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Sacconi: "....abbiamo bisogno di un autunno responsabile..." PDF Stampa E-mail
domenica 24 agosto 2008

Sacconi: «Un autunno responsabile per ripartire» «Per tornare a crescere serve una rivoluzione delle responsabilità e delle regole»

Da Il Messaggero del 24 Agosto 2008

di DIODATO PIRONE

ROMA «Per ripartire abbiamo bisogno di un autunno responsabile. Un autunno conflittuale sarebbe esiziale per l’Italia, ma sarebbe sbagliato anche un autunno freddo all’insegna dell’indifferenza o della rassegnazione. No. Se vuole tornare a crescere l’Italia ha bisogno di una rivoluzione delle responsabilità e delle regole. E’ essenziale innescare un circolo virtuoso che parta dalle istituzioni e coinvolga tutta la società. Per questo parlo di autunno responsabile». Così risponde il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, alla domanda sul carattere dell’imminente ripresa autunnale. Ministro, il suo è un appello alla Cgil o a quanti hanno criticato la manovra economica appena approvata? «No, no. Nessun appello a nessuno, e non penso alla Cgil in particolare. Serve però uno sforzo comune e un forte ottimismo della volontà. Il Paese deve mobilitarsi intorno ad un obiettivo di crescita e il governo ha già detto che se questa crescita sarà realizzata dobbiamo trovare il modo di ripartirne equamente il dividendo. Questo è il senso del tavolo con le parti sociali aperto prima delle ferie». In molti, a partire da Confindustria, prevedono un autunno difficile a causa della congiuntura economica... «A maggior ragione ciascun attore collettivo deve fare la sua parte. Le difficoltà sono evidenti ma ci sono anche opportunità a partire dalle pecularietà dell’economia e delle famiglie italiane. Per fortuna le nostre strutture economiche e le nostre famiglie sono meno coinvolte nelle storture dell’economia di carta che si sono sviluppate altrove, soprattutto sull’asse finanziario New York-Londra. Questo, in una certa misura, ci permette di operare in controtendenza». Il governo in autunno presenterà un “asso nella manica” alle parti sociali? «Il vantaggio di non doverci impegnare a settembre sulla manovra economica è già sul tavolo. Abbiamo liberato lavoro e impresa da molti lacci che erano stati stretti, in particolare negli ultimi due anni. E quindi possiamo dedicarci a costruire un forte dialogo sulle politiche di crescita. Il Paese ha bisogno di fiducia». Vede segnali in questo senso? «Nel mese di luglio le imprese hanno aumentato notevolmente il ricorso ai salari di produttività e agli straordinari sulla base degli incentivi fiscali approvati sia dal precedente governo che da quello attuale. Questo fa ben sperare per i prossimi mesi». Quale dividendo ipotizza se si riuscirà a far ripartire la crescita? «Le strade sono tre: i salari possono essere incrementati con l’estensione dei premi defiscalizzati e dei contratti legati alla produttività; le pensioni, in particolare quelle più modeste, vanno protette nel loro potere d’acquisto; le famiglie possono essere aiutate attraverso la politica fiscale». Il governatore della Banca d’Italia ha appena detto che uscire dalla crisi non sarà indolore... «Ma in Italia ci sono le potenzialità per rimettere in moto la crescita, la nostra industria manifatturiera si è notevolmente modernizzata e questo processo va incoraggiato. Certo dobbiamo proteggere ancora meglio i lavoratori quando dovessero essere colpiti dai processi di ristrutturazione». Qualcuno ipotizza che si riaprirà il capitolo pensioni... «No. Come già previsto dalla tabella di marcia del precedente governo quest’autunno con la parti sociali parleremo solo di lavori usuranti e di coefficienti. Nulla di più, nulla di meno». Ma si vocifera di un anticipo dell’entrata in vigore dei nuovi coefficienti... «Parleremo con le parti sociali sulla base della tabella di marcia prevista». Quali novità in arrivo sul fronte delle politiche del lavoro? «Il cuore della nostra azione è una forte semplificazione che abbiamo già delineato nella manovra. Ad esempio sull’apprendistato, il canale di ingresso nel mondo del lavoro, lasciamo libere le parti sociali di definirne le regole quando lo ritengono opportuno. Ora si tratta di applicare le norme e di investire in modo massiccio sul capitale umano». Come? «Il ministro Gelmini sta già lavorando sulla scuola. Noi prevediamo di attuare una svolta profonda nella formazione per la quale si spendono montagne di soldi senza ritorni soddisfacenti». Quali sono le proposte del governo? «La formazione, come si sa, è governata soprattutto dalle Regioni. E allora assieme a loro dobbiamo trovare le strade per renderla più efficiente perché è la strada che consente al mondo della scuola di legarsi a quello del lavoro e rappresenta uno strumento per riqualificare la fascia di lavoratori più in avanti con l’età». Nel dettaglio? «Una buona formazione ha bisogno di tre presupposti. Il primo dei quali è senz’altro la centralità dell’azienda che è il baricentro della formazione».E poi? «Il secondo presupposto è il superamento degli attuali meccanismi formali. Spesso capita che sulla carta si faccia una formazione perfetta che invece è di qualità scadente all’atto pratico. Dunque, servono nuovi metodi di valutazione più concreti e meno formali. C’è infine un terzo capitolo decisivo ed è quello di spostare la formazione sulla domanda. Questo significa fare meno formazione per mantenere chi la “insegna” e più formazione per gli ”allievi” ovvero per coloro che ne hanno bisogno per mantenere o trovare un lavoro».

 
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