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I sindacati e la torta PDF Stampa E-mail
mercoledì 30 luglio 2008

- Riceviamo e volentieri pubblichiamo - 

Caratteristica importante della teoria economica ortodossa è la spiegazione dei fenomeni macroeconomici attraverso l’analisi condotta sulla singola unità, consumatore o impresa. Ciò conferisce alla teoria una ragionevolezza apparente cui essa dove molto del suo potere persuasivo, in particolare tra i non specialisti. 

Nessuno potrebbe negare, ad esempio, che un aumento del salario da parte di una singola impresa determinerebbe un aumento del costo di produzione, ne ridurrebbe la competitività e metterebbe a rischio l’occupazione. L’aumento del salario dovrebbe perciò essere preceduto da un aumento del prodotto per unità di lavoro.

Ma se si abbandona il punto di vista ortodosso e si accetta il principio keynesiano secondo cui il livello del prodotto è determinato dalla domanda aggregata e gli investimenti dipendono principalmente dalla spesa per consumi, il ragionamento appena fatto, corretto per la singola impresa, non lo è più quando si passa a considerare l’economia nel suo complesso. Il motivo è che un aumento generalizzato dei salari – specie dopo anni di stagnazione e di bisogni insoddisfatti da parte dei lavoratori – stimolerebbe immediatamente i consumi. Seguirebbe in tutta probabilità un incremento degli investimenti, sia da parte delle imprese che operano in prossimità del pieno utilizzo della capacità produttiva, allo scopo di fronteggiare l’incremento della domanda, sia da parte di quelle meno avanzate o più esposte alla concorrenza internazionale, per cercare di intercettare tale incremento evitando l’erosione dei margini di profitto.

Questo, ritengo, è il modo di ragionare che un lavoratore dovrebbe pretendere dai propri rappresentanti, a maggior ragione in una fase tanto importante come la trattativa per la modifica del modello contrattuale. I vertici di Cgil, Cisl e Uil sono però di tutt’altra opinione. Nelle parole di Bonanni: “Il tema è questo: far crescere la torta per poi spartirla. Il resto deve venire di conseguenza, anche la riforma della contrattazione. È un bene che le forze sociali convergano tutte sull'obiettivo di aumentare la produttività con il riassetto dell'architettura contrattuale.” (Il Sole 24 ORE, 24 giugno 2008). In quelle di Angeletti: “E’ la prima volta che tutti i sindacati parlano di produttività e non era un risultato scontato: non è così automatico che nel bagaglio di un delegato di fabbrica o di un operaio iscritto a Cgil, Cisl e Uil ci sia l’idea di far crescere la torta dell’economia per poi spartirla. Spesso ci viene detto che l’idea dello sviluppo non è cosa da sindacato. C’è voluto un po’di tempo, ma ci stiamo arrivando.” (Il Sole 24 ORE, 25 giugno 2008). Il clima non sembra diverso neppure nella Cgil. Agostino Megale - entrato recentemente a far parte della segreteria in seguito al rinnovamento voluto da Epifani - ha affermato in uno degli ultimi rapporti dell’Ires: “per redistribuire la produttività, occorre prima farla crescere”. Fa eccezione Giorgio Cremaschi, della Fiom: “Noi non pensiamo che i salari sono bassi perché la ricchezza non cresce, ma crediamo invece, alla luce dei fatti, che la ricchezza complessiva non cresce perché è mal distribuita e perché i salari sono troppo bassi.”

Accettare il principio che un aumento dei salari debba essere contenuto entro i limiti di un preventivo incremento della produttività - è opportuno sottolinearlo - significa concedere agli imprenditori che la quota del prodotto interno lordo che va ai profitti non verrà ridotta dalla contrattazione salariale, quale che sia il loro impegno nell’attività di investimento. Con tale principio, quindi, i sindacati rinunciano ad utilizzare il potere contrattuale di cui dispongono per cercare di modificare la distribuzione del reddito a vantaggio dei lavoratori e spingere le imprese ad investire per evitare l’erosione dei margini di profitto. Che ciò sia d’aiuto allo sviluppo del Paese - come ritiene Angeletti - dovrebbe risultare perlomeno dubbio visti gli effetti di vent’anni di moderazione salariale su consumi e investimenti (può essere utile ricordare che la tesi di Angeletti è la stessa che venne sostenuta contro i sindacati da Margaret Thatcher, con i noti effetti sul benessere dei lavoratori britannici). Mi sembra piuttosto un’espressione del dominio di classe essere riusciti a diffondere, persino tra i lavoratori, il convincimento che ciò che è nell’interesse esclusivo degli imprenditori sia nell’interesse di tutti. Varrebbe la pena che su ciò riflettessero quanti hanno sostenuto la linea dei sindacati negli ultimi vent’anni, accettando, magari con un po’ di amarezza, la tesi sparsa a piene mani dai loro stessi rappresentanti, secondo cui non c’era altro da fare che sposare il punto di vista della controparte e dei governi “amici”. La questione, ovviamente, non è mai stata posta in termini tanto crudi. Facendo appello ogni volta al “senso di responsabilità” dei lavoratori sono stati chiesti loro considerevoli sacrifici, per salvare la lira, risanare il Paese, entrare in Europa, restarci. L’ultimo mantra è “vincere la sfida della globalizzazione”. Ma quando tocca agli imprenditori essere responsabili? La teoria che consentirebbe ai sindacati di pretenderlo esiste.

Andrea Imperia – Università di Roma “La Sapienza”

 
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