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Il Censis avverte: l’opinione pubblica pensa alla sicurezza, ma il pericolo è sul posto di lavoro PDF Stampa E-mail
mercoledì 06 agosto 2008

«ma l'attenzione pubblica si concentra sulla dimensione della sicurezza» «In Italia più morti bianche che omicidi» L'allarme del Censis: il numero di vittime del lavoro e della strada supera di gran lunga quello dei delitti

Da Il Corriere della Sera on line

ROMA - In Italia le morti bianche e il numero delle vittime della strada superano di gran lunga i decessi legati alla criminalità o ad episodi violenti. I morti sul lavoro in particolare sono quasi il doppio degli assassinati e i decessi sulle strade otto volte più degli omicidi.

MORTI BIANCHE - È questo l'allarme che lancia il Censis, specificando che nel 2007 le morti legate al lavoro nel nostro Paese sono state 1.170, di cui 609 per infortuni stradali, ovvero lungo il tragitto casa-lavoro o in strada durante l'esercizio dell'attività lavorativa. E l'Italia, avverte il Censis, è di gran lunga il Paese europeo dove si muore di più sul lavoro. Se si escludono gli infortuni in itinere o comunque avvenuti in strada, non rilevati in modo omogeneo da tutti i Paesi europei, si contano 918 casi in Italia, 678 in Germania, 662 in Spagna, 593 in Francia (in questo caso il confronto è riferito al 2005).

INCIDENTI STRADALI - I numeri crescono ancora se si considerano le vittime degli incidenti stradali. Nel 2006, in Italia, i decessi sulle strade sono stati 5.669, un dato che supera di gran lunga quello registrato in altri Paesi europei anche più popolosi del nostro come Regno Unito (3.297), Francia (4.709) e Germania (5.091). Gli altri Paesi hanno fatto meglio di noi negli interventi tesi a ridurre i decessi sulle strade. Nel 1995 la Germania era maglia nera in Europa, con 9.454 morti in incidenti stradali, ridotti a 7.503 già nel 2000, per poi diminuire ancora ai livelli attuali. In Francia, si è passati dagli 8.892 morti sulle strade nel 1995 agli 8.079 nel 2000, per poi registrare un ulteriore calo. La riduzione in Italia c'è stata (i morti erano 7.020 nel 1995, 6.649 nel 2000, fino agli attuali 5.669), ma non in maniera così rapida, sottolinea il Censis, tanto da diventare il Paese europeo in cui è più rischioso spostarsi sulle strade.

CRIMINALITA' - E nonostante i decessi sul lavoro e quelli legati a incidenti stradali superino quelli legati alla criminalità, nel nostro Paese, sottolinea il Censis, «gran parte dell'attenzione pubblica si concentra sulla dimensione della sicurezza rispetto ai fenomeni di criminalità». Il numero degli omicidi in Italia continua a diminuire. In base ai dati delle fonti ufficiali disponibili elaborati dal Censis, sono passati da 1.042 casi nel 1995 a 818 nel 2000, fino a 663 nel 2006 (-36,4% in 11 anni). Sono molti di più negli altri grandi Paesi europei, dove pure si registra una tendenza alla riduzione: 879 casi in Francia (erano 1.336 nel 1995 e 1.051 nel 2000), 727 in Germania (erano 1.373 nel 1995 e 960 nel 2000), 901 casi nel Regno Unito (erano 909 nel 1995 e 1.002 nel 2000). Anche rispetto alle grandi capitali europee, nelle cittá italiane si registra un numero minore di omicidi. Nel 2006 a Roma si sono contati 30 casi, quasi come Parigi (29 omicidi, ma erano 102 nel 1995), 33 a Bruxelles, 35 ad Atene, 46 a Madrid, 50 a Berlino, 169 a Londra, che aveva toccato la punta massima (212 omicidi) nel 2003.

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DOSSIER CENSIS · Le morti bianche sono il doppio degli omicidi. Ecco la vera insicurezza Il killer è il lavoro

