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Confindustria "scatenata" sulla riforma dei contratti PDF Stampa E-mail
domenica 07 settembre 2008

CONTRATTI • Marcegaglia attacca Epifani: «Firmo con chi ci sta». Intanto la Cgil resta divisa Emma balla da sola

Da Il Manifesto del 7 settembre 2008

Antonio Sciotto

ROMA

Archiviata la pausa estiva, Confindustria torna all’attacco. E’ la presidenta Emma Marcegaglia a sferrare il gancio, direttamente sulla faccia della Cgil: «Questa riforma è un'occasione irripetibile - ha detto al Corriere della Sera di ieri, riferendosi al tavolo sul modello contrattuale - E’ l'unico modo per poter aumentare anche i salari». «Mi auguro e spero - ha aggiunto quindi - che concretezza e pragmatismo prevalgano anche nella Cgil, che ci sia la volontà di innovare e guardare al futuro. Ognuno deve fare la proprie scelte. La Cgil è liberissima di dire no, ci mancherebbe. Poi, però, dovrà anche spiegarlo ai propri iscritti in fabbrica ». Il prossimo round negoziale è previsto il 12 settembre, ma il 9 ci sarà il Direttivo della Cgil. Guglielmo Epifani dovrà essere capace di «tenere buoni» i sempre più numerosi scontenti della trattativa, condotta dai suoi fedelissimi Susanna Camusso e AgostinoMegale. E dunque ecco il motivo dell’insistenza degli industriali sul proprio modello, che insiste solo sulla produttività e riconosce aumenti minimi sul fronte del recupero dell’inflazione e soprattutto di una reale ricostituzione del potere di acquisto dei salari: «E’ seria la questione dei salari ma lo è altrettanto quella della produttività che non possiamo più permetterci di considerare variabili tra di loro indipendenti», spiega Marcegaglia, ricordando come «dal 2000 al 2007 le buste paga siano aumentate di 1.215 euro reali all'anno »: «Se il nostro Paese fosse cresciuto come la media dell'area euro, attraverso incrementi di produttività, quegli aumenti sarebbero arrivati intorno a quota 2.500». Così, per le imprese è necessario spostare il baricentro sul secondo livello, prevedendo nel contempo «una compensazione» per quei lavoratori che non avranno aumenti a livello aziendale. La leader di Confindustria esprime infine apprezzamento per lemisure del governo sul fronte economico, soprattutto sulla detassazione degli straordinari e dei premi variabili: «Gli stessi soldi dati a livello aziendale invece che nazionale valgono ora il 20% in più. Non c’è aumento contrattuale che possa compensare questo positivo effetto fiscale». Infine, la specifica che l’accordo «non dovrà crearemeccanismi di rinnovo contrattuale che mettano in moto l’inflazione ». Più tardi, dal Forum Ambrosetti di Cernobbio, Marcegaglia ha fatto una parziale correzione, spiegando che le sue parole non contenevano «nessun ultimatum al sindacato». Subito dopo si è saputo che il suo staff e quello di Guglielmo Epifani (anche lui invitato a Cernobbio) avevano organizzato un faccia a faccia riservato tra i due leader. Che si dovrebbe tenere proprio oggi sulle rive del lago di Como. Insomma, dopo le scintille prevale la diplomazia, anche se il vicepresidente di Confindustria Alberto Bombassei, che può scoprirsi un po’ di più, successivamente chiosa: «Se dovesse mancare il sì della Cgil, il rischio è di compromettere un pò tutto». Come dire, gli industriali danno già per incassato il sì di Cisl e Uil, e resta il solito nodo della solita Cgil. Giorgio Santini (Cisl), ritiene che l’intento di Marcegaglia non sia aggressivo, ma anzi si augura che l’appello «aiuti un’intesa». Anche Paolo Pirani (Uil),minimizza: «Non mettiamo il carro davanti ai buoi, vediamo alla fine». Ma Susanna Camusso (Cgil), risponde che quello delle imprese è «un appello che non affronta ilmerito della trattativa e che appare solo come un gioco politico, come propaganda politica». In ogni caso la base di consenso dietro Epifani e la sua segreteria iper-blindata è ormai ai minimi: il segretario Fiom Gianni Rinaldini ha ribadito che l’accordo non si deve fare. Anche Giorgio Cremaschi, Rete 28 aprile, dice che «la Cgil deve lasciare il tavolo». Così come contraria a un’intesa è l’area «Lavoro e società». Ma soprattutto il malcontento per la linea soft di Epifani pare crescere tra i dipendenti pubblici, in attesa del rinnovo, mentre la categoria del commercio è in subbuglio, impegnata a districarsi tra il contratto già firmato da Cisl eUil e la necessità di dare una risposta ai propri iscritti.

