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La grande crisi morde il paese PDF Stampa E-mail
sabato 11 ottobre 2008

da il Manifesto - 11 ottobre 2008

Lo dicono le statistiche ufficiali e, soprattutto, i segnali che arrivano dagli osservatori territoriali. Fiat raddoppia la cassa integrazione, alla Antonio Merloni, nel settore degli elettrodomestici, sono a rischio circa 4mila posti di lavoro, senza contare l’effetto a catena sull’indotto. Nel commercio e nel terziario le cose non vanno meglio, anzi.

La crisi morde, e in Italia è crisi dell’economia reale. La cassa integrazione (tra ordinaria e straordinaria) è aumentata, nel periodo gennaio-agosto 2008 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, del 9% (dati Cgil). «E il dato che colpisce è che per la prima volta nessun settore ne è esente», dice Susanna Camusso, della segreteria Cgil. Crisi della domanda (determinata da salari che sono i più bassi nella classifica dei trenta paesi Ocse) che rallenta la produzione di beni di consumo. Dell’industria manifatturiera che in gran parte lavora per il mercato interno. E crisi del credito che spinge le banche a stringere senpre più i cordoni della borsa,mettendo alle strette le imprese, soprattutto quelle che fanno investimenti. Una crisi, ancora, che si vede certamente più al nord del paese, nelle zone più industrializzate, ma che rischia di avere conseguenze ancora più pesanti nel mezzogiorno, dove i ritardi sono strutturali.

Prendiamo i dati sulla produzione industriale diffusi ieri dall’istituto nazionale di statistica (Istat). Ad agosto la produzione industriale ha registrato, rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, una caduta del 5,3% (il dato è corretto per i giorni lavorativi). Se consideriamo invece il periodo gennaio-agosto, la flessione quest’anno, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, è stata pari all’1,9%. Per quanto riguarda settembre, trattandosi di un mese lavorativo, i dati diffusi dal centro studi Confindustria sono ancora più foschi, con una caduta del 2,3% rispetto ad agosto (quando comunque si era registrata una crescita dell’1,4% rispetto a luglio).

Nel terzo trimestre dell’anno si conferma dunque uno scenario recessivo per l’industria italiana, con una contrazione dello 0,9% dell’attività sul secondo. E le prospettive non sono certo incoraggianti a guardare i dati sugli ordinativi (che danno la misura della produzione dei prossimi mesi) che crollano in settembre del 2,4%. Il deterioramento degli indici qualitativi - conclude Confindustria - prefigura un quarto trimestre ancora molto critico. Le conseguenze, si pensi solo all’aumento della cassa integrazione (cig) che comporta una ulteriore decurtazione dei già magri stipendi italiani, sono evidenti. E rischiano di alimentare un circuito vizioso in cui la crisi produce crisi a sua volta.

Colpiti, sono tutti i settori. I dati della Cgilmostrano, nel periodo tra gennaio e agosto, un aumento della cassa integrazione del 9% su base tendenziale. Colpiscono però i dati per settore di attività. Nel comparto del legno l’aumento è stato pari al 147%, al 40% per gli ’alimentari’, al 22% per il settore chimico, 29% per ’pelli e cuoio’, e addirittura al 99% per il commercio. Osservando la distribuzione territoriale salta all’occhio il dato delle Marche dove il ricorso alla cig ha segnato un +148%; in Lombardia la cig è cresciuta del 14%, del 46% nel Veneto, del 43% in Emilia Romagna, del 34% in Puglia e del 38% in Sardegna. In una regione come la Lombardia, che ha nel suo territorio il 20% delle imprese manifatturiere e il 31% di quelle a media dimensione e dove più della metà dei lavoratori dipendenti (2,7milioni) è occupata nel commercio e nel terziario, la Cgil stima in 200-250 mila i posti di lavoro a rischio. Ad essere colpiti, come sul territorio nazionale, tutti i settori.

Dalla meccanica (Iveco, Riello, Innse, Mivar, Sogefi) al tessile, all’elettrodomestico (a Lecco ha chiuso i battenti la Riello, l’azienda del presidente di Confindustria Veneto), al commercio (dove la crisi dei consumi si fa sentire nei supermercati e nelle grandi catene come Unieuro, Block Buster, Auchan), fino ai trasporti (con la crisi Alitalia che coinvolge oltre 900 lavoratori Sea, oltre a 250 dei servizi di ristorazione e pulizie) e alle telecomunicazioni (Telecom e i 5 mila esuberi). «La preoccupazione è che a questa situazione si sommi il portato della crisi finanziaria - dice Susanna Camusso - Perché la capitalizzazione delle imprese si va riducendo e la crisi delle banche mette in questione la liquidità e quindi la capacità per le imprese stesse di fare investimenti ». Secondo la segretaria confederale Cgil, «arrivano i segnali di una nuova, grande, ondata di ristrutturazione dell’industria».

 
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