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Rapporto ISTAT: in aprile crollano i consumi PDF Stampa E-mail
giovedì 26 giugno 2008

Da Ilsole24ore.com del 26 giugno 2008

Confindustria: «L'economia italiana è ferma» Un anno di stagnazione per l'economia italiana.

Nel 2008, la crescita del pil si fermerà allo 0,1%, in forte rallentamento dall'1,5% del 2007 per poi ripartire nel 2009, con un modesto incremento dello 0,6%. È questo il quadro delineato dal Centro Studi di Confindustria nel rapporto congiunturale, dal titolo «Più produttività e meno povertà. In Italia il rilancio dei redditi parte dallo sviluppo». Un quadro che rivede al ribasso le stime del Governo, confermate nel Dpef, presentate nei giorni scorsi, che vede il pil nel 2008 crescere dello 0,5% e dello 0,9% nel 2009. La decelerazione del pil, sottolinea il Csc, è iniziata nella prima metà del 2007 e si è tramutata in stasi nella seconda. La scarsa competitività del sistema italiano accentua le difficoltà originate da un contesto internazionale che è diventato sfavorevole e ridimensiona le prospettive di rilancio mentre si è ulteriormente ampliato il divario di crescita con le altre maggiori economie europee. La previsione dell'andamento dell'indebitamento netto per il 2008 è prevista in crescita al 2,5%, dall'1,9% del 2007. Nel 2009 il rapporto deficit/Pil dovrebbe crescere ulteriormente attestandosi al 2,6%. Secondo le previsioni di Confindustria, il debito della Pubblica Amministrazione nel corso del 2008 dovrebbe scendere al 103,2% dal 104% del 2007. Previsto un ulteriore calo anche per il 2009 quando il debito dovrebbe attestarsi al 102,7%. Anche l'occupazione rallenterà: il ritmo di crescita dei posti di lavoro vedrà «un leggero aumento» dello 0,1% nel 2008 e dello 0,4% nel 2009, dall'1% del 2007. Il tasso di disoccupazione riprenderà a salire dopo dieci anni di continua discesa: nel 2008 è previsto un +6,4%, dal 6,1% del 2007. Nel 2009 arriverà al 6,5%.

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da Ilsole24ore.com del 26 giugno 2008

Analisi Cerm / Lo spettro della stagflazione di Fabio Pammolli e Nicola C. Salerno*

I dati ISTAT diffusi oggi mostrano una riduzione significativa del valore delle vendite del commercio fisso al dettaglio : - 2,3 per cento tra Aprile 2007 e Aprile 2008. Il dato matura soprattutto sul fronte dei beni non alimentari (-3,4 per cento), ma anche gli alimentari, la cui domanda è notoriamente più rigida, fanno rilevare una riduzione (-0,8). È utile, per dare la migliore lettura, riflettere sugli spaccati per forma distributiva, dimensione di impresa, tipologia merceologica e ripartizione geografica: 1. L'arretramento matura interamente nelle imprese operanti su piccole superfici (-4,1 per cento), ma la grande distribuzione riesce a mantenere il passo (+ 0,3). 2 .L'arretramento matura quasi interamente nelle imprese fino a 5 addetti, mentre quelle di dimensione maggiore riescono a reggere (quelle con più di 20 addetti fanno anche risultare un aumento, +1,3 per cento). 3. All'interno delle categorie merceologiche l'arretramento maggiore è dei beni voluttuari o meno essenziali (abbigliamento e pellicceria, calzature e articoli di cuoio e da viaggio, giochi e accessori per sport e campeggio), ma tutte fanno registrare riduzioni (anche gli alimentari, i prodotti farmaceutici, i generi casalinghi durevoli e non durevoli), a dimostrazione di una correzione al ribasso che interessa il commercio in generale. 4. Se si guarda allo spaccato territoriale, in tutte le aree geografiche le vendite diminuiscono, ma la riduzione è molto più evidente nel Sud e Isole (- 4 per cento) e nel Centro (- 3,4) che nel Nord (- 1,1). Lo spaccato è utile perché fornisce una evidenza del nesso causale tra diminuzione delle vendite, arretramento della domanda aggregata, e inefficienza e anticoncorrenzialità dell'offerta che si traduce in politiche di prezzo con eccessivi margini di intermediazione (i mark-up dei commercianti). Le riduzioni, infatti sono tanto maggiori: -negli esercizi diversi dalla grande distribuzione, i punti vendita diffusi nelle città e per i quali si pone il problema di un corpo normativo antiquato e anticoncorrenziale (soprattutto per quanto riguarda il contingentamento delle autorizzazioni all'apertura e i limiti per l'avvio di strutture di vendita di dimensione medio-grande); -nel Sud e Isole, dove il più basso reddito medio disponibile per le famiglie rende più probabile il razionamento della domanda di fronte alla crescita dei prezzi. A convalidare questa lettura, di una offerta anticoncorrenziale che si autosottrae domanda, giungono anche le dichiarazioni del Presidente della Banca Centrale Europea sul pericolo inflazione che ancora rimane elevato in tutta l'area Euro e, in particolare per l'Italia, la recente Segnalazione dell'Antitrust (la AS453) su i limiti alla concorrenza che frenano il Paese. La stagflazione (inflazione e bassa crescita economica) non deve spaventare solo i Governi e stimolarli alle riforme strutturali. Dovrebbe spaventare anche gli stessi operatori incumbent (i commercianti) e le loro organizzazioni di rappresentanza. Perché, se le strutture e i modelli organizzativi non si rinnovano e le politiche di prezzo inglobano sovrapprofitti eccessivi, la domanda si riduce e con essa anche le vendite. Si alimenta un circuito depressivo di keynesiana memoria che alla lunga fa male agli stessi commercianti, soprattutto a quelli di loro più giovani e innovatori. In conclusione, i dati ISTAT su vendite/consumi, assieme all'infiammata inflazionistica ancora persistente e ai problemi concorrenziali ribaditi dall'Antitrust, dovrebbero far comprendere la convenienza per tutti di procedere con le riforme strutturali. Anche per coloro che più direttamente sarebbero, nell'immediato, coinvolti dalle trasformazioni.

* Cerm

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Da “Il Maniofesto del 26 giugno 2008

VENDITE AL DETTAGLIO · Rapporto Istat: in aprile, su base annua, si è speso il 2,3% in meno

Crollano i consumi italiani Chi fa shopping stringe la cinghia anche per i prodotti non alimentari

Roberto Tesi

Per gli italiani va sempre peggio: la caduta del potere d’acquisto sta provocando un flessione delle vendite e di conseguenza un ridimensionamento dei consumi. Insomma, i cittadini del Belpaese stringono sempre più la cinghia. Secondo quanto comunicato ieri dall’Istat, in aprile le vendite al dettaglio hanno registrato una flessione su base annua del 2,3%, la peggiore dal 2005 quando il calo fu del 3,9%. Rispetto a marzo, invece, la spesa è rimasta immutata. Vanno giù in picchiata soprattutto le vendite dei beni non alimentari con una flessione del 3,4%, mentre per quelli alimentari la caduta è più contenuta: -0,8%. Ma l’Istat, correttamente, avverte: attenzioni, gli indici sono calcolati a prezzi correnti. Questo significa che le merci vendute incorporano l’inflazione, che oscilla attorno al 3,6%. In altre parole, la caduta delle vendite è stata molto più ampia e supera il 5%. I dati analitici dell’Istat indicano che gli italiani spendonomeno per acquistare scarpe (-6,4%), per vestirsi (abbigliamento -5%), per i giocattoli (-4,9%) e i casalinghi (-4,2%). Si spende meno anche per la cartoleria e i giornali (-3,4%), ma anche per beni meno essenziali, come i gioielli (-2,8%) e i cosmetici (-2,7%). A soffrire di più per la caduta delle vendite sono soprattutto le «botteghe», le imprese che operano su piccole superfici - in generale meno competitive sul fronte dei prezzi - con un calo del 4,1%. Al contrario tutte le forme della grande distribuzione segnano aumenti, ad eccezione degli hard discount, che presentano una variazione nulla. La caduta preoccupa molto le organizzazioni di categoria che rappresentano soprattutto la piccola distribuzione. Per Confcommercio il crollo delle vendite è «un ulteriore segnale negativo sulla congiuntura dei consumi in Italia» e «non può essere attribuito alla diversa tempistica in cui quest'anno è caduto il periodo pasquale, in quanto la diminuzione delle vendite in valore, la seconda consecutiva che ha portato nella media del quadrimestre a una stasi dei fatturati, coinvolge ormai in misura molto rilevante diversemerceologie che non risentono verosimilmente di fattori stagionali». Confesercenti, che ieri teneva l'assemblea annuale - oltre a fischaire Berlusconi - ha chiesto al governo «tagli di spesa consistenti e rapidi», anche perché, ha spiegato il presidente Marco Venturi nella sua relazione, «le casse delle imprese sono ormai vuote; margini per nuovi prelievi fiscali non ci sono più, nè per lo Stato, nè per le Regioni, nè per gli Enti locali». Secondo Venturi i provvedimenti finora varati dal governo sono un buon punto di partenza ma è necessario fare passi avanti, soprattutto per abbassare la pressione fiscale. Sul fronte governativo, invece, il silenzio è assordante: nessunministro è intervenuto per spiegare come saranno rilanciati i consumi - e prima ancora come sarà difeso il potere d«acquisto - in una fase congiunturale negativa. Nella quale - oltrettutto - sta tornando a crescere la disoccupazione. I silenzi dell’esecutivo si scontrano, tra l’altro, con il monito dell'Ue secondo la quale la spesa in Italia è del 2% più alta rispetto all'area euro, e quindi «non è compatibile con la necessità di ridurre rapidamente l'altissimo debito evitando ulteriori eccessivi aumenti della pressione fiscale».

 
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