 

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Duro attacco della leader di Confindustria al sindacato: «Produttività e aumenti non possono essere più variabili indipendenti» Marcegaglia sui contratti aziendali: «Andremo avanti anche senza la Cgil»

Da Liberazione del 7 Settembre 2008

Gemma Contin

 E' una Emma Marcegaglia scatenata, la presidente di Confindustria ospite da sempre dello show di Cernobbio, all'autunnale workshop che si tiene a Villa d'Este organizzato dallo Studio Ambrosetti, dove "i grandi" di casa nostra si incontrano ogni anno, a porte chiuse, con ospiti speciali come Simon Peres e Abu Mazen, o il vicepresidente Usa uscente Dick Cheney, sui temi dell'economia, delle strategie, delle performance del sistema capitalistico nazionale e internazionale, e delle "cure" di cui necessita hic et nunc , stante la fase congiunturale che imperversa sull'Occidente in generale e sulla Vecchia Europa in particolare. La signora dei profilati d'acciaio, oggi nel ruolo di capa degli imprenditori italiani, ha parlato di tutto: il federalismo, le riforme, la scuola, la manovra triennale, il ritorno al nucleare, l'Alitalia; la sua sconfinata ammirazione per Passera e Colaninno per il "salvataggio" della compagnia di bandiera. Ma il punto che aveva veramente a cuore, nostra signora di Viale dell'Astronomia, è stato, naturalmente, la crisi dell'economia, il rinculo della crescita registrato ormai da tutti gli osservatori e attestato drammaticamente dall'andamento delle Borse, le colpe dei lavoratori e dei sindacati che continuano a premere sull'acceleratore dei contratti. Pesante la reprimenda sulle organizzazioni sindacali, «alcune delle quali» si ostinano a difendere i diritti dei lavoratori e a pretendere la firma dei contratti nazionali di lavoro, «strumenti obsoleti» di una stagione in cui le organizzazioni dei lavoratori potevano imporre - perché avevano la forza e la capacità rappresentativa - accordi generali sull'occupazione, sui livelli retributivi, sulle norme che per ciascun settore produttivo regolavano le relazioni industriali - scritte nero su bianco - tra datori di lavoro e lavoratori dipendenti. Ma è da tempo che il padronato italiano ha mosso le sue pedine contro la permanenza in vita di contratti sottoscritti per categoria e trattati omogeneamente a livello nazionale. Le obiezioni sono le differenze territoriali, le specificità produttive azienda per azienda, la molteplicità di soggetti che all'interno di una stessa azienda hanno trattamenti differenziati a seconda che siano assunti a tempo indeterminato, determinato, con contratti a progetto, di formazione, interinali, eccetera. «La riforma dei contratti è l'unico modo oggi per poter anche aumentare gli stipendi - sostiene Marcegalia -. Ognuno deve fare le proprie scelte. La Cgil può anche dire no, ma poi deve andarlo a spiegare ai suoi iscritti nelle fabbriche. Noi comunque firmeremo gli accordi con chiunque voglia farlo, sperando che concretezza e pragmatismo prevalgano anche nella Cgil e ci sia la volontà di innovare e di guardare al futuro». Così la presidente di Confindustria aveva anticipato in un'intervista al Corriere della Sera quello che ha ribadito ieri a Cernobbio: «Questa riforma (dei contratti di secondo livello, ndr) è un'occasione irripetibile, perché la questione dei salari è seria ma lo è altrettanto la questione della produttività che non possiamo più consentirci di considerare come variabili indipendenti tra loro». Per Confindustria, infatti, «in Italia ci sono due emergenze: la produttività e la competitività delle imprese e i salari». Va riconosciuto che «c'è un problema di erosione del potere d'acquisto, a causa dell'aumento della bolletta energetica e dei prezzi alimentari, legati a problemi nella catena distributiva. I problemi vanno affrontati per ciò che sono, ma il problema non è aumentare i salari senza legami con la produttività- ha detto Marcegaglia in conferenza stampa -. In questo momento storico è in corso uno spostamento di ricchezza dai paesi trasformatori ai paesi produttori. I paesi europei devono aumentare la produttività perché se non facciamo questa operazione le imprese o delocalizzeranno oppure sostituiranno lavoro con capitale». La presidente degli industriali ha citato uno studio secondo cui «tra il 2000 e il 2007 l'aumento dei salari annui reali è stato di 1.215 euro all'anno. Se il sistema delle imprese e la produttività fossero cresciuti come l'Unione europea, l'aumento sarebbe stato di 2.700 euro l'anno». Invece l'Italia, come si sa, è il fanalino di coda dell'Europa in termini di crescita del Pil ma anche in termini di trend produttivo, e l'inflazione potrebbe riprendere a galoppare - secondo Confindustri - sollecitata da spinte salariali che il sistema delle imprese non intende subire. «Noi non lanciamo nessun ultimatum ai sindacati - ha detto la primadonna di Viale dell'Astronomia - ma ciascuno si deve assumere la responsabilità per arrivare a un accordo. L'unico modo per aumentare i salari e la produttività è attraverso la contrattazione aziendale che consente una detassazione del 20% sul costo del lavoro. Non trovare un accordo sarebbe un'occasione perduta molto pesante». Per la segretaria confederale della Cgil Susanna Camusso l'appello di Marcegaglia «non affronta il merito della trattativa e appare solo come un gioco politico. Mi sembra che in Confindustria ci sia una tendenza a dare per scontata una divisione tra i sindacati o, peggio, a promuovere una vera e propria chiamata alla divisione. Un atteggiamento irresponsabile da parte di chi fa continuamente appelli al "fare squadra"». 07/09/2008

 
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