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La crisi mondiale della finanza PDF Stampa E-mail
mercoledì 08 ottobre 2008

Uragano in Borsa, Asia a picco

Da Lastampa.it

La Fed apre sui tassi NEW YORK Caduta senza freni delle quotazioni alla Borsa di Tokyo. L’indice Nikkei dei 225 titoli guida alle 14.02 locali (le 7.02 in Italia) ha perso 715,10 punti, pari al 7,04 per cento, posizionandosi a quota 9.440,80 punti.Wall Street ha vissuto un’altra pessima giornata e ha chiuso con un tonfo che ha portato le perdite del Dow Jones a quasi 900 punti in due giorni. Il Dow Jones ha chiuso al livello più basso degli ultimi cinque anni. Alla fine della seduta a Wall Street, il Dow Jones ha ceduto 508,88 punti (-5,11%), a quota 9.447,11 punti, mentre il Nasdaq è arretrato di 108,08 punti (-5,80%), a 1.754,88 punti. In calo anche lo S&P 500, che è sceso di 60,66 punti (-5,74%), a 996,23 punti. Le decisioni prese dalla Fed per rinvigorire il mercato del credito non sono state sufficienti per calmare gli investitori. Nel corso della giornata il presidente Bush ha parlato con Berlusconi, Brown e Sarkozy. Il presidente della Fed Ben Bernanke, in un discorso pronunciato a Washington, ha detto che la crisi finanziaria potrebbe prolungare le difficoltà economiche in cui si trovano gli Stati Uniti, e che la banca centrale americana potrebbe prendere decisioni in merito. Queste parole sono state viste come un chiaro segnale della disponibilità della Fed a tagliare di nuovo i tassi di interesse, forse già dalla prossima riunione di fine ottobre. Nel pomeriggio europeo il Presidente americano George W. Bush ha discusso la crisi finanziaria mondiale con i leader di Francia, Regno Unito e Italia, sottolineando la necessità di una cooperazione. Il Fmi prevede Italia e Gb in recessione nel 2009; con il Pil dell’Italia in calo dello 0,2%. - Borsa/ Tokyo in caduta libera: Nikkei -4,54% a metà giornata I governatori della Federal Reserve - la Banca Centrale americana - hanno preso in considerazione possibili tagli ai tassi d’interesse se la turbolenza del settore finanziario continuerà a colpire l’economia statunitense. È quanto si legge nelle minute del Fomc, il braccio di politica monetaria della Federal Reserve, relative alla riunione dello scorso 16 settembre, quando i tassi sui fed funds e il tasso di sconto furono lasciati invariati rispettivamente al 2% e al 2,25 per cento. «Con un rischio sostanziale di diminuzione della crescita e il persistere del rischio di aumento dell’inflazione i membri hanno ritenuto che lasciare invariati i fed funds in questo momento bilanci adeguatamente il rischio», dicono le minute. «Alcuni membri hanno enfatizzato che le intensificate turbolenze finanziarie hanno portato ad un significativo peggioramento delle previsioni di crescita, e una risposta potrebbe essere necessaria; tuttavia, una tale risposta non è stata necessaria in questo meeting», si legge nelle minute. Per quanto riguarda l’andamento dell’inflazione le minute dicono che «la possibilità che l’inflazione `corè non si attenui come previsto è ancora una preoccupazione significativa». Tuttavia i partecipanti agli incontri di settembre sono sembrati relativamente ottimisti. «Varie misure delle aspettative di inflazione sono diminuite dall’ultimo meeting, e l’aumento nominale degli stipendi ha continuato ad essere moderato».

 

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IL CRAC • Nuove misure a favore delle banche. Bush convoca un G8 straordinario Niente ferma la paura

