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I dati sull'occupazione non ci sono, chi li compila è troppo precario PDF Stampa E-mail
venerdì 19 settembre 2008

da Il manifesto - 19 settembre 2008

I dati sull’occupazione non ci sono. Chi li compila è troppo precario Sara Farolfi ROMA Avremmo dovuto parlare di come è cambiata, quantitativamente e qualitativamente, l’occupazione italiana negli ultimi tre mesi.Ma l’indagine trimestrale Istat sulle forze di lavoro (per la prima volta da quando esiste) ieri non è stata diffusa. I rilevatori sono in agitazione e assemblea permanente dal 18 agosto scorso. Restiamo in tema e parliamo di loro. In fin dei conti, e paradossalmente, sempre di (cattiva) occupazione si tratta.

Sì, perchè a intervistarvi e a redigere quello che unanimemente viene considerato il «fiore all’occhiello», il «punto di eccellenza» della statistica italiana, sono 317 rilevatori (in tutto il paese), precari da sei anni - da quando cioè l’Istat ha preso in carico, con una propria rete di rilevazione, la ricerca che prima veniva svolta dai singoli comuni - con contratti di collaborazione prima, a progetto poi, rinnovati ogni anno. Ogni anno una pena, a sperare nell’ultimo emendamento della legge finanziaria. Fino al 2005, quando il puntuale emendamento per il rinnovo del loro contratto è arrivato, vincolato alla costituzione di una società a capitale pubblico per la definitiva risoluzione della vicenda.

In quello stesso anno, l’istituto nazionale di statistica tentò la strada dell’esternalizzazione, fece una gara, mail tutto fu bloccato dalla mobilitazione dei rilevatori. Fino a luglio, quando è rispuntata fuori l’ipotesi della costituzione di una società (privata) a capitale pubblico. Perchè? Magari per parcheggiare, e accontentare, qualche dirigente dell’istituto vicino alla pensione. E forse anche perchè in questo modo, non ci sarebbero più vincoli alla precarietà (dato che il decreto legge 112 del governo prevede la non rinnovabilità per i contratti di collaborazione, per tutto il pubblico impiego). Forza lavoro qualificata e a bassissimo costo, questo sono i rilevatori. Proviamo a intervistare noi per una volta uno di loro, Riccardo di 37 anni. Pagato a cottimo, cioè a intervista, cioè 38,50 euro lordi (32 netti) per ogni questionario compilato, senza contare (figuriamoci) le interviste «andate a vuoto».

Con lo stipendio decurtato in quelle due o tre settimane (in agosto e a dicembre) in cui «non si lavorare», e nei primi quindici giorni dell’anno (tanto ci vuole, di solito, a rinnovare il contratto): bene che vada, ma proprio bene, si arriva a 1200 euro al mese, ma la media (difficile da fare) viaggia sui 6-800 euro al mese. Senza malattia (la copertura parte solo dal quinto giorno, «e quindi se sto male per una settimana mi ritrovo lo stipendio decurtato») e senza il cosiddetto adeguamento Istat, il recupero dell’inflazione (il primo aumento, in sei anni, c’è stato l’anno scorso: 1,50 euro in più a intervista!). Rilevatori, e sindacati (Cgil, Cisl e Uil), di una società a capitale pubblico non vogliono sentir parlare e chiedono a Istat e governo l’apertura di una trattativa. I loro contratti scadono a fine anno.

Di qui la mobilitazione e, ieri, l’assemblea nell’atrio dell’istituto (che ha loro negato l’utilizzo della sala stampa). «Perchè costituire un’altra società per continuare a fare la stessa cosa?», domanda Lorenzo Cassata (Flc Cgil): «la rete di rilevazione è nata 6 anni fa proprio perchè l’Istat potesse avere il controllo della situazione ». «Ma dove si è mai vista l’esternalizzazione di una parte core della produzione?», dicono in assemblea, «la nostra proposta in fin dei conti è ’brunettiana’, si parla di merito e economicità». Dice Enrico Panini, segretario generale Flc Cgil: «Una nuova società condurrebbe a un abbassamento netto della qualità della rilevazione, comporterebbe un aggravio di spesa per almeno il 30%, e rischierebbe di peggiorare ulteriormente le condizioni di lavoro dei 317 rilevatori».

 
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