Da Il Manifesto del 6 Agosto 2008

Giacomo Russo Spena

Si muore più per lavoro che per omicidio. Eppure i militari vengono mandati davanti cpt, metropolitane e altri «luoghi sensibili»,ma non nei cantieri. Scelte ben mirate del governo Berlusconi sul tema della sicurezza. A denunciarlo è il Censis (Centro studi investimenti sociali), che ieri ha presentato un dettagliato rapporto sui decessi nel 2007 in Italia. Ne esce fuori un quadro allarmante in cui le attività ordinarie, come il lavoro o guidare in strada, sono piùmortali della criminalità o di episodi violenti. Quando si dice che un colpo di pistola uccide meno dell’occupazione. Gli omicidi infatti diminuiscono di anno in anno: sono passati da 1042 casi nel 1995 a 818 nel 2000, fino a 663 nel 2006 (-36,4% in 11 anni). Anche rispetto alle grandi capitali europee, Roma registra un numerominore di delitti. Buone notizie che però, rapportate ai dati sul lavoro, portano scoramento. L’anno scorso sono stati 1170 le morti, il doppio degli omicidi. Un dato che ci dà un triste primato: l’Italia è il paese europeo dove si muore di più sul lavoro. E i numeri si impennano ulteriormente se si considerano le vittime degli incidenti stradali: nel 2006 sono stati quasi seimila. Otto volte in più degli assassini. Lemisure adottate dagli ultimi governi per la «guida sicura » non riescono a tamponare la crisi. Intanto anche ieri il solito bollettino di guerra con due operai, di 27 e 28 anni, rimasti coinvolti in un incidente: lavoravano in un centro di riciclaggio e sono rimasti intossicati nel Meranese dopo essere caduti in una cisterna. Uno dei due è grave.Ma per il governo Berlusconi la sicurezza significa altro. Meglio operazioni di facciata (come i militari in città) per alimentare l’industria della paura che cercare di risolvere piaghe sociali. «Gran parte dell’impegno politico degli ultimimesi è stato assorbito dall’obiettivo di garantire la sicurezza dei cittadini rispetto al rischio di subire crimini violenti», osserva Giuseppe Roma, direttore generale del Censis, che dati alla mano vede l’esecutivo impegnato in altre priorità: «Se si considerano i rischimaggiori di perdere la vita, risalta inmaniera evidente la sfasatura tra pericoli reali e interventi concreti per fronteggiarli ». Parole che hanno il plauso della Cgil, che sta attuando una campagna d’informazione all’interno dei luoghi di lavoro: «Far sapere i rischi che si corrono è fondamentale ». Per l’autunno sono previste poi mobilitazioni, unitarie con gli altri confederali, sul tema della sicurezza. «Le varie misure del governo intraprese finora sono molto negative - afferma Paola Agnello Modica dalla segreteria della Cgil - Indecente caricare sui lavoratori il costo della crisi». Punta il dito contro le norme sui precari, sugli orari di lavoro, sugli appalti, sugli incentivi fiscali per gli straordinari. In sintesi, contro la «deregolamentazione chirurgica» di Sacconi. «Non si ha più la certezza di ritornare integri dal proprio posto - continua Modica - E se il Testo unico sulla sicurezza, approvato dal governo Prodi, aveva portato qualche buon risultato, ora questo esecutivo lo sta pian piano stravolgendo». Intanto Peacereporter ha inviato una lettera alministro della Difesa La Russa per «fermare la strage bianca». Proponendo una soluzione sia altamente politica che provocatoria: «Soldati per le strade? Meglio nei cantieri edili. È sul lavoro che si combatte la battaglia per la sicurezza. I numeri degli infortuni sul lavoro sono quelli di una guerra. E per combattere una guerra servono imilitari: impegniamoli in una vera missione di pace».

 

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I morti sul lavoro, in Italia, sono quasi il doppio delle vittime della criminalità. L’Italia (in Europa) è prima per morti sul lavoro e ultima per criminalità. Dov’è l’emergenza? Il Censis accusa: l’impresa ne uccide più dei banditi...

