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mercoledì 15 ottobre 2008

MILANO Prof e studenti della Statale in agitazione

Giorgio Salvetti MILANO

Gli studenti uiniversitari milanesi hanno deciso di protestare contro il governo. E ieri il senato accademico della Statale ha recepito e rilanciato le loro richieste votando un documento contro i tagli del ministro Gelmini. Nel mondo universitario da anni si assiste ad uno strano fenomeno, la protesta negli atenei viene agìta prima da rettori, ricercatori precari e professori, e solo in un secondo momento dagli studenti, magari dai più impegnati o politicizzati, mentre la massa continua a subire e tacere. Almeno questo è lo scenario all’Università Statale di Milano che conta decine di migliaia di iscritti, dispersi in diverse facoltà e in tutta la Lombardia. Alcuni di loro nei giorni scorsi hanno occupato il rettorato e hanno consegnato una lettera al Magnifico Enrico Decleva, che è anche il presidente della Conferenza Nazionale dei Rettori, e che, in questa veste da tempo si batte contro l’iniziativa del governo.

La lettera era firmata da studenti del collettivo di Scienze politiche, Lettere e Filosofia, Giurisprudenza e Antropologia, dal collettivo AutArt di Brera, da gruppi della Bicocca e del Politecnico.

Dopo l’incontro gli studenti hanno appeso sul balcone del chiostro centrale di via Festa del Perdono uno striscione con la scritta «La loro università: baroni, affari e precarietà». Per ora gli studenti, più che prendersela con i «baroni », oltre che contro il governo, e prendersi direttamente la responsabilità e l’onere di lottare per una università diversa, si sono limitati a rivolgersi proprio alle autorità accademiche. In quella lettera hanno chiesto al Senato accademico di pronunciarsi contro i tagli. E ieri sono stati accontentati: il Senato accademico ha approvato una mozione che recita: «La normativa comporta effetti negativi per l’ateneo in particolare sui finanziamenti per la ricerca e le prospettive per i giovani e sulle condizioni retributive del personale tecnico e amministrativo». Gli studenti, inoltre, hanno anche chiesto all’ateneo di non aumentare le tasse e hanno invocato le dimissioni per protesta del rettore in caso non si ottenga il ritiro del dl Gelmini. Come dire, facciamo fronte comune con i prof e lasciamo loro l’iniziativa. Solo poi ci muoveremo. Un’ipotesi non del tutto remota. Gli studenti, infatti, hanno chiesto anche più autogestione e più spazio per sè e si sono spinti ad ipotizzare un blocco della didattica non «per chiudere l’università, ma, anzi per farla vivere». Oggi alle 14,30 nella sede centrale della Statale è prevista un’assemblea aperta dal titolo: «Occupiamoci della Statale». La occuperanno davvero? Quanti sono gli studenti della Statale disposti ad appoggiare un simile gesto di protesta? Staremo a vedere.

Da Torino fino a Palermo, tutta l’Università in assemblea

Alla Sapienza di Roma, dopo il corteo di ieri, sono previste per stamattina assemblee a Sociologia, a Economia e a Scienze politiche; quella di ateneo si fa giovedì a Lettere, venerdì l’adesione allo sciopero generale lanciato dai Cobas, obiettivo «il blocco immediato dell’anno accademico». Assemblea stamani anche a Pisa, e alla Federico II di Napoli, mentre all’Orientale, in agitazione da settimane, l’Assemblea "stop Gelmini" rilancia l’assemblea di Ateneo per il 22.

Stessa data per Torino, più un presidio il 28 davanti all’Unione Industriale dove è atteso il ministro Gelmini, la partecipazione allo sciopero generale dei sindacati del 30, e l’adesione alla notte bianca della scuola di oggi, quando iniziano anche le prime «lezioni a cielo aperto». A Firenze, gli Studenti di sinistra promuovono per giovedì lezioni universitarie in 14 piazze; Alla Statale di Milano gli studenti hanno presidiato ieri il rettorato e chiesto (invano) l’approvazione di un loro documento al senato accademico, che ha poi approvato una mozione contro gli «insostenibili » tagli.

A Palermo l’assemblea della facoltà di Lettere e Filosofia ha deliberato lo stato di assemblea permanente, e venerdì, in assemblea di ateneo, la facoltà proporrà un corteo per il 20, in occasione della prevista presenza in città del ministro. Infine a Bari proseguono le assemblee ieri a Lettere e Filosofia, oggi a Scienze politiche (dove saranno anche sospese le lezioni) ed Agraria.

Giù dalla cattedra

C’è un avviso al secondo piano della Facoltà di Lettere della Sapienza, davanti alla porta d’ingresso del dipartimento di storia contemporanea: «Il prof. Bevilacqua rinvia a data da destinarsi l’inizio delle lezioni per protesta contro la legge 133 che condurrà all’emarginazione l’università pubblica ». Il docente che lo ha affisso non è uno qualunque, è lo stesso che non più di una settimana fa ha dato il via alla petizione per bloccare l’inizio dell’anno accademico.

E che, firma dopo firma, è riuscito ad arrivare a quasi quota 5000. Colleghi, accademici, ricercatori, uniti contro il famigerato ex emendamento Brunetta, ora decreto Gelmini, che prevede, tra le altre cose, il taglio del 20 per cento in cinque anni del fondo di finanziamento ordinario, la possibilità per gli atenei di trasformarsi in fondazioni di diritto privato e il blocco del turn-over del personale docente che verrebbe attuato solo per un quinto dei posti rimasti liberi a seguito dei pensionamenti. Tra i firmatari del documento c’è un altro professore sempre del primoateneo capitolino, Roberto Antonelli, che è anche preside della facoltà di Scienze umanistiche.

Ma una firma non basta, e così ieri ha riposto la penna e ha preso il megafono: «Questa è una riforma da bocciare e deve essere ritirata. Non è né una riforma né una controriforma è un omicidio che ha per vittima l’università e la ricerca: stanno facendo cose tremende anche al Cnr». Un attacco frontale che ha trovato gli applausi degli studenti che ieri hanno manifestato all’interno della cittadella universitaria per poi ritrovarsi davanti agli uffici della presidenza e cominciare un’assemblea spontanea che chiede di «ufficializzare» il blocco della didattica. «Il sapere non è una mercanzia, Tremonti e Gelmini li spazzeremo via» e «non pagheremo la vostra crisi» gli slogan più gettonati.

C’è il placet di Antonelli, schierato con gli studenti non solo a parole: «Ho già invitato i docenti, con una circolare - ha detto - a valutare secondo il loro punto di vista l’opportunità di sospendere le lezioni e di discutere con gli studenti la situazione determinata dai tagli operati alle risorse dal governo». E la maggiorparte di loro sarebbe pronto fin da ora ad incrociare le braccia. Chi la pensa diversamente da lui è il preside di Lettere, Guido Pescosolido, che tutto vuole tranne bloccare la didattica nella sua facoltà. «Siamo di fronte - ha detto detto ieri rispondendo indirettamente al collega Antonelli - ad una mobilitazione che non mi sembra avere un grande riscontro di massa, perché la maggior parte dei ragazzi vuole seguire le lezioni ». Perciò il preside va avanti anche se con riserva, perché perfino il «duro» Pescosolido è costretto ad ammettere: «Il decreto deve essere oggetto di ridiscussione e di trattativa perché finora è stato un provvedimento imposto. Si tratta di un taglio duro e pesante, che avviene in modo uniforme, prescindendo da misure di interpretazione qualitativa, per cui alcuni settori scientifico-disciplinari potrebbero restare senza personale ».

Anche a Napoli c’è aria di mobilitazione tra i professori universitari. Ne è convinta LuigiaMelillo, responsabile dell’Associazione professionale universitaria e docente di Bioetica all’università Orientale. I motivi sono sempre gli stessi: «Questo governo sta sempre più mortificando la funzione pubblica delle università italiane» e concentrando gli sforzi «solo sulla volontà di privatizzarle e trasformarle in fondazioni». Così sono in molti, tra i suoi colleghi, che starebbero valutando la possibilità di fermarsi per un po’ «a riflettere». Perché «in queste condizioni - aggiunge Melillo - per quale motivo, senza possibilità di carriera o di incremento di stipendio, un ricercatore o un docente universitario dovrebbero continuare ad accettare di prendere dei corsi in affidamento? Il malcontento è alto, tutte le sigle sindacali sono d’accordo e per questo - continua la titolare della cattedra di Bioetica -, si sta cercando di organizzare per i primi di novembre una protesta nazionale». Aspettando che il fronte del no aumenti ancora tra i docenti, ieri all’Orientale l’assemblea "Stop Gelmini" ha interrotto il normale svolgimento del senato accademico consegnando ai presenti una lettera aperta in cui chiedono le dimissioni del rettore, l’annullamento dell’inaugurazione dell’anno accademico e il blocco della didattica a tempo indeterminato.

A Torino, invece, un centinaio tra universitari, ricercatori e docenti aderenti all’assemblea "No Gelmini" si sono ritrovati ieri nell’atrio di Palazzo Nuovo per fare il punto della situazione della mobilitazione in città e per fissare le prossimedate. L’appuntamento più corposo dovrebbe essere l’assemblea di ateneo prevista per il 22 ottobre. Ma è tutto il Belpaese accademico ad essere in fibrillazione. Assemblee, manifestazioni, occupazioni, blocchi ma non solo. Perché c’è chi le lezioni le svolge regolarmentema preferisce i parchi pubblici o le piazze alle aule universitarie, come accade da giorni a Palermo e a Firenze.

Una pioggia di adesioni, tra fiaccolate, feste e cortei

Adesioni a valanga per questo «giorno e notte» della scuola.

BRESCIA, il Comitato difesa scuola pubblica annuncia almeno 3 occupazioni.

GENOVA, manifestazioni a Pontedecimo e Polcevera (all’ingresso e uscita da scuola e alle 15 presso l’Ic Bolzaneto).

MILANO, iniziative da pomeriggio a notte all’Ic Parco Trotter, cena docenti e genitori al Riccardo Massa, e ancora feste, dibattitti, proiezioni in diversi istituti e una fiaccolata alle 19 a piazza del Gesù. Tante fiaccolate, parate, cortei e cene autogestite anche a ROMA, e «con possibile finale di qualche scuola occupata».

A TORINO, iniziative in 25 scuole tra cui la primaria Manzoni: dalle 16.30 Nutella party, laboratori, cena, musica e spettacoli.

VENEZIA, asseblee e iniziative alla scuola Diaz e in cinque istituti del circolo S.Girolamo.

PADOVA, assemblea di tutte le scuole alle elementari Rosmini.

BOLOGNA. Nella città che ha rilanciato la notte bianca di oggi la festa più grande. Si va dai laboratori artistici con clown e trampolieri alle danze afro. Sono annunciate esibizioni di musicisti, cantanti e attori, con narrazioni e concerti, anche all’aperto. In programma anche partite di basket, lezioni di aerobica, letture di poesie e un concorso sul miglior slogan per la scuola pubblica. E ancora, fiaccolate e mangiate di pizza e castagne. Diversi i cortei da un istituto all’altro (una ventina quelli coinvolti) con accompagnamento di bande e percussioni, e numerosi gli appuntamenti anche in provincia e nelle scuole superiori.

SCUOLA In centinaia di istituti la «notte bianca» di docenti e genitori

Il No Gelmini day si moltiplica e si prolunga. È una corsa contro il tempo, quella intrapresa dal mondo della scuola per fermare la conversione in legge del decreto Gelmini che ieri è approdato alla commissione Istruzione del senato dopo essere stato licenziato a colpi di fiducia dalla camera. E se le giornate non bastano più a contenere le iniziative di protestamesse in piedi – soprattutto nella scuola primaria – senza interrompere la didattica, ci si prende anche la notte.

Oggi, perciò, è il primo dei No Gelmini days & nights, un’iniziativa inizialmente lanciata dal coordinamento romano «Nonrubateci il futuro» (cartello che riunisce nella capitale più di 80 istituti) ma fatta propria e rilanciata contemporaneamente in decine di città italiane. E dopo il crepuscolo, al via le Notti Bianche.

Almeno nove fiaccolate a Roma, con presidi, assemblee e cortei che si snoderanno sui territori di quindicimunicipimetropolitani; una decina di manifestazioni a Milano; eppoi Brescia, Castrovillari, Genova, Venezia, Napoli, Torino, Perugia, Parma, e Firenze, dove ieri sono state occupate una trentina di sedi scolastiche, tra licei e istituti tecnici.Maè la «dotta » che si aggiudica la palma giornaliera della protesta, soprattutto quella notturna: decine le iniziative organizzate dall’«Assemblea genitori e insegnanti» in altrettanti punti della città, con laboratori artistici, concerti e performance che intratterranno i bolognesi durante la lunga «Notte Bianca per la scuola pubblica ».

Una risposta, quella di Bologna alla controriforma voluta dal ministro Tremonti ed eseguita dalla titolare dell’Istruzione, talmente netta che non poteva rimanere inascoltata almeno dalle istituzioni locali. E infatti ieri il consiglio comunale ha approvato amaggioranza un ordine del giorno che chiede al governo di ritirare il decreto e esorta «tutte le forze politiche ad adoperarsi perché la discussione sulla scuola non avvenga per decreto, svuotando il Parlamento del ruolo e dimostrando una gravemancanza di rispetto alle istituzioni democratiche del nostro Paese». Poche ore dopo anche il presidente della regione Emilia- Romagna, Vasco Errani, si schiera contro i provvedimenti della ministra che minacciano di chiudere i plessi scolastici con meno di 50 alunni iscritti, inseriti nella legge 133 (approvata ad agosto) e nel decreto legge 154 appena varato. Come aveva già fatto qualche giorno fa la Toscana, anche Errani annuncia il ricorso alla Corte costituzionale: «Non è una riforma - attacca il governatore - è un atto grave da parte del governo che interviene direttamente sulle competenze delle regioni e degli enti locali e a cui le regioni risponderanno con determinazione».

E se il presidente dell’Emilia-Romagna sembra giustificarsi con un «è il governo che ha deciso il conflitto», Cisl e Uil ancora ieri minacciavano lo sciopero generale (indetto evidentementemalvolentieri una settimana fa insiemeaCgil, Gilda e Snals) se l’esecutivo «non farà nulla da qua al 30 del mese», «soprattutto per quanto riguarda contratti e retribuzioni». Tutt’altra grinta caratterizza invece la protesta dei coordinamenti di base composti da insegnanti genitori e studenti. «Non siamo conservatori – argomenta uncomunicato del cartello romano – una riforma della scuola è necessaria, ma non così: tagliano i fondi, tagliano le ore e rifiutano qualsiasi confronto, in Parlamento e nel Paese». E l’Assemblea bolognese aggiunge: «Stiamo assistendo ad un'enorme presa di parola collettiva che impone all'attenzione di tutti l’istruzione pubblica come bene comune».Mille voci che si alzeranno oggi per chiedere semplicemente alla ministra Gelmini di fermarsi. E di tornare sui banchi di scuola.


da repubblica.it - 15 ottobre 2008

Classi ponte per alunni stranieri Sì della Camera a mozione Lega

ROMA - Classi "d'inserimento" per bambini extracomunitari. La Camera ha approvato la mozione della Lega Nord in materia di accesso degli studenti stranieri alla scuola dell'obbligo. Il testo, approvato dopo un infiammato dibattito, è passato con una diversa denominazione: non più "classi ponte", così come originariamente indicato nella mozione presentata dal leghista Roberto Cota, ma la nuova denominazione che parla, appunto di "classi di inserimento". E' stato il vice capogruppo vicario del Pdl alla Camera, Italo Bocchino, a proporre di cambiare il nome all'oggetto per "rendere più evidente l'obiettivo della proposta, ossia l'integrazione degli studenti".

Per Piero Fassino si tratta invece di "una regressione culturale prima ancora che politica", "e non solo produce un principio di discriminazione ma, e questa è la cosa più grave, discrimina tra i bambini e i più piccoli, che è la cosa più abbietta". Il testo della maggioranza è passato con 256 sì, 246 no e un astenuto. Bocciate le mozioni dell'opposizione. Il testo approvato a Montecitorio impegna il governo a "rivedere il sistema di accesso degli studenti stranieri alla scuola di ogni ordine e grado, favorendo il loro ingresso, previo superamento di test e specifiche prove di valutazione".

"Favorendo", dunque, e non più "autorizzando" come si leggeva nel testo originario: una modifica sostanziale che sottolinea il valore non selettivo della norma. A chi non supera i suddetti test vengono messe a disposizione le "classi ponte che consentano agli studenti stranieri di frequentare corsi di apprendimento della lingua italiana, propedeutiche all'ingresso degli studenti stranieri nelle classi permanenti".

La mozione impegna inoltre il governo "a non consentire in ogni caso ingressi nelle classi ordinarie oltre il 31 dicembre di ciascun anno, al fine di un razionale ed agevole inserimento degli studenti stranieri nelle nostre scuole". Infine, si prevede "una distribuzione degli studenti stranieri proporzionata al numero complessivo degli alunni per classe, per favorirne la piena integrazione e scongiurare il rischio della formazione di classi di soli alunni stranieri", oltre che "nelle classi ponte, l'attuazione di percorsi monodisciplinari e interdisciplinari, attraverso l'elaborazione di un curriculum formativo essenziale, che tenga conto di progetti interculturali, oltre che dell'educazione alla legalità e alla cittadinanza".

 
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