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Una pietra tombale sulla convivenza fra neri e bianchi. L'ha messa la camorra PDF Stampa E-mail
domenica 21 settembre 2008

da Liberazione - 21 settembre 2008

E' stato un avvertimento: 6 nordafricani morti ammazzati, massacrati da una selva di pallottole. L'azione serviva proprio a questo, a mettere le cose in chiaro. Il Clan dei Casalesi non poteva sopportare oltre: inammissibile per "O' sitema" tollerare la (presunta) ascesa di un paio di bande di nigeriani, il loro sconfinamento nello spaccio e nella gestione della prostituzione locale. E il fatto che tra gli assassinati non ci fosse neanche un nigeriano, e nessuna vittima che in alcun modo fosse coinvolta in attività criminali, nulla cambia ai fini della lettura della "strage di San Gennaro", come chiamano qui a Castelvolturno l'eccidio della notte di giovedì. La camorra non fa distinzione di etnia.

«La cosa bella de O' Sistema - commenta cinico un castellano - è che non è razzista: bianchi o neri che siano, li ammazza comunque». Le stesse fonti investigative parlano di una risposta terroristica dei Casalesi. «Spaccio di droga e prostuzione sono fuori controllo e i Casalesi hanno voluto ribadire la propria egemonia». E adesso arriveranno altre centinaia di forze dell'ordine. Già, questo governo è fermamente convinto che ogni problema possa essere risolto con l'uso della forza, con l'ennesima azione di propaganda destinata a durare il tempo necessario a far dimenticare quanto avvenuto la notte scorsa. Quale sia la situazione in paese lo sa bene Jean, da sette anni qui a Castelvolturno, mediatore culturale di professione. Jean descrive uno scenario da sempre esplosivo, ora deflagrato improvvisamente a causa della mancanza di integrazione ma anche della concorrenza nell'illegalità. E allora la camorra ha reagito, a suo modo: uccidendo barbaramente sei ragazzi arrivati in Italia solo per lavorare. Ma dietro questa strage c'è di più. I killer hanno definitivamente ucciso qualsiasi tentativo di convivenza tra le migliaia di migranti che vivono lungo la via Domiziana e gli abitanti Castelvolturno, i castellani, che anche in questi giorni se ne stanno arroccati tra le loro mura. Una convivenza che fino alla sera scorsa era poco più di una reciproca indifferenza. «Qui - dice ancora Jean - ci sono due universi che tra loro non comunicano: quello dei bianchi e quello dei neri, dei migranti». Un'indifferenza, il cui unico scopo era mantenere le cose tranquille. La sorte ha voluto che tra gli uccisi ci fosse anche Baba Alhaji. Era il sarto di Castelvolturno e la sua morte è carica di simboli: cuciva abiti africani da 30 euro in su a pezzo che compravano anche i bianchi. Insomma, faceva il suo per rammendare i pezzi sfilacciati di questo scampolo d'Italia forse a suo modo faceva dialogare due mondi distinti, scollegati. I migranti La bottega di Alhaji, l'Ob-ob Exotic Fashions in località Varcaturo, è ancora crivellata di colpi. C'è un rigagnolo di sangue rappreso che fa da monito, ricorda a tutti la violenza cieca che si è consumata giovedì. Il posto è diventato un presidio semi-permanente. Vogliono risposte gli amici delle vittime dell'agguato. Saracinesca abbassata - il locale è sotto sequestro - mazzi di fiori ricordano la strage, foto appese alla bell'e meglio a ricordare le vittime. «E' da ieri che aspettiamo! Abbiamo avuto solo promesse», urla in inglese uno di loro. Arrabbiatissimo, vorrebbe manifestare ancora. Nell'incontro con il sindaco una delegazione di africani ha avanzato tre richieste: tempi brevi per l'inchiesta, funerali a carico della collettività, assistenza alle famiglie delle vittime. Ancora nulla di concreto. «Per amore dei nostri morti, oggi stiamo tranquilli» stempera gli animo un altro amico di Alhaji. Anche lui deve usare l'inglese. Con altri africani, è appena sceso giù dagli appartamenti sopra la sartoria (Alhaji viveva lì con la famiglia), si capisce che hanno tenuto un vertice ristretto per decidere cosa fare. Deciso: niente manifestazioni. E se ancora vi fosse qualcuno determinato a scendere di nuovo in piazza, ci pensa l'ambasciatore del Ghana, Charles Agyei-Amoama, a fargli cambiare idea. Arriva a Varcaturo in auto blu, dopo incontri con il questore, le autorità. Parapiglia, c'è chi scalpita, non trattiene la rabbia. E c'è chi cerca di calmarlo anche con le cattive. Vola qualche spintone davanti alla sartoria, dove nel frattempo la gente, tutte persone nere, è aumentata. L'ambasciatore riuscirà a parlare solo dal balcone dell'abitazione del sarto. «Sono qui per piangere con voi, ma mantenete la calma, con la violenza non si risolve nulla». Tutto in inglese, la piccola folla risponde compatta e obbediente: "Yes", sembra di stare in chiesa. «Ho parlato con il ferito in ospedale, riesce a parlare». "Thank God", replicano sommessi dalla strada. «Appena torno a Roma chiedo un incontro a Berlusconi perché questo caso per noi non si chiude qui. La prossima settimana tornerò qui, ma aiutateci a completare l'identikit delle vittime, per descrivere chi sono e chiarire che non c'entrano con la droga…». Si interroga anche l'altra