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Senza Epifani, grida la cara Emma PDF Stampa E-mail
giovedì 02 ottobre 2008

dal Manifesto - 2 ottobre 2008

«Non condividiamo la proposta di Confindustria», punto. «Confindustria ha sciolto molti nodi, c’è un avanzamento molto forte che ci fa vedere quasi integralmente l’impianto conclusivo», secondo punto. «La trattativa è praticamente conclusa, dobbiamo stendere il documento finale. Sui temi fondamentali siamo d'accordo, si tratta di trascriverli in un documento», terzo punto.

L’unità sindacale vacilla pericolosamente, il primo punto è del segretario della Cgil, Guglielmo Epifani; il secondo di Raffaele Bonanni, numero uno della Cisl; il terzo del segretario Uil, Luigi Angeletti. Conclusione della presidente di Confindustria, Marcegaglia, «la cara Emma» per usare le parole di Bonanni: «Valuteremo l’ipotesi di una firma senza la Cgil». Potrebbe sembrare un fatto doloroso, un arretramento nel terreno dell’unità sindacale, ma pur sempre un fatto normale. Non lo è, perché in discussione non è un semplice accordo né un importante contratto di categoria: si sta parlando di riformare il sistema contrattuale italiano, le regole fondamentali che dovrebbero governare l’intero regime delle relazioni sindacali. Si può fare una tale rivoluzione, senza e contro il sindacato più rappresentativo che è la Cgil? Guglielmo Epifani è arrivato all’incontro sindacati-Confindustria con un mandato chiaro e unanime del suo direttivo: questo tavolo negoziale non ha più ragion d’essere e la proposta (che la Marcegaglia aveva presuntuosamente chiamato «ipotesi di accordo») padronale non è una base di confronto. Anche perché non ha senso pensare a un accordo che non coinvolga tutti i soggetti in campo, a partire dal governo. Un accordo con i soli «grandi» industriali finirebbe per sancire la fine del valore universale dei contratti, separando grande e piccola industria, artigianato, commercio, pubblici e privati. Ognun (lavoratore) per sé, governo e padroni per tuttimatrattati separatamente, meglio ancora individualmente. E questo Epifani ha spiegato, con educazione, ai suoi interlocutori, specificando che lemini-modifiche approntate da Confindustria non sono neanche pannicelli caldi. Per esempio, aver bonificato l’inflazione «soltanto» dagli aumenti dei costi energetici ribadisce che quei costi vanno pagati tutti dai lavoratori, costretti a mettere le mani due volte al portafogli, nella spesa e nei salari. E ribadire che invece di rivalutare gli stipendi di tutti si vorrebbe procedere alla detassazione degli aumenti legati per intero alla produttività al secondo livello contrattuale - praticamente un «lusso» a cui può accedere una netta minoranza di lavoratori.

Ci sono rimasti male, con la penna in mano inutilmente pronta per la firma, Bonanni, Angeletti e Marcegaglia. C’è rimastomale anche il governo, scatenato nel ruolo di becchino dell’unità sindacale e di un’unità ancora più preziosa: quella dei lavoratori pubblici e privati, regolari e precari, giovani senza futuro e anziani senza pensione.

Bastonarli uno alla volta e pretendere da chi dovrebbe rappresentarli «complicità ». Concetto ribadito ieri dal ministro Maurizio Sacconi, teorico di quegli organismi bilaterali che dovrebbero regolare quasi tutto, dalla cassa integrazione agli ammortizzatori sociali (magari destinati ai soli iscritti al sindacato), dal mercato del lavoro alla sanità sempre più privatizzata.Unmodello sindacale che risolverebbe il problema della democrazia e della rappresentanza con l’iscrizione resa di fatto obbligatoria e una legittimazione garantita dalle controparti, pubbliche o private.

Accettare un recupero inflattivo del 2,7%, proposto da Emma Marcegaglia orgogliosamente, in quanto superiore di un punto rispetto all’1,7%minacciato dal ministro Brunetta e dal governo, vorrebbe dire per la Cgil condividere l’idea che, con questi chiari di luna, gli stipendi devono ulteriormente impoverirsi, salvo recuperare qualchemancia aumentando le ore di lavoro straordinario, già accuratamente detassato dal governo (un regalo alle imprese, un furto ai danni della collettività). «Il governo - minaccia Sacconi - s’impegna a prorogare la norma sperimentale sulla detassazione di straordinari e premi soprattutto se incoraggiato da una nuova intesa tra le parti sociali». Dunque, la Confindustria «valuterà l’ipotesi di una firma senza la Cgil» a cui in tanti chiedono di «rinsavire».

E chi, come Marcegaglia, guida la crociata per la deregolazione totale del mercato e dei contratti, si permette di accusare Epifani di volere «il Far West». Dovuta la risposta del segretario generale della Cgil: «Siamo noi a voler evitare il Far West contrattuale, insistendo perché sia difeso il modello contrattuale universale». Dunque, si va verso un accordo separato, il 10 ottobre, quando si terrà l’ultimo incontro al tavolo che non esiste più? E’ altamente improbabile che - pur sapendo che il fronte del Sì che comprende Cisl, Uil, governo, buona parte della politica e dei media, farà di tutto per isolare la Cgil - la posizione di Epifani possa cambiare nell’arco di 10 giorni: il voto all’unanimità del direttivo non lascia margini.

E’ dunque possibile cheMarcegaglia, Bonanni e Angeletti firmino sì insieme, ma non proprio un accordo generale, bensì un «avviso comune». Non è molto diverso e lascerebbe ben poco spazio al rinnovo dei contratti di categoria. E costringerebbe la Cgil ad andare avanti con lemobilitazioni. Lo sciopero generale della scuola potrebbe rappresentare il secondo passo, dopo le manifestazioni di sabato, verso una scesa in campo dell’intero mondo del lavoro e dei pensionati

 
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