'elemosina agli automobilisti fermi davanti ai semafori vicini alla loro facoltà. Un gesto provocatorio, hanno spiegato, per dimostrare come si possono finanziare gli atenei italiani.

Sempre a Milano , è riapparso "San Precario": «Di primo mattino, lo abbiamo visto davanti all'Ambulatorio Medico Popolare di Via Transiti (T28) in attesa dell'ufficiale giudiziario che ha pensato bene di rinviare lo sgombero al 25 novembre. Verso le 9.30, lo abbiamo visto di fronte a Omnia, il call-center a cui Wind ha esternalizzato 275 lavoratrici. Improvvisamente, cogliendo di sorpresa le forze dell'ordine impegnate a seguire le manifestazioni di questa giornata intensa ed emozionante, il Santo ha fatto il suo burrascoso ingresso alla borsa di Milano, in Piazza Affari, cuore simbolico del capitalismo contemporaneo, dove il livello di sfruttamento dell'essere umano sull'essere umano trova la sua illusoria misura».

A Bologna è invece andato in scena un «pellegrinaggio anti-Gelmini» degli studenti delle medie superiori. In piazza Maggiore si sono inoltre tenute lezioni di greco a cielo aperto, per gli studenti del liceo classico Minghetti. Il tutto prima di un sit-in di protesta promosso da studenti universitari e delle scuole superiori con la partecipazione di ragazzi delle medie e di alcune scuole elementari. In Calabria si è costituita un'Assemblea permanente che ha occupato l'aula 8 della facoltà di Lettere e Filosofia e si è formato il Comitato Unical per opporsi alla legge 133/08, con estensione dello stato di assemblea permanente in tutte le altre facoltà.

A Napoli gli studenti delle scuole superiori si sono ritrovati in piazza del Gesù. A Palermo si è svolta una assemblea d'ateneo a cui hanno partecipato docenti e ricercatori. Poi Genova , dove hanno sfilato migliaia di persone con in testa bambini delle elementari e delle materne, seguiti da studenti, docenti e precari delle scuole e dell'università. A Torino è stata inoltre annunciata una "notte bianca all'università" per dire no alla riforma del ministro Mariastella Gelmini. La vera novità è però una due giorni di mobilitazione a Palazzo Nuovo, sede delle facoltà umanistiche che martedì notte rimarrà aperta fino al mattino con aperitivi, animazione, concerti e con ospiti a sorpresa. D.V.

 
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