Da Il Manifesto dell’8 Ottobre 2008

Francesco Piccioni

In tempi di crisi bisogna risparmiare. Si potrebbe cominciare con la chiusura del Fondo monetario internazionale (Fmi), ente costoso e – nella sua storia – più dannoso che inutile. Specie per i paesi in via di sviluppo, forzati a seguirne le catastrofiche ricette (l’Argentina su tutti). Oggi veste il basso profilo e ammette di non aver capito la «magnitudo» della crisi scatenata dal crollo dei mutui subprime, 14mesi fa. Ma non perde il vizio di dettare ricette, peraltro sempre meno ascoltate. In soli sei mesi ha dovuto rivedere del 50% – al rialzo – le stime sulle perdite bancarie: dai 945 miliardi che sembravano un’enormità in aprile ai 1.400 di ieri. Colpa del «contagio» sui mutui di prima qualità, sulle obbligazioni emesse dalle società, dell’aumento dei tassi interbancari. Le «forze di mercato», per una volta, non vengono angelicate; sarà perché «hanno scatenato un processo di aggiustamento disordinato e veloce» – il panico, in volgare – «che ha costretto le autorità a usare i bilanci pubblici per riportare ordine».Ma nemmeno questo statalismo asimmetrico, che per salvare le banche affonda l’economia reale, è ora efficace. Colpa della «magnitudo», è evidente. Soltanto le autorità statunitensi hanno messo in campo, nelle ultime settimane, interventi per oltre 1.100 miliardi di dollari: 850 per il bailout votato dal Congresso, 200 per la nazionalizzazione di Fannie Mae e Freddie Mac, 85 per quella di Aig. L’8% del pil Usa, non bruscolini. Senza neppure calcolare le «iniezioni di liquidità» (prestiti a tassi scontati) che Federal Reserve e Bce (e altre banche centrali) stanno praticando da 14 mesi a ritmo quasi quotidiano. Nulla sembra fermare l’ondata delle vendite su tutti i mercati, a qualsiasi prezzo, svalutando così patrimoni colossali. Il blocco del credito comincia a trasferirsi sull’economia reale, perché le banche chiedono indietro i vecchi prestiti, anziché erogarne di nuovi. Su scala globale questo significa il fallimento o la svalutazione o la riduzione delle attività per centinaia di migliaia di imprese. La mancata partenza di altrettante. E milioni di posti di lavoro in meno. Se n’è accorta anche Confindustria, che tramite la presidente, Emma Marcegaglia, ha organizzato un incontro con le principali banche italiane (il 17 ottobre) per «chiedere loro di non far mancare il credito in un momento come questo». Il Fmi calcola anche che il 40% della catastrofe avrà come epicentro l’Europa. Curiosamente, tutti i governi continentali continuano a ripetere il mantra tremontiano: «non siamo più protetti degli Usa». Sarà. Ma intanto l’Islanda, per evitare la bancarotta, ha dovuto chiedere 4 miliardi di euro alla Russia (che ha concesso anche un credito di 26,7miliardi di euro alle banche nazionali). Una banca islandese in Inghilterra – la Ice Save – ha congelato i conti dei clienti: 350.000, per un totale di 4,5 miliardi. Se dichiarerà insolvenza lo stato nordico rimborserà le prime 16.300 sterline di ogni conto; il resto, fino a 50.000, è carico degli inglesi. Le banche britanniche, invece, hanno chiesto l’intervento del governo perché metta mano rapidamente a un pacchetto di aiuti (almeno 15 miliardi di sterline). Uno studio di Chatam House – rispettabile istituto scientifico – ritiene che l’approvvigionamento di cibo potrebbe diventare a rischio, a causa dei costi energetici, dei cambiamenti climatici e della crisi finanziaria. Sotto esame le politiche neoprotezioniste sugli alimenti, ma per pretendere dall’Inghilterra un atteggiamento analogo. Anche i «paesi emergenti», fin qui al riparo, cominciano a «essere esposti». Se ne sono accorte le borse arabe, che ieri hanno subito perdite colossali, dal 6% di Dubai al 16% del Cairo. La caduta del prezzo del petrolio (causa recessione già in atto) si è accompagnata a quella del settore immobiliare. La Fed, prima dell’apertura di Wall Street, ha cavato dal cappello un’altra magia: un fondo per acquistare commercial paper – uno strumento molto usato dalle aziende per finanziamenti a brevissimo termine – non più accettati dai fondi monetari. Un ennesimo strumento per impedire il prosciugamento del mercato del credito; e dare un po’ di fiato alle imprese produttive. La borsa Usa ha brindato alla decisione per circa un’ora. Poi la durezza dei dati provenienti da tutto il mondo ha preso il sopravvento e gli indici sono finiti rapidamente sotto la parità. L’intervento di Ben Bernanke, che «apriva» a prossimo un ribasso dei tassi di interesse, otteneva l’effetto opposto al desiderato, perché non nascondeva i rischi per la crescita economica. Ad un’ora dalla chiusura il Dow Jones perdeva il 2,7%, il Nasdaq era a -3,4. Nel frattempo i leader del G8, forse consapevoli di star aggravando la situazione con interventi scoordinati e privi di visione sistemica, si sono messi in contatto per convocare un vertice straordinario. L’ultima vetrina per un Bush indicato da tutto il mondo come primo responsabile del disastro in corso.

 
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