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domenica 27 luglio 2008

da ilmanifesto.it - 27 luglio 2008

Senza nominarlo, e con un blitz dell’ultima ora passato inosservato, il governo torna all’attacco dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori. Lo fa con un emendamento approvato dalla commissione bilancio della camera e recepito dal maxiemedamento alla manovra finanziaria, che preclude in sostanza ai lavoratori precari (con contratto a tempo determinato) la possibilità di ottenere dalmagistrato, nel caso di contratti «irregolari », la stabilizzazione del rapporto di lavoro. A darne notizia è stata ieri l’agenzia stampa Agi.

Immediata la condanna da parte dei sindacati (Cgil, Cisl e Uil). Altrettanto immediata, per ragioni opposte, quella di Confindustria che parla di una norma «che va nella giusta direzione». In serata fonti del governo tentano la rettifica, parlando di una misura nata in ambito parlamentare e non per volontà del governo, e comunque valida «soltanto» per le cause ancora aperte. Una specie di sanatoria, di questo si tratterebbe, che si aggiunge alla lunga lista di deregolamentazione selvaggia del mercato del lavoro inaugurata con la prima finanziaria.

Proprio sui contratti a tempo determinato (una delle cause più frequenti di precarietà) il governo aveva già introdotto la possibilità di utilizzarli anche per l’attività ordinaria d’impresa, aveva abolito il diritto di precedenza nell’assunzione a tempo indeterminato per i lavoratori con contratto a termine nella stessa azienda, e aveva aperto alla possibilità di derogare a livello aziendale la durata massima di 36 mesi. La novità emersa ieri tocca però quello che può considerarsi un simbolo (già sotto attacco nella scorsa legislatura targata Berlusconi) dello statuto dei lavoratori.

La protezione (e dunque il reintegro) dal licenziamento senza giusta causa. Fino ad oggi infatti un datore di lavoro che voglia stipulare un contratto a tempo determinato deve dimostrare l’esistenza di ragioni organizzative e produttive che rendono necessario un limite temporale al contratto. Questo costituisce uno dei principali motivi di ’vertenza’ per i lavoratori precari, perchè spesso i contratti a termine vengono stipulati per svolgere funzioni che in realtà non hanno nessun carattere di straordinarietà o temporalità.

Se un lavoratore a termine riesce a dimostrare questo, il giudice dispone che il contratto si trasformi immediatamente in un contratto a tempo indeterminato. In questo senso si parla di «articolo 18 per i precari ». Ed è proprio qui che si inserisce il blitz del governo. Stabilendo che, se il lavoratore ha ragione, il giudice non dispone il reintegro, ma un semplice indennizzo (da 2,5 a 6 mensilità per il precario che poi si troverà senza lavoro). Non solo. Il governo ha fatto sapere ieri che la norma si applicherà «solo» alle vertenze in corso e non sarà valida per il futuro.

Cosa succederà dunque - si chiedono nel sito precaridellaricerca - se un lavoratore ha vinto una causa del genere in primo grado di giudizio e nel frattempo ha ripreso servizio secondo la vecchia norma? «Dovrà lasciare il lavoro, e persino restituire i soldi guadagnati se superano i limiti massimi dell’indennizzo».

Immediata la reazione dei sindacati. Di una misura «molto negativa», parla Fulvio Fammoni (Cgil): «Si aumenta la disparità tra lavoratori e imprese, dando a queste ultime mano libera sull’utilizzo dei contratti a termine ». «Il senato corregga la lacuna», chiede Giorgio Santini (Cisl). Mentre secondo Guglielmo Loy (Uil) si tratta di una norma oltre che sbagliata, «incostituzionale».

Di un provvedimento «inaccettabile» parla anche l’ex ministro del lavoro, Cesare Damiano (Pd). Confindustria invece canta vittoria, con le parole del direttore generale Maurizio Beretta: «Un po’ di semplificazione e di minor rigidità è quello che serve al mercato del lavoro. In questo, come in altri casi, non è di sanzioni che abbiamo bisogno ma di norme praticabili»

 
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