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Prezzi: inflazione a due cifre per molti generi di prima necessità PDF Stampa E-mail
martedì 12 agosto 2008

INFLAZIONE · Istat: indice dei prezzi al +4,1%. Beni ad alta frequenza d’acquisto: +6,1% Il salasso quotidiano

Da Il Manifesto del 12 agosto 2008

Carlo Leone Del Bello

Confermato il dato Istat sull’inflazione: a luglio i prezzi al consumo sono cresciuti del 4,1% rispetto allo scorso anno e di mezzo punto percentuale rispetto a giugno. L’aumento dei prezzi non era così sostenuto dal 1996, cioé prima delle strette monetarie imposte da Maastricht. Tuttavia, come ben sa chi fa la spesa tutti i giorni, i rincari più sostenuti si sono verificati per i beni che maggiormente incidono sul bilancio quotidiano delle famiglie. Lo dimostrano anche l’istituto di statistica: i beni ad «alta frequenza di acquisto» sono cresciuti del 6,1% rispetto al luglio del 2007. A risultare più colpiti dall’inflazione, come al solito, i percettori di reddito fisso, in particolare i pensionati. I responsabili dell’aumento dei prezzi sono sempre gli stessi capitoli di spesa: trasporto (+0,9% rispetto a giugno) e bollette di acqua, luce e gas (+1,5%). Sorprendentemente inferiore alla media è invece l’aumento congiunturale dei prodotti alimentari, +0,1%, anche se l’incremento annuale rimane molto alto con un +6,3%. Rimangono fermi, o quasi, i prezzi di abbigliamento e calzature, di servizi sanitari e medicinali. Unico comparto che vede scendere nettamente i prezzi medi, quello delle telecomunicazioni: -0,7% congiunturale e -3,2% tendenziale. Tra i capoluoghi italiani con i più alti tassi di inflazione ci sono Ancona e Cagliari (+0,7%). Irrisorio l’aumento mensile dei prezzi a Roma (+0,1%), che rimane anche la città dove i prezzi sono cresciuti di meno nel corso dell’ultimo anno: +3,3%. Merita una menzione l’andamento dell’inflazione «di fondo», l’equivalente dell’inflazione core calcolata negli Usa, ovvero l’aumento dei prezzi dei beni esclusi alimentari ed energetici. Anche senza questa componente «volatile», l’indice dei prezzi in Italia è cresciuto del 2,8% in un anno e dello 0,4% rispetto a giugno. Potrebbe trattarsi degli effetti di «secondo round» tanto temuti dalla Bce. La conferma e la spiegazione a ciò che gli italiani già sanno, e che cioé l’inflazione reale «sembra» più alta di quella ufficiale, viene però dall’indice dei prezzi dei beni ad alta frequenza di acquisto, calcolato dall’Istat. Questo paniere «speciale» altro non fa che analizzare gli andamenti dei prezzi dei beni acquistati almeno una volta al mese, ovvero generi alimentari, bevande alcoliche e analcoliche, tabacchi, spese per l’affitto, prodotti per la casa, carburanti, trasporti urbani, giornali e periodici, servizi di ristorazione, spese di assistenza. L’aumento di questi prezzi è stato dello 0,4% su giugno, del 6,1% su luglio del 2007 e, nonostante pesino per circa il 40% sul paniere Istat, il loro contributo all’inflazione annuale è stato del 2,35%. Praticamente, oltre la metà dell’aumento medio dei prezzi è stato causato da questo tipo di acquisti. Ovviamente, per tutti coloro i quali il peso relativo degli acquisti ad alta frequenza è maggiore, l’impatto sul reddito mensile è devastante, soprattutto se lo stipendio è fisso e ancorato a inflazioni irrealistiche quali quella programmata.Dello stesso avviso è Agostino Megale della Cgil, secondo il quale per le categorie a basso reddito, fra le quali ci sono 10 milioni di pensionati a meno di 800 euro al mese e quasi un milione di precari, l’inflazione è proprio fra il 6 e il 7%. A questo si aggiunge la mancata restituzione del fiscal drag, che aumenterà la pressione fiscale dello 0,6% nel 2008. Secondo le proiezioni effettuate da Adusbef e Federconsumatori, l’aumento dei prezzi comporterà per le famiglie una spesa annuale maggiorata di 2.182 euro in media. Se chi è abbastanza fortunato da andare in vacanza se la vede con i consistenti aumenti degli stabilimenti balneari (+8%), chi rimane cerca di modificare le abitudini di consumo, per spendere di meno riempiendo ugualmente la pancia. Secondo la Cia (Confederazione italiana agricoltori) oltre il 60% delle famiglie sta cambiando o ha già cambiato comportamento di spesa a causa del caro-alimenti. Si risparmia sul pane (-2,5% di consumi a fronte di un aumento di prezzo del 12%) magari evitando di buttarlo e congelandolo, sulla carne bovina (-3%, sostituita dal pollo +6,6%), su frutta e ortaggi (-2,6% e -2,8% rispettivamente). In controtendenza la pasta, che vede aumentare il consumo (+1,4%) nonostante gli aumenti folli (+25% annuale).

