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ThyssenKrupp: inizia il processo PDF Stampa E-mail
marted́ 01 luglio 2008

1/7/2008 - UDIENZA PRELIMINARE Thyssen, oggi al via il processo

da Lastampa.it

Alla sbarra sei dirigenti del gruppo industriale. Ai parenti delle vittime 13 milioni di euro

TORINO

I familiari dei sette operai morti nel rogo della ThyssenKrupp a Torino il 6 dicembre scorso hanno firmato tutti l’accordo con l’azienda: il gruppo tedesco verserà 12milioni e 970mila euro complessivi e a beneficiarne saranno 35 persone, spiega l’avvocato Renato Ambrosio che ha coordinato gli avvocati degli 11 studi legali che assistono le famiglie. Una novità «organizzativa», sottolinea l’avvocato, «condotta senza ricevere un euro» e che ha permesso di ottenere un risarcimento o meglio - specifica l’avvocato - il riconoscimento dei diritti in tempi brevi. «Nella somma inoltre non è compresa l’Inail che verrà versata a parte». «I familiari hanno firmato tutti , tutti quelli che in base a criteri civilistici - spiega l’avvocato Ambrosio - ne avevano diritto», ovvero padri, madri sorelle, fratelli, mogli o compagne e figli. Un patto di riservatezza impedisce di rivelare come la cifra sia stata ripartita ma, spiega l’avvocato, si è tenuto conto del numero degli aventi diritto: «Le famiglie più numerose hanno ricevuto somme più elevate». «È un fatto comunque positivo», ha commentato il procuratore di Torino Raffaele Guariniello. «La decisione di firmare l’accordo è una scelta che ciascuno deve fare per conto suo, valutando bene le possibiltà per i parenti, i figli. Noi prenderemo atto della loro scelta, il nostro è un processo penale, il risarcimento è una questione rilevante ma il cardine del processo penale è verificare le responsabilità penali». Per i familiari è stato un accordo senza gioia e senza soddisfazione: più di uno, anzi, dopo la firma è scoppiato in un pianto che ben poco aveva di liberatorio. I familiari dei sette operai morti a Torino nel rogo dello scorso 6 dicembre sono sfilati ieri mattina alla direzione provinciale del lavoro per sottoscrivere la proposta della multinazionale di versare una somma a titolo di risarcimento Al risultato si è giunti partendo con la «minaccia» di chiedere all’azienda, in una causa vera e propria, il riconoscimento - e sarebbe stata la prima volta in Italia - del «danno punitivo» e del «danno esemplare», come da tempo avviene negli Stati Uniti. Ad ogni famiglia andrà una somma differente. Per individuarla, i legali hanno svolto una serie di interviste ai parenti delle vittime e hanno tracciato una serie di parametri: il numero dei figli, la durata dell’agonia della vittima, la presenza di congiunti che hanno potuto affrontare la sofferenza solo con l’aiuto di uno specialista, e altro. Due familiari dell’operaio Rosario Rodinò non hanno firmato perchè la Thyssenkrupp non li ha riconosciuti come «aventi diritto»: oggi chiederanno di costituirsi parte civile insieme a un’ottantina di colleghi delle vittime, alla Regione, alla Provincia e al Comune. Oggi, davanti al gup Francesco Gianfrotta, cominceranno ad essere discusse le 200 mila pagine dell’inchiesta dei pm Raffaele Guariniello, Laura Longo e Francesca Traverso. Sei i dirigenti Thyssenkrupp sotto accusa: e sul più alto in grado, l’ad Harald Espenhahn, pesa un’imputazione, l’omicidio volontario con dolo eventuale, che in caso di rinvio a giudizio comporterebbe un processo in Corte d’Assise.

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THYSSENKRUPP · I familiari delle 7 vittime accettano il risarcimento ed escono dal processo La strage alla sbarra