Da Liberazione del 6 agosto 2008

Il Censis, e cioè il più importante, autorevole e imparziale ufficio di studi sociali italiano - che lavora soprattutto su commissione dello Stato e dei ministeri - ha pubblicato una ricerca completa sulle morti violente in Italia. In questo studio ci sono anche dei confronti con i dati che vengono dal resto d’Europa. Il quadro che ne emerge è impressionate per chiunque in questi mesi non abbia letto «Liberazione». Perché? Perché, proprio nel giorno in cui in Italia «esordiscono » le pattuglie dei soldati mandati in giro per le città a fronteggiare l’emergenza criminalità, il Censis avverte che non esiste nessuna emergenza criminalità, che l’Italia è il paese con le strade e le piazze più sicure del mondo, ma esiste invece una emergenza sicurezza sul lavoro, ed è molto grave. I cosiddetti omicidi bianchi, cioè quelli dovuti alla leggerezza delle imprese (o dall’eccessiva brama di profitto che spinge a risparmiare sulla sicurezza e a esagerare con lo sfruttamento) sono circa il doppio degli omicidi realizzati da tutti i ciriminali e le bande assassine messse insieme. E sono molti di più di quelli che avvengono negli altri paesi europei. Le cifre, ridotte all’osso, sono queste. Morti sul lavoro nel 2007: mille e centosettanta. Dividendo questo dato per i 375 giorni dell’anno, fa circa tre morti al giorno. Dividendo solo per i giorni lavorativi (cioè sottraendo le domeniche, le ferie e le feste comandate) si ottiene un dato di oltre 4 morti al giorno. Non è che negli altri paesi europei vada molto meglio -l’organizzazione capitalistica del lavoro è un po’ la stessa ovunque, e prevede comunque un certo grado di mortalità sul lavoro come variabile dipendente del profitto - però un po’ meglio va. Nella supercapitalistica Germania, per esempio, i morti sul lavoro sono il 27 per cento in meno, rispetto all’Italia (sebbene la Germania abbia una volta e mezzo gli abitanti del nostro paese). E così anche in Francia, che pure è una nazione più grande dell’Italia, dove i morti sono il 30 per cento in meno. Proviamo a paragonare invece i morti sul lavoro con le vittime della criminalità. Sono quasi il doppio. Ai 1170 morti sul lavoro nel 2007 si contrappongono 663 vittime del crimine nel 2006, e siccome il dato è in continua riduzione (dai 1042 omicidi del 2005 siamo scesi a 818 nel 2000, e a circa 700 nel 2005) tutto fa pensare che nel 2007 i morti per mano dei banditi siano attorno ai 600. Se cerchiamo un confronto con gli altri paesi europei (cioè i più tranquilli del mondo, visto che l’indice di criminalità negli Stati Uniti, in Giappone e in tutti i paesi poveri è infinitamente più alto) scopriamo che stavolta l’Italia è in fondo alle classifiche. In Francia le vittime degli assassini sono 879, oltre 200 più che da noi, in Germania 727 in Inghilterra addirittura 901. Eppure , di fronte a un tasso di criminalità così basso, in Italia il numero degli addetti all’ordine pubblico è molto superiore rispetto a quello degli altri paesi europei. Quasi doppio. Parliamo di circa 300 mila persone. E quanti sono gli ispettori che devono vigilare contro i morti sul lavoro? Meno di mille. Pazzesco.

 

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Il Censis avverte: l’opinione pubblica pensa alla sicurezza, ma il pericolo è sul posto di lavoro. Le morti bianche sono il doppio degli omicidi. Ecco l’emergenza

