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La liquidazione del sindacato partecipativo ed il nuovo modello sindacale autoritario PDF Stampa E-mail
venerdì 11 luglio 2008

Image  Alla "manovra estiva" del governo che mostra progressivamente il suo vero volto rispetto all'adiozione di  misure che peggiorano sostanzialmente le condizioni di lavoro, si accompagna in questi giorni la trattativa tra Cgil, Cisl, Uil e Confindustria sul "nuovo" modello di contrattazione che prevede di fatto lo svuotamento del Contratto Nazionale e sul "nuovo" sistema di calcolo e di misurazione della rappresentatività sindacale che sancisce il monopolio del sindacato confederale.

Proponiamo di seguito un approfondimento sulla trattativa in atto.


Riforma del modello contrattuale e della rappresentanza sindacale,

ovvero la liquidazione del sindacato partecipativo

ed il nuovo modello sindacale autoritario.

 - Di Paolo Sabatini Vicecoordinatore nazionale SdL Intercategoriale

Il documento unitario di Cgil Cisl Uil, delinea una impostazione che va ben al di la delle materie trattate, ovvero tratteggia un sistema non più inclusivo ma mirato ad escludere, a marginalizzare, il dissenso dentro e fuori le tre confederazioni. Prima ancora di esaminare il contenuto del documento di “riforma” del modello contrattuale e della rappresentanza sindacale è utile ragionare sul motivo per cui si interviene contemporaneamente su due questioni di fondamentale importanza per i lavoratori. Il combinato disposto dei due temi in discussione ci dice che la seconda, la rappresentanza sindacale, è assolutamente funzionale al controllo del monopolio sindacale detenuto da Cgil Cisl Uil, indipendentemente dal loro indice di gradimento tra i lavoratori. Nella sostanza Cgil Cisl Uil cercano di superare lo scollamento che si registra tra gli apparati sindacali ed il mondo del lavoro imprimendo una svolta autoritaria tesa a contenere il dissenso alle politiche sindacali di carattere economico che si accentuerà con il nuovo modello contrattuale. A questo riguardo la prima domanda da porsi è se questa riforma viene incontro alle aspettative delle decine di milioni di lavoratori dipendenti, impoveriti da anni di bassi salari e da una vertiginosa caduta del potere d’acquisto.

Dovendo ragionare di salari e di costo della vita dovremmo sottolineare alcuni fattori, peraltro noti ed ormai condivisi anche da poteri finanziari, politici ed imprenditoriali, quali ad esempio l’incremento vorticoso delle tariffe, dei beni di prima necessità, dei mutui, degli affitti ecc. Questi incrementi determinatisi nel corso degli ultimi 15 anni, a fronte di un regime di bassi salari, hanno determinato la crisi della cosiddetta 3^ settimana, ossia la soglia di copertura economica delle attuali retribuzioni dei lavoratori dipendenti o almeno della maggioranza di essi. La risultante di questi elementi, prendendo a riferimento una retribuzione media nell’industria manifatturiera di 1200 euro mensili, che sono a malapena sufficienti a coprire le prime tre settimane del mese, è che per coprire il differenziale tra retribuzione e costo della vita occorrerebbero almeno altri 400 euro mensili, ossia lo stretto indispensabile per coprire la 4^ settimana.

Questa era ed è l’aspettativa indubbia dei lavoratori, a fronte di un assetto contrattuale che non contiene alcuna possibilità di effettuare questo incremento retributivo. La causa è nota e discende direttamente dagli accordi interconfederali del ’92 – ’93, ossia da quella cosiddetta politica dei redditi che ne era il fondamento, con la quale si era sancito che il costo della crisi economica dovesse essere pagata dai lavoratori attraverso la compressione delle retribuzioni. Il passaggio da un sistema retributivo basato su 3 gambe (scala mobile che recupera parte dell’inflazione, CCNL che consentiva incrementi reali delle retribuzioni e contratti aziendali che non erano legati agli indicatori economici aziendali) ad uno basato su due sole gambe (CCNL che doveva recuperare l’inflazione e ridistribuire la produttività del comparto e contratti aziendali legati agli indicatori economici aziendali non è stato, alle luce di quanto realmente successo, un errore politico ma l’avvio di una successione di accordi che hanno modificato profondamente i rapporti di classe nel nostro paese.