da il manifesto del 1 luglio 2008

Manuela Cartosio

La liberatoria ottenuta dal procuratore della repubblica Raffaele Guariniello - «Firmate, fatelo pensando agli orfani», che sono nove in questa tragedia del lavoro - non ha reso meno lacerante la scelta dei familiari delle sette vittime del rogo alla ThyssenKrupp. Hanno accettato un risarcimento consistente, 12 milioni e 970 mila euro, che però comporta la rinuncia a costituirsi come parti civili nell’udienza preliminare che si apre oggi a Torino. L’atto di conciliazione tra l’azienda e i 33 familiari titolati al risarcimento è stato sottoscritto ieri nella sede della direzione provinciale del lavoro. Al momento della sentenza il risarcimento si tradurrà in un’attenuante per la multinazione tedesca dell’acciaio. Da subito terrà fuori dal processo, e lontano da microfoni e telecamere, i familiari delle vittime. Anche questo rientra nella strategia della «riduzione del danno» che seguirà il collegio di difesa dei sei imputati, tutti dirigenti della ThyssenKrupp. Una strategia obbligata, perché le 150 mila pagine di un’inchiesta condotta a tamburo battente da Guariniello e dai sostituti procuratori Laura Longo e Francesca Traverso mettono spalle al muro la multinazionale. Per risparmiare sulla sicurezza la ThyssenKrupp ha lasciato andare in malora lo stabilimento di Torino condannato alla chiusura, ha spremuto lavoratori e impianti, fregandosene altamente di quel che avrebbe potuto accadere. E che purtroppo è accaduto lo scorso 6 dicembre all’una e trenta di notte sulla linea 5 di decapaggio. Un «piccolo» incendio, come ne succedevano spesso, la rottura di un tubo contenente olio idraulico, una vampata di fuoco che investe Antonio Schiavone, Roberto Scola, Angelo Laurino, Bruno Santino, Rocco Marzo, Giuseppe Demasi, Rosario Rodinò. Nell’arco di 24 giorni morirano tutti e Torino, dopo una manifestazione di rabbia e di solitudine operaia, assisterà a una sequela di funerali, ascolterà ripetute omelie del cardinal Poletto, vedrà il gelido imbarazzo dei «tedeschi» e le loro corone di fiori snobbate dai colleghi delle vittime. Per questa strage la procura della repubblica accusa di omicidio volontario con dolo eventuale Harald Espenhahn, amministratore delegato della ThyssenKrupp Italia. E’ la prima volta che un reato così grave viene contestato per un infortunio sul lavoro. Dolo eventuale significa essere consapevoli che il proprio comportamento può avere gravi conseguenze e ciò nonostante correre scientemente il rischio che esse si verifichino. Per altri cinque dirigenti, sia tedeschi che italiani, le imputazioni vanno dall’omicidio colposo all’omissione delle misure anti-infortunistiche. Basti ricordare gli estintori scarichi la notte del rogo e le 114 inadempienze riscontrate dall’Asl in precedenti sopralluoghi nell’acciaieria di corso Regina Margherita. Tra le carte più forti in mano all’accusa c’è il rapporto della compagnia di assicurazione Axa che, constatato lo stato d’abbandono dell’impianto torinese, alza la franchigia da 30 a 100milioni di euro e sollecita la multinazionale a investire in prevenzione. Gli investimenti non vennero fatti e Guariniello può sostenere a ragione che ThyssenKrupp adottava un triplice standard di sicurezza: buono nelle sedi in Germania, così così nell’acciaieria di Terni, zero a Torino. La procura della repubblica di Torino ha già fatto sapere che non sarà disponibile a patteggiare, neppure per gli imputati «minori». Significa che non vuol scendere a pene sotto i cinque anni, che eviterebbero il carcere agli imputati. Quanto al rito abbreviato conviene alla difesa degli imputati perché abbatte di di un terzo le pene. Nello stesso tempo, la espone al rischio di un processo fatto esclusivamente sul fascicolo probatorio dell’accusa, senza nuove testimonianze e perizie di parte. E il fascicolo, lo ripetiamo, è molto succulento (alla faccia del memorandum «segreto» stilato in tedesco a uso dei maggiorenti della ThyssenKrupp che sprezzava Guariniello come un magistrato che parla tanto e conclude poco...). L’udienza di oggi e la prossima saranno dedicare alle costituzioni di parte civile. Chiederanno di stare nel processo Comune e Provincia di Torino, i sindacati metalmeccanici e un’ottantina di dipendenti della ThyssenKrupp. Questi ultimi, cosa mai successa prima in Italia, sosterranno d’aver patito un «danno morale» dall’azienda. Spiega l’avvocato Sergio Bonetto che patrocina gli ottanta dipendenti: «Se è vero che c’è stato dolo eventuale, significa che tutti i dipendenti della ThyssenKrupp di Torino hanno corso un rischio come conseguenza diretta della violazione dell’articolo 437 del codice penale, omissione dolosa dimisure di sicurezza». Nelle assemble per prepare la costituzione di parte civile, racconta l’avvocato Bonetto, molti operai hanno fatto «autocritica», hanno ammesso che «in quelle condizioni avremmo dovuto rifiutarci di lavorare». Le multinazionali non fanno autocritica. «L’unico modo per farle cambiare è condannarle in un processo».

 
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