Castelvolturno, quella bianca. In pochi nominano la camorra, ma tutti sanno benissimo di chi sia la firma di quell'eccidio. «Io - dice la signora Rita, che vive a due passi dal luogo della strage - non mi sono mai accorta di nulla. Qui non c'è camorra, viviamo tranquilli con tutti. Italiani o stranieri che siano». Ma alla domanda sui motivi della strage, la signora Rita alza le braccia, no comment. Eppure i migranti si sono fatti sentire. Di fronte al massacro hanno reagito, pretendono rispetto e soprattutto giustizia per i loro fratelli morti: «Siamo esseri umani e non bestie da macello». I castellani Il sole, gente nelle strade ripulite dai volontari di "Progetto Decoro", perfino un matrimonio in municipio. Nel centro storico di Castelvolturno la tempesta sembra passata. Il giorno dopo la manifestazione e le devastazioni sul litorale Domitio, il sindaco Francesco Nuzzo, eletto nel 2005 con una lista civica a capo di una giunta di centrosinistra, riceve nel suo ufficio. Dolci per i giornalisti e tanta cortesia. Gli eventi degli ultimi giorni gli hanno cambiato un po' i programmi. Lui, sindaco e magistrato, venerdì ha mediato in piazza, sotto la pioggia, per riportare alla calma i manifestanti, pochi (qualche centinaio) ma furiosi. «Ho dovuto rimandare la partenza, dovevo andare a Brescia dove esercito da sostituto procuratore», dice Nuzzo. Cosa è successo a Castelvorturno anche il primo cittadino lo spiega parlando di anni e anni di mancata integrazione tra comunità bianca e comunità di immigrati: 25mila abitanti in totale, dei quali 2.350 immigrati in regola più (si stima) dai dieci ai ventimila irregolari, a seconda delle stagioni, d'estate di più (lavoratori in agricoltura), d'inverno meno. «Qui gli africani sono in maggioranza, Castelvolturno è la valvola di sfogo delle miserie che Napoli non riesce a contenere», dice Nuzzo. Ma il territorio non offre granché perché è malato. «C'è un cancro e si chiama Camorra», continua il sindaco. Ma non si dica che qui i boss di Casal di Principe controllano tutto: «Gestiscono i loro sporchi affari, ma la città è governata dal sindaco e dall'amministrazione». Davanti al municipio le saracinesche sono sollevate. «Ieri i vigili ci hanno consigliato di chiudere», dice Francesco, che lavora in un pizza al taglio. «Integrazione? Io ho diversi amici neri, molti professionisti, avvocati, lavorano su Napoli. Ma per il resto, qui non c'è integrazione tra le comunità. Perché è successo? Secondo me, la manifestazione non era improvvisata. Se lo devono esser detti prima: se succede qualcosa di serio, reagiamo. E sono venuti anche da fuori, pure da Napoli, per manifestare». «Mi chiedo perché la polizia li abbia lasciati fare - si domanda Mauro, che lavora nel bar di fianco, anche lui è bianco - Se fossero stati bianchi, sarebbero stati repressi dai reparti antisommossa. Al corteo di forze dell'ordine non c'era nemmeno l'ombra, giusto qualche auto della polizia». Un corteo che devasta senza essere preceduto e seguito dalla celere. Forse in Italia non si era mai visto. Jean una spiegazione ce l'ha: «E' una strategia: li hanno lasciati fare per dire al paese che gli immigrati sono solo questo: devastatori. Oggi alle autorità conviene, fa bene alla loro propaganda sulla sicurezza…». Intanto, 20 persone sono state denunciate dalle forze dell'ordine per la manifestazione di venerdì. Stretto nel suo colletto "ministeriale" e avvolto da un cristo d'argento, anche Monsignor Bruno Schettino - sua eccellenza, come le chiamano qui - parla esplicitamente di qualcosa che si è rotto, incrinato tra le due comunità: tra i castellani ed i migranti, tra i neri e i bianchi. «Fino all'altro giorno - mormora sua eccellenza - qui la situazione era tranquilla, non ci sono mai stati grandi problemi». Forse dimentica, sua eccellenza, lo schiavismo cui sono sottoposti le migliaia di lavoratori stagionali o le condizioni fatiscenti delle loro abitazioni: 12 persone in una casa di 50 metri quadrati al "modico" prezzo di 500 euro al mese. «Certo - ammette poi - il territorio non è più in grado di accogliere così tanta gente. Eppure c'è sempre stata benevolenza nei confronti di queste persone». Benevolenza ma soprattutto affari. Gli affitti in nero e la manodopera a due lire sono una vera e propria manna per tanti castellani. Sua eccellenza Monsignor Schettino è sereno. Confida che gli animi si plachino e ti guida per il centro "Donazione Fernandes", ricovero per quei migranti segnalati dalle diocesi del Sud del mondo. La guerra tra bande La sartoria di Alhaji era (è) anche un luogo di incontro. Di fianco, il "Black Pearls Beauty Salon" della parrucchiera Betty aveva chiuso pochi minuti prima della strage. Nel vicinato nessuno sa spiegarsi il perché di tanta violenza proprio lì. In due giorni di indagine di droga non ne è stata trovata, né lì né in qualsiasi altro posto della comunità africana. Allora in città si insinua il dubbio. Hanno colpito Alhaji per avvertire la comunità, magari per avvertire i nigeriani. Pare che loro, arrivati a Castelvolturno prima dei liberiani e dei ghanesi, controllino una parte del traffico di stupefacenti e giri di prostituzione.