Il passaggio dal sindacato conflittuale al sindacato concertativo, vera scelta strategica realizzata in questi 15 anni, è stato del resto accompagnato da alcuni accordi e, per il comparto pubblico da norme di legge, mirati a rafforzare il potere centrale delle confederazioni sindacali Cgil Cisl Uil ed ad inibire la possibilità di autorganizzazione dei lavoratori od anche che settori sindacali sfuggissero al controllo riproponendo, in singole vertenze, il modello sindacale conflittuale che si era affermato nel ventennio precedente. In questa chiave di lettura possono essere inquadrati la legge 146, che limita il diritto di sciopero, l’accordo del ’93 sulle rappresentanze sindacali unitarie, gli ulteriori vincoli alle stesse inseriti nei rinnovi dei CCNL successivi, la legge Bassanini, che regola la rappresentanza sindacale nel comparto del pubblico impiego, ecc.

Questi provvedimenti, così radicati sulla forma della rappresentanza sindacale, hanno proceduto di pari passo con la ristrutturazione del sistema contrattuale e del rapporto di lavoro oltre che delle relazioni sindacali con le controparti datoriali. Siamo giunti al paradosso che sono i padroni che possono decidere con quale oo.ss. stipulare accordi collettivi (aziendali o nazionali), requisito fondamentale per avere i diritti sindacali previsti dalla L. 300/70.

È evidente che questo meccanismo perverso colpisce con forza le oo.ss. non disponibili a svendere i diritti dei lavoratori e ne induce altre a sottoscrivere accordi al solo fine di mantenere od ottenere i diritti sindacali. È in questo contesto di progressiva perdita dei diritti sindacali che si è profondamente modificato anche l’assetto contrattuale e del mercato del lavoro. L’innalzamento dell’età pensionabile, la precarietà, l’incremento dei carichi e ritmi di lavoro, gli orari di lavoro flessibili e subordinati alle esigenze aziendali, i bassi salari, fanno da contraltare ad un vorticoso aumento degli infortuni sul lavoro e delle morti sul lavoro.

L’idea di liberare le aziende dai vincoli e rigidità che i lavoratori ponevano nel corso degli anni ’70 e ’80, e, quindi, il nuovo corso concertativo dei confederali, ha fatto saltare ogni forma di controllo operaio sulle organizzazioni del lavoro, sui carichi e ritmi, sui tempi di lavoro, condizioni oggi demandate a livelli di contrattazione esterne al luogo di lavoro, in classe di compensazione innocue come quei comitati paritetici previsti nei CCNL o gli stessi CCNL che determinano ad esempio le quote di lavoratori precari che possono essere presenti in azienda, la flessibilità degli orari di lavoro, le materie su cui è possibile rivendicare il salario di secondo livello ecc. L’altro aspetto che occorre rilevare è come il sistema di rappresentanza sindacale nei luoghi di lavoro, le RSU, inaugurato con gli accordi del ’93, rappresenti quanto di più distante possa esistere dal movimento dei consigli di fabbrica ed azienda.

Come si ricorderà i consigli di fabbrica ed azienda erano costituiti da delegati di reparto, eletti su scheda bianca dai gruppi omogenei di lavoratori, ed avevano come elemento fondante l’autonomia, politica e sindacale, dalle oo.ss.; non erano corpi separati dalle oo.ss. ma rispondevano direttamente ai lavoratori che li avevano eletti e che potevano revocare il mandato conferito. Le RSU, viceversa, rispondevano direttamente alle oo.ss, a cui è demandato il diritto di inserire i candidati nelle liste elettorali o, nel privato, di nominare la quota di RSU nella vergognosa quota del 33% riservata alle oo.ss. stipulanti il CCNL. Con questo meccanismo si è selezionato, nel corso degli anni, un corpo sindacale nei luoghi di lavoro composto in grande maggioranza da delegati “affidabili”, stante che devono la loro possibilità di essere candidati agli umori delle segreterie sindacali.

