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I Fondi Pensione rendono la metà del TFR PDF Stampa E-mail
marted́ 22 luglio 2008

Indagine dell'ufficio studi di Mediobanca

Nel 2007 guadagni netti dell'1,6%, chi ha lasciato i soldi in azienda ha avuto il 3,1%

FRANCESCO MANACORDA

MILANO Se è un secondo pilastro della previdenza, come spesso ci hanno spiegato, è un pilastro che per ora si sta rivelando debole. Nel 2007 - quello che avrebbe dovuto essere l’anno del boom - i fondi pensione hanno registrato risultati decisamente mediocri, visto che in media hanno reso la metà del Tfr. In particolare - spiega l’indagine dell’Ufficio studi di Mediobanca sui fondi comuni, che quest’anno prende in considerazione anche questi strumenti previdenziali - i fondi pensione negoziali (quelli che riguardano intere categorie di lavoratori) hanno avuto un utile di soli 163 milioni di euro su un patrimonio di 11,7 miliardi. Significa un rendimento netto dell’1,6%, che va paragonato al 3,1% netto guadagnato invece da chi ha lasciato il proprio Tfr in azienda. Peggio ancora va ai fondi pensione aperti, ai quali ciascuno può aderire su base individuale, che lo scorso anno sono andati in rosso per 20,6 milioni di euro a causa di 73 milioni di perdite da negoziazione e di spese di gestione per 47,5 milioni, ossia l’1,2% dei 4,2 miliardi di patrimonio. Ma, al di là dei fondi pensione, il rapporto di R&S di Mediobanca rimane impietoso - anche alla luce dei deflussi monstre che nel 2007 hanno toccato i 43 miliardi mentre nei primi sei mesi del 2008 si avvicinano già alla stessa cifra - con il settore di fondi d’investimento italiani, sottolineando anzi come la fuga dei risparmiatori tricolori dalle Sgr sia un fenomeno in controtendenza rispetto a quello che succede nel resto del mondo e quindi attribuibile alle caratteristiche specifiche dei nostri operatori. Anche a causa dell’andamento delle Borse Usa e del calo del dollaro, spiega lo studio, nel 2007 il sistema dei fondi italiani ha praticamente dimezzato gli utili, passando dagli 11,8 miliardi del 2006 a 6 miliardi. Il rendimento netto di tutti i fondi presi in esame dalla ricerca è in media dell’1,3% rispetto al 3,2% che nel 2007 hanno assicurato i Bot a dodici mesi: una differenza di rendimento, dunque, pari a 1,9 punti. E se le performance peggiorano i costi di gestione rimangono pari all’1,4% del patrimonio - afferma la ricerca - e anzi nel loro complesso diminuiscono del 9,2% rispetto a una riduzione del patrimonio gestito che è invece del 10,9%. Lo scorso anno, però, i gestori di fondi azionari hanno avuto un qualche ruolo nella difesa del risparmio dei loro clienti: il rendimento di questa categoria è infatti dello 0,3% netto. Poco? Forse, ma va comunque confrontato con una caduta dell’indice Mib/Mediobanca total return del 3,7%. E allo stesso modo, tornando ai fondi comuni nel loro complesso, il loro rendimento vince la gara contro i Bot nel quinquennio 2002-2007, mentre resta inesorabilmente in svantaggio (con 55 punti percentuali di rendimento in meno) se lo stesso confronto si fa partire dal 1984, anno di nascita di questi strumenti. Non pare poi che i fondi siano destinati a giocare un ruolo da protagonisti in piazza Affari, visto il peso tutto sommato limitato che gli investimenti in azioni italiane hanno sul loro patrimonio. Mentre i loro omologhi americani investono sulle Borse il 40% del proprio patrimonio, infatti, i fondi italiani puntano sull’azionario solo il 20% del loro patrimonio - una ripartizione che ovviamente dipende dalle scelte effettuate a monte dai sottoscrittori - mentre il peso delle azioni italiane si ferma al 7%. Se nella ricerca di piazzetta Cuccia, giunta ormai alla sua diciassettesima edizione, gli spunti polemici verso il settore del risparmio gestito non mancano mai, quest’anno l’esame ha un interesse particolare anche alla luce della discussione ormai aperta sulle sorti dei fondi d’investimento. La Banca d’Italia ha appena reso pubblico il rapporto nel quale prescrive prima di tutto una maggiore autonomia delle società di gestione del risparmio dalle banche che solitamente le possiedono. E la stessa Assogestioni, sotto la presidenza di Marcello Messori, ha lanciato le sue proposte per riformare il settore. Mediobanca, invece, non propone particolari terapie, ma si limita a sottolineare le difficoltà di un’industria che difficilmente - sostiene - riesce a battere i proprio patrimonio, infatti, i fondi italiani puntano sull’azionario solo il 20% del loro patrimonio - una ripartizione che ovviamente dipende dalle scelte effettuate a monte dai sottoscrittori - mentre il peso delle azioni italiane si ferma al 7%. Se nella ricerca di piazzetta Cuccia, giunta ormai alla sua diciassettesima edizione, gli spunti polemici verso il settore del risparmio gestito non mancano mai, quest’anno l’esame ha un interesse particolare anche alla luce della discussione ormai aperta sulle sorti dei fondi d’investimento. La Banca d’Italia ha appena reso pubblico il rapporto nel quale prescrive prima di tutto una maggiore autonomia delle società di gestione del risparmio dalle banche che solitamente le possiedono. E la stessa Assogestioni, sotto la presidenza di Marcello Messori, ha lanciato le sue proposte per riformare il settore. Mediobanca, invece, non propone particolari terapie, ma si limita a sottolineare le difficoltà di un’industria che difficilmente - sostiene - riesce a battere i vecchi Bot.

 
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