E pare che siano divisi in due "gang", in competizione tra loro. «Tutte le prostitute qui sono nigeriane - racconta qualche africano in città - anche se dopo l'ordinanza del comune, seguita al disegno di legge del governo sulla prostituzione, non se ne vedono più in giro. Non come prima, almeno». Anche la storia dell'ordinanza è articolata. Pare sia stata preceduta da ronde di nigeriani che si sono presi l'incarico di parlare con le "lucciole" per convincerle a lasciare la strada. E sembra che l'iniziativa non sia piaciuta ai nigeriani che gestiscono il giro.

Li hanno accusati di tradimento, li hanno a loro volta avvertiti quest'estate con una sparatoria, senza vittime, contro un'abitazione vicino la caserma dei carabinieri. Il futuro è tutto da "ricucire", ti dicono. La mente va al lavoro di Alhaji. Oggi in mattinata è prevista un'assemblea di tutta la comunità immigrata all'American Palace, chiamato così perché fino al terremoto dell'80 ci stavano i familiari dei militari delle vicine basi Usa. Poi se ne sono andati, il posto è stato occupato dagli immigrati che ben presto si sono ritrovati a dover pagare un affitto: chissà a chi (camorra?), visto che gli stabili sono completamente abusivi e formalmente di proprietà di nessuno. La gran parte dei migranti di Castelvolturno si sveglia alle 5 di mattina e si presenta a Villa Ricca o alla rotonda di Giuliano, i luoghi del caporalato, il punto di ritrovo che ti può far cambiare la giornata.

Basta un ok del padrone, 12 ore di lavoro a 20 euro, per cambiarla in meglio questa giornata. E chi non riesce a convincere il caporale va in cerca di qualsiasi altra cosa: un muro da scrostare, una cantina da svuotare o un camion da scaricare. Il tutto cercando di non incappare nei soprusi quotidiani dei giovani camorristi: «Capita spesso che giovani criminali travestiti da poliziotti ti fermino e ti prendano tutto quel che hai in tasca».

Insomma, nel Paese dell'emergenza criminalità, dell'emergenza immigrati, dell'emergenza insicurezza, sono proprio loro, i migranti, ad aver paura. «La nostra vita non è sicura», dice Antonio, nigeriano residente all'American Palace, moglie e figlia, e lavori di fortuna (agricoltura o pulizie di appartamenti) cercati ogni giorno alle sei del mattino a Lago Patria, pochi chilometri da Castelvolturno.

Oggi ne discuterà con i suoi vicini. Devono decidere le loro mosse. In vista c'è la manifestazione del 4 ottobre a Caserta, organizzata anche dai ragazzi del centro sociale ex Canapificio di Caserta e da tante altre realtà che con i migranti lavorano da sempre. Il corteo doveva essere di respiro locale, sui temi del razzismo. Dopo i fatti degli ultimi giorni ha acquistato un "peso nazionale".

Confronto, idee per "far diventare Castelvolturno un caso nazionale", ripetono tutti. Domani in città è atteso il governatore Bassolino. Atteso, è la parola giusta. Perché «non si è mai degnato di venire qui».

 
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