Da Liberazione del 6 Agosto 2008

Luca Marcenaro

«Gran parte dell’impegno politico degli ultimi mesi è stato assorbito dall’obiettivo di garantire la sicurezza dei cittadini rispetto al rischio di subire crimini violenti. Tuttavia, se si amplia il concetto di incolumità personale, e si considerano i rischi maggiori di perdere la vita, risalta in maniera evidente la sfasatura tra pericoli reali e interventi concreti per fronteggiarli. Il luogo di lavoro e la strada mancano ancora di presidi efficaci per garantire la piena sicurezza dei cittadini, e spesso si pensa che perdere la vita in un incidente stradale sia una fatalità. Gli altri Paesi europei dimostrano che non è così». Giuseppe Roma, direttore generale del Censis, non è un rappresentante sindacale e nemmeno un giornalista di Liberazione. Lui, deformazione professionale, è abituato a parlare solo per dati, spesso incontestabili. E quelli rilevati dal Centro studi investimenti sociali resi noti ieri dopo un’analisi delle cifre delle fonti ufficiali, rendono l’idea e mettono paura: «In Italia i morti sul lavoro sono quasi il doppio delle vittime di omicidi ». Infatti, mentre gli omicidi nel nostro Paese continuano a diminuire, passando da 1.042 casi nel 1995 a 818 nel 2000, fino a 663 nel 2006 (meno 36,4% in 11 anni), le morti per motivi di lavoro sono state solo nel 2007 1.170, di cui 609 per infortuni stradali, che tradotto significa il numero dei lavoratori e delle lavoratrici che hanno perso la vita lungo il tragitto casalavoro (“in itinere”) o in strada durante l’esercizio dell’attività lavorativa. E pure volendo scorporare questi dati, che come suggerisce Confindustria non vengono rilevati in modo omogeneo da tutti i Paesi europei, l’Italia resta di gran lunga il Paese in Europa che fa pagare il dazio più alto alla sua forza lavoro: 918 vittime a fronte delle 678 in Germania, 662 in Spagna, 593 in Francia. Così, mentre il governo e la maggioranza agitano da mesi lo spauracchio ordine pubblico, gli elementi forniti dal Censis non ammettono interpretazioni e mettono a nudo il carattere propagandistico e demagogico dei provvedimenti stabiliti dall’esecutivo. Infatti, non solo il numero di omicidi in Italia è di gran lunga inferiore a quello delle morti bianche, ma lo è addirittura se raffrontato a quello degli altri membri dell’Unione. Nel 2006, ad esempio, Roma si è dimostrata ben più sicura di molte altre capitali, registrando un numero di morti violente molto più piccolo di quello riscontrato a Londra, Bruxelles, Atene, Madrid e Berlino. Il neo segretario di Rifondazione Comunista, l’extraparlamentare Paolo Ferrero, interrogato sul provvedimento varato dal governo che ha messo in campo tremila soldati per coadiuvare la polizia nel controllo dell’ordine pubblico, lo aveva del resto suggerito già due giorni fa: «I militari andassero nei cantieri - aveva detto - dove gli operai muoiono». E come lui, ieri è intervenuta anche l’agenzia telematica Peacereporter: «I numeri degli incidenti sul lavoro sono quelli di una guerra, e dunque sarebbe giusto impiegare i militari per una vera missione di pace». I parà della Folgore a guardia degli immigrati già rinchiusi nel Cpt di Ponte Galeria, però, per adesso non si spostano, e non lo faranno almeno per i prossimi sei mesi. Eppure, l’emergenza immigrazione sbandierata dalle destre, fa a pugni anche con i numeri snocciolati a luglio dall’Inail. Secondo quanto riferito dall’Istituto nel suo rapporto annuale, infatti, sono proprio i lavoratori stranieri a pagare più di tutti gli altri le conseguenze di una politica interessata zero al dramma quotidiano degli infortuni sul lavoro. Per loro, numeri alla mano, il dato infortunistico è addirittura più eclatante rispetto all’andamento generale del fenomeno: + 8,7% di infortuni denunciati rispetto all’anno precedente. In Italia, dunque, se anche le stime preliminari dell’Inail per il 2007, elaborate sulla base degli infortuni relativi ai primi dieci mesi dell’anno, indicano in generale una debole tendenza al ribasso degli infortuni sul lavoro, le cifre di quello che può essere definito il vero scandalo della moderna democrazia, restano agghiaccianti e intollerabili per un Paese che preferisce definirsi civile. Basti pensare che, se dall’aprile 2003 (anno di inizio della seconda Guerra del Golfo) all’aprile 2007, i militari della coalizione che hanno perso la vita durante le operazioni belliche sono stati 3.520, i morti sul lavoro in Italia, dal 2003 all’ottobre del 2006, sono stati 5.252. Una vera e propria carneficina consumata nel migliore dei casi nel silenzio ineffabile della politica quasi tutta, ma anche nell’indifferente rassegnazione della società detta civile. «E’ una centrale modernissima, peccato sia costata qualche vita umana», aveva detto il Ministro Claudio Scajola inaugurando qualche giorno fa la nuova centrale di Civitavecchia. «Le leggi ci sono, ma bisogna farle rispettare », si limitano a dire in coro i politici più attenti, dopo l’approvazione del Testo Unico sulla salute e sulla sicurezza nei luoghi di lavoro. «Le leggi ci sono, ma manca chi le deve fare rispettare», avvertono invece i rappresentanti dei lavoratori, che denunciano: «I tecnici della prevenzione delle Asl sono 1950 in tutta Italia con 5 milioni di aziende da controllare. Se dovessero controllarle tutte, ogni azienda ne riceverebbe uno ogni 33 anni». Come dire: parole. Come quelle del Ministro del Welfare Maurizio Sacconi, che da una parte dà, «vogliamo realizzare iniziative concrete per scalfire lo zoccolo duro delle 1200 morti l’anno», e dall’altra toglie, smantellando tutt’intorno al mondo del lavoro quel poco che resta dello stato sociale e proponendo di spostare l’età pensionabile fino a 62 anni di età, aumentando di fatto i rischi e l’esposizione dei lavoratori. Altre parole. Come quelle dell’ex Ministro Cesare Damiano: «Anche un solo decesso sul lavoro costituisce una tragedia per una comunità aziendale e per un territorio». Intanto, mentre la politica si parla addosso, le persone muoiono. E anche ieri a Merano due operai di 27 e 28 anni sono rimasti intossicati e gravemente feriti dopo essere caduti in una cisterna di un centro di riciclaggio. Perché forse è, ancora, terribilmente vero: la disoccupazione è un problema, ma in compenso ci tutela da una morte precoce.

 
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