 

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Inflazione: la spesa di tutti i giorni vola del 6,1%

Da Ilsole24ore.com

La spesa di tutti i giorni, ovvero i prezzi dei prodotti acquistati frequentemente, vola a luglio. L'inflazione per questi prodotti è infatti salita al 6,1%, molto più alta del tasso medio confermato al 4,1%. Lo rende noto l'Istat, fornendo il dato relativo ai prodotti acquistati con maggiore frequenza, che nel mese scorso sono aumentati dello 0,4% rispetto a giugno (essenzialmente per i rincari dei prodotti alimentari e dei carburanti) e del 6,1% in un anno (in accelerazione rispetto a giugno, quando era risultata pari al 5,8%). L'Istituto ha confermato che l'inflazione a luglio è salita al 4,1%, dal 3,8% di giugno, raggiungendo il massimo dal giugno 1996. Su base mensile i prezzi sono aumentati dello 0,5%. Dall'analisi dei settori gli aumenti congiunturali più significativi si sono rilevati nel settore delle bevande alcoliche e dei tabacchi (+2%), delle abitazioni, acqua ed elettricità (+1,5%), trasporti (+0,9%). Gli incrementi tendenziali più elevati si sono verificati nel comparto abitazione, acqua ed elettricità (+8,6%), nei trasporti (+7,1%), nei prodotti alimentari e bevande analcoliche (+6,3%). In negativo solo il settore comunicazioni, dove la flessione è stata del 3,2% su base annua, e dello 0,7% su base mensile. L'energia, a luglio, ha mostrato un aumento dei prezzi del 2% congiunturale e del 16,6% su anno. Sono i dati contenuti nella dinamica dell'inflazione a luglio diffusa dall'Istat. In particolare il prezzo della benzina verde è salito dell'1,3% su mese con un incremento tendenziale del 13,1% mentre il gasolio segna +1,3% su mese e +31,4% su anno. Tariffe elettriche al +3,6% congiunturale e al 13% su anno mentre i prezzi del gas crescono al +2,8% e al +12,8 per cento.

 

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Dal luglio del 2007 al 2008 la pasta è aumentata del 28% e il diesel del 31% Inflazione, le mani in tasca agli italiani

Da Liberazione del 12 agosto 2008

Fabio Sebastiani

Pasta a +24,7%, pane a +12,9%, benzina verde +13,1%, diesel 31,4%. Erano almeno venti anni che in Italia non si riaffacciava la famigerata “inflazione a due cifre”. L’Istat ieri ha pubblicato la stima preliminare per il mese di luglio riportando i dati del confronto tra il 2007 e lo stesso mese di quest’anno. Per i generi di prima necessità è un vero e proprio bollettino di guerra. I comparti più aggressivi verso le tasche degli italiani sono proprio gli alimentari e gli energetici. Secondo i calcoli di Federconsumatori, alla fine dell’anno le famiglie italiane dovranno sborsare qualcosa come 2.182 euro in più rispetto al 2007. L’Istituto nazionale di statistica parla di un tendenziale annuo del 4,1%, che per i generi di prima necessità diventa del 6,3%, ma in una situazione del genere il condizionale è d’obbligo. E’ il costo di tutta la “spesa quotidiana” a fare un balzo in avanti: dalla carne (+4,2%), al latte, formaggi e uova (+8,7%), dal pesce (+3,8%) sino alla frutta e verdura (+3,5%). A fare da traino all’inflazione è ancora il caro-energia, arrivato a segnare un +16,6% rispetto allo scorso anno, e un +2% su giugno. I biglietti aerei segnano un +11,7% e quelli ferroviari +8,3%, fino a quelli di navi e traghetti +8,1%. E sono aumentati, anche se meno del tasso medio di inflazione anche ristoranti e pizzerie (+3,5%) e i biglietti di ingresso ai parchi divertimento (+3,7%), e poi ancora i bed & breakfast (+0,2%), gli agriturismo (+2,9%) e i campeggi (+4,1% ). In controtendenza solo i prezzi degli alberghi (-0,3%). Uno tsunami, quello dell’inflazione, che sta colpendo, chi più chi meno, tutto il mondo, ma che in Italia potrebbe trasformarsi, a causa del basso tasso di investimenti e della conseguente recessione, in “stagflazione”. La compresenza di inflazione e bassa crescita (stagnazione) sarebbe una vera e propria sventura per i redditi da lavoro dipendente perché significherebbe un “doppio taglio”. Il primo, dall’inflazione; il secondo dal mercato del lavoro. A parlarne esplicitamente è il professor Felice Roberto Pizzuti, ordinario di Economia politica all’Università La Sapienza di Roma. Pizzuti mette in guardia anche da un’altro pericolo, che a questo punto si fa più reale, quello del fiscal drug. «A soffrirne di più - sottolinea - saranno i ceti medi, addensati nelle categorie di reddito in cui il salto da una fascia all’altra causato dall’adeguamento ai tassi di inflazione con conseguente aumento dell’aliquota fiscale è più probabile che in altre categorie». Ma non sono solo questi gli effetti indesiderati dell’inflazione galoppante. E’ chiaro, infatti, che il governo dovrà rivedere diversi capitoli della sua traballante legge finanziaria. L’idea che le tasse restino ancorate tra i 41 e il 42%, come abbiamo detto prima, viene del tutto bruciata dagli eventi. Sarà da rivedere anche il tasso di inflazione programmata all’1,7%. L’Adusbef sostiene che tra le spese in salita ci sarà anche la «pressione fiscale che invece di diminuire, salirà dal 43 al 43,2 per cento dal 2009 al 2013 (previsioni Dpef) con un ulteriore salasso di 255 euro in media per nucleo famigliare, senza contare i tributi locali». Altrettanto duro e preciso il commento del sindacato. «Con questa inflazione e senza la restituzione del fiscal drag lavoratori e pensionati pagheranno più tasse e la pressione fiscale sulle buste paga aumenterà nel 2008 di circa lo 0,6%», dice Agostino Megale della segreteria nazionale della Cgil. «L’inflazione al 4,1% conferma la nostra preoccupazione. Ci troviamo di fronte a un dato che colpisce il potere d’acquisto di salari e pensioni nel momento in cui la crescita economica è praticamente a zero, evidenziando un rischio reale di stagflazione». Secondo Megale, il dato è ancor «più grave» se collegato all’inflazione della spesa quotidiana, che superando il 6% con rincari per beni come il pane di circa il 13%, «significa che i redditi bassi soprattutto quello dei pensionati (circa 10milioni di persone sotto gli 800 euro mensili) e 800mila giovani precari che guadagnano mediamente 700 euro al mese, l’inflazione vera non è al 4,1 ma tra il 6 e il 7%». Secondo Paolo Ferrero, infine, segretario del Partito della Rifondazione comunista, «visti i tassi d’inflazione reale, il governo deve triplicare immediatamente quanto ha già previsto di stanziare per gli aumenti contrattuali, adeguando gli stipendi e i salari al tasso d’inflazione reale». «In queste condizioni inflattive - si legge in una nota - una delle prime parole d’ordine del Prc per il prossimo autunno sarà l’attuazione di un meccanismo di adeguamento automatico di salari, stipendi e pensioni all’inflazione». «Non è infatti accettabile - conclude Ferrero - che dall’ingresso dell’euro in avanti l’inflazione abbia sostanzialmente dimezzato il potere d’acquisto dei lavoratori e dei pensionati italiani.

 
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