Fortunatamente anche dentro Cgil Cisl Uil esistono quelle che le stesse segreterie confederali considerano delle vere e proprie anomalie, delegati, dirigenti, settori sindacali che ancora non sono stati normalizzati e che si ostinano a fare battaglie dentro queste organizzazioni, in particolare nella Cgil. Nonostante questo impegno sono pur sempre minoranze che nulla hanno potuto produrre di incisivo sul piano del modello sindacale e dell’assetto contrattuale. È in questo contesto di graduale mutazione del modello sindacale che occorre inserire le linee di politica economica proposte nel corso degli anni e di cui l’accordo per lo scippo del TFR o il protocollo sul welfare sono solo le ultime maglie di una lunga catena che sta imprigionando il mondo del lavoro. Era utile questa lunga premessa per capire la portata del nuovo accordo che Cgil Cisl Uil hanno raggiunto sul sistema contrattuale e sulla rappresentanza sindacale.

Quello proposto è un accordo di sistema che completa la metamorfosi sindacale nel corso di questi 15 anni di transizione, il cui approdo è, appunto, un modello sindacale autoritario, centrato sul potere centrale e mirato ad escludere il dissenso, in cui le politiche economiche, di cui l’assetto contrattuale e la struttura portante, sono organiche al modello economico dominante. In effetti gli accordi degli ultimi anni, e quello proposto, intercettano le richieste delle imprese e degli organismi economici sopranazionali nella costruzione di un nuovo mercato del lavoro, flessibile, deregolamentato, a basso costo del lavoro e con una minore incidenza della previdenza e dello stato sociale. Esattamente quello che chiedeva da tempo la borghesia ed il sistema capitalistico nell’area della globalizzazione. In particolare l’accordo di Cgil Cisl Uil sul modello contrattuale e rappresentanza sindacale avranno ricadute particolarmente pesanti per i lavoratori, accordo che peraltro deve ancora essere discusso con le controparti padronali e con l’attuale governo, con un possibile ulteriore appesantimento del teso in discussione.

Nel merito delle questioni è utile rilevare come la seconda sia funzionale alla prima, alla modifica della struttura del CCNL. Sotto questo profilo occorre sottolineare che il nuovo assetto che viene proposto modifica radicalmente il pur pessimo accordo sulla politica dei redditi di 15 anni fa. In quell’accordo, a fronte dell’abbandono della scala mobile e dell’inserimento della rivendicazione dell’inflazione programmata in un assetto composto dalla durata quadriennale del CCNL articolato su due bienni, si manteneva tuttavia una possibilità, teorica, di miglioramento economico basato sulla redistribuzione della redditività di settore. Una possibilità teorica, mai concretizzatasi, che lasciava aperta una porta al rilancio di rinnovi di CCNL più incisivi sul versante salariale. Questa porta viene definitivamente chiusa, rinunciando così a qualsiasi ipotesi di reali aumenti salariali che vadano oltre il mero recupero dell’inflazione.

Il passaggio dall’inflazione programmata a quella realisticamente prevedibile non costituisce certamente la modifica reale di uno schema che non ha consentito la difesa dei salari dalla reale perdita di potere d’acquisto, ma è un trucco parolaio per mantenere in piedi il meccanismo che ha determinato l’avvicinamento delle posizioni sindacali a quelle padronali, ossia contenimento del costo del lavoro, vero architrave della concertazione.

Il terzo elemento è l’apertura alla ulteriore valorizzazione della contrattazione di secondo livello con rafforzamento del legame salario variabile in base alla redditività aziendale, favorita dalla detassazione già annunciata dal governo, che nella pratica sarà concretizzata in una minoranza di imprese per lo più medio grandi, ma anche che avrà pesi diversi a seconda della collocazione geografica dell’impresa.

