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Uno sciopero per la scuola PDF Stampa E-mail
mercoledì 15 ottobre 2008

da www.estense.com

Vorrei spiegare perché un'insegnante di scuola primaria, iscritta Cgil, aderisce allo sciopero indetto per venerdì 17 ottobre dai Cobas, dai Cub e Sdl intercategoriale. Perché forse venerdì 17 il decreto Gelmini non sarà ancora legge come invece potrebbe già esserlo il 30 ottobre, giorno previsto per lo sciopero dei sindacati confederali, già con qualche distinguo da parte della Uil.

La mia impressione è che all'interno della scuola dell'obbligo non si sia ancora pienamente compresa la svolta autoritaria che la conversione del decreto in legge comporterà, al di là del dato di fatto del taglio di posti. Che la categoria degli insegnanti non goda della massima stima della società è arcinoto, si salvano forse un po’ le maestre e sottolineo maestre, dato che il 98% delle addette è di sesso femminile.

Ma se non l'hanno capito ancora tutte e tutti gli insegnanti la responsabilità ricade indubbiamente su un sindacato, mi riferisco ai confederali, che in questi ultimi dieci anni, di fronte al succedersi di riforme o proposte di riforme, non ha mai osato fare fronte comune per porre alcune condizioni non negoziabili. Questo perché ogni volta uno dei tre sindacati si trova a fare i conti col "fuoco amico", che sappiamo, non risparmia vittime sul campo.

Faccio l'insegnante da 12 anni e ogni anno ho dovuto modificare formule di comportamento senza che nella sostanza sia mutato alcunché nella didattica, anzi se qualcosa è mutato posso - a ragione - imputarlo al fatto che le insegnanti hanno fatto di necessità virtù e in proprio si sono attrezzate a far fronte ad un enorme ingresso di stranieri non alfabetizzati all'italiano, a situazioni sociali e familiari sempre più conflittuali, a mutamenti tecnologici vertiginosi, il tutto a fronte di una diminuzione continua e costante di risorse.

Mentre i governi si preoccupano di trovare fondi pubblici (soldi nostri) per salvare le banche artefici di speculazioni finanziare oltre ogni dire, alla categoria, ma soprattutto alla società, viene chiesto di rinunciare al suo patrimonio più importante per il futuro: la formazione delle nuove generazioni. A fronte di un progresso tecnologico che ha portato in dieci anni a saturare il mercato dei cellulari, le scuole dell'obbligo navigano a vista accontentandosi di computer di scarto, senza soldi per pagarsi sussidi didattici banali come un impianto hi-fi per classe, a volte senza fotocopiatore per non parlare dei laboratori o degli atelier.

Fare didattica in futura perfetta solitudine all'interno della propria aula chiusa alle altre agenzie educative territoriali, per mancanza di soldi e di personale (il rapporto per le uscite è di 1/15 mentre le classi sono in media di 20 allievi) è l'intento perseguito da una politica che mira a tenere le masse in un livello educativo funzionale agli interessi del capitale. Si vogliono programmare generazioni di consumatori e utenti docili, possibilmente sapientemente divisi per etnie in quanto più facilmente controllabili. Questo è il futuro che ci prospetta la signora Gelmini, vittima ella stessa di un sistema che prevede carriere precostituite a chi si adegua alla legge del più forte.

Per questo invito colleghe e colleghi, genitori e cittadini a far sentire la propria voce e ad opporsi a questa strategia, a partire dall'adesione allo sciopero del 17. A questo dovrà tuttavia seguire una resistenza passiva e nonviolenta che preveda la non applicazione delle misure previste dal decreto, così come coraggiosamente ha già fatto la direttrice della scuola Iqbal Masih di Roma, aprendo le porte della sua scuola al confronto tra genitori e insegnanti e dimostrando che un'altra scuola è possibile!

 
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