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Redditi, una politica a perdere PDF Stampa E-mail
marted́ 24 giugno 2008

Il Manifesto - martedì 24 giugno 2008

SARA FAROLFI 

Sarà un caso se la caduta verticale dei salari italiani, e la contestuale divaricazione con i principali paesi dell’area euro, origina dall’inizio degli anni ’90, dalla sperimentazione cioè di una politica che per definizione aveva l’obiettivo di governare la distribuzione del reddito? In tempi di «crisi» e di riforma del modello contrattuale, conviene porre la domanda.

Scriveva già qualche tempo fa Pierre Carniti in un’analisi pubblicata dal sito di Eguaglianza&Libertà: «Proprio nel periodo in cui sono state sperimentate concertazione e politica dei redditi, la quota del reddito da lavoro è diminuita sensibilmente a vantaggio di quella attribuita a profitti e rendite». Di questione salariale si parla ormai diffusamente e variamente. Non c’è studio o ricerca (nazionale e internazionale) che non certifichi la progressiva discesa dei salari italiani. Dice l’Ires Cgil: dal 1993 i salari sono rimasti sostanzialmente in linea con l’inflazione, senza una crescita reale. Ripete la Banca d’Italia: se negli ultimi dieci anni l’occupazione è aumentata considerevolmente nonostante lo sviluppo modesto del prodotto, ciò è il risultato della moderazione salariale, delle riforme e degli accordi contrattuali che hanno aumentato la flessibilità del lavoro. Certifica infine l’Ocse: su trenta paesi, i salari italiani sono al ventitreesimo posto, dietro a Francia, Germania e Gran Bretagna, e dietro anche a Grecia e Spagna (nello specifico, si veda il box sotto). Colpa di una più elevata pressione fiscale italiana, e perciò di un più alto costo del lavoro, rispetto agli altri paesi europei? Non si direbbe. Nel 2005 il cuneo fiscale - la differenza tra il costo del lavoro sostenuto dall’impresa e la retribuzione netta che va al lavoratore - era pari al 52% in Germania, al 50% in Francia, al 45% in Italia, al 39% in Spagna, al 34% nel Regno Unito. La pressione media è in linea con quella degli altri paesi, con l’avvertenza però che i dati non tengono conto del peso che da noi ha l’economia sommersa, e l’evasione fiscale, e la pressione al ribasso che questi fattori esercitano sui salari regolari. Colpa dell’inflazione? Secondo l’Ires Cgil, il legame all’inflazione programmata ha avuto un peso determinante nel ristagno dei salari italiani, insieme ai ritardi nei rinnovi contrattuali, alla mancata restituzione del fiscal drag, e alla scarsa redistribuzione della produttività. Dal ’93 ad oggi, le retribuzioni di fatto sono cresciute mediamente del 3,4% all’anno, del 2,7% le retribuzioni contrattuali, a fronte di un’inflazione al 3,2%. Dal 2005 si è cominciato a rinnovare i contratti sulla base dell’inflazione ’attesa’, ma le sorti dei salari non si sono risollevate di molto. Certo quell’1,7% che il governo ha previsto nel Dpef quale tasso di inflazione per quest’anno - due punti sotto all’inflazione reale certificata dall’Istat - non può non suonare come una presa in giro, tanto più che a nessuno risulta l’esistenza di vincoli europei (quali invece esistono per deficit e debito) sull’obbligo di previsione al di sotto del 2%, addotto dal ministro Tremonti. Ma anche l’inflazione da sola non basta a spiegare la caduta dei salari, secondo il sociologo torinese Luciano Gallino. Anche perchè dal ’98 al 2006, periodo di ingresso nell’area euro, le retribuzioni di fatto nell’area euro sono cresciute in media del 10%, in Italia sono rimaste ferme. Con tassi d’inflazione non così divaricati, proprio in ragione dell’euro. Di più: secondo Gallino, insistere sull’aggancio all’inflazione è un segno di debolezza da parte dei sindacati, nella misura in cui tradisce una scarsa fiducia sulla contrattazione. Colpa della produttività stagnante? Su questo le analisi convergono, a condizione d’intendersi sulla definizione di «produttività » che, dice l’Ocse, è il valore aggiunto per ora lavorata e non per il numero di ore lavorate come invece intendono gli economisti nostrani. Gallino non ha dubbi: «La stasi della produttività - a cui contribuiscono la ’piccolezza’ delle nostre imprese, l’assenza di formazione e gli scarsi investimenti - è un fattore determinante».Non è un caso - aggiunge - se è sempre all’inizio degli anni ’90 che si apre la stagione delle grandi privatizzazioni che, in salsa italiana, ha contribuito a smantellare l’apparato industriale. Infine, e torniamo al punto di partenza, la politica dei redditi. Quale il nesso tra politica contrattuale e politica economica? «La politica economica dovrebbe tenere conto delle disuguaglianze e della distribuzione dei redditi - osserva Gallino - Il contratto nazionale da