In ultimo il periodo di vigenza del CCNL si riduce a soli 3 anni, riducendo nei fatti, la capacità di copertura economica data la scomparsa del II° biennio che serviva proprio a recuperare il differenziale tra inflazione programmata (o come si dice adesso “realisticamente prevedibile”) all’atto della stipula del CCNL e quella reale determinatasi nel periodo di vigenza del CCNL. Con questo meccanismo non si capisce neanche perché debbano esistere così tanti CCNL. Basterebbe rinnovarne uno per tutti. In definitiva, a fronte delle attese dei lavoratori, il nuovo sistema impoverisce economicamente la portata del CCNL, che abdica al suo ruolo di difesa delle retribuzioni, dirottando parte importante del suo peso economico a livello aziendale (dove possibile) ma, ancor più importante, al suo ruolo politico di garante della difesa universale dei diritti e dei salari di tutti i lavoratori.

A questa riscrittura delle regole contrattuali si accompagna l’ulteriore restringimento degli spazi di democrazia sindacale, dei diritti dei lavoratori, e viene definitivamente seppellito il sindacato partecipativo. La scelta di un mutamento delle regole, definite nel ’93, per via pattizia e non per quella legislativa è emblematico del persistere e del rafforzarsi della spinta all’autoconservazione e della difesa di interessi monopolistici.

Analizzando la proposta superficialmente sembrerebbe la riproposizione della legge sulla rappresentanza sindacale unitaria già applicata nel pubblico impiego ma, con una lettura più attenta, si colgono differenze sostanziose. La “Bassanini” impone ad esempio l’obbligo per i datori di lavoro pubblici ad effettuare le trattenute sindacali a favore di tutti i sindacati, essendo il numero degli iscritti uno dei criteri di valutazione della rappresentatività mentre, in mancanza di una legge, anche questo viene demandato agli accordi tra le parti.

Notazione importante attiene alla quota del 33% riservata ai sindacati stipulanti il CCNL che non solo non scompare ma non viene neanche citata. Viene reintrodotto il criterio di sindacato maggiormente rappresentativo, in un contesto in cui vi è una spinta dei lavoratori ad ampliare gli spazi di democrazia, come è accaduto a Mirafiori, in modo clamoroso, intendendo con esso la media di iscritti e voti, con una media del 5%, nel comparto. Peccato che sono loro, insieme al padronato, a decidere quali settori merceologici costituiscano un comparto, che il padronato continua a non fare le trattenute ai sindacati scomodi, come nel caso dei sindacati di base, che mette in atto politiche repressive verso ogni forma di opposizione alle politiche concertative e liberiste, che il 33% riservato ai firmatari del CCNL regala la maggioranza delle RSU a costoro anche nelle aziende in cui sono infime minoranze ecc.

Insomma il documento sulla rappresentanza se da un lato condiziona ancor più le RSU, che nella sostanza devono giurare fedeltà a Cgil Cisl Uil, con regole definite dai soliti noti comparto per comparto dall’altro rafforza queste confederazioni sganciandole anche da quei simulacri di democrazia che ancora resistevano (l’assemblea di mandato o di referendum di validazione dei contratti) sostituendoli con il potere decisionale delle segreterie e delle consultazioni certificate (da loro naturalmente).

Una partita truccata per consentire a Cgil Cisl Uil di mantenere il monopolio della rappresentanza e far fuori il dissenso. Per completare l’opera mancano ancora due tasselli, le gabbie salariali e la limitazione del diritto di sciopero anche nel settore privato, ma questi, forse, saranno i temi del prossimi accordo sindacale.

Questa impostazione può e deve essere battuta con una formidabile mobilitazione che attraversi le assemblee che verranno convocate nei prossimi giorni e prosegua poi con significative iniziative. Se questa è la situazione credo che il tema di una vera e nuova rappresentanza dei lavoratori sia realmente all’ordine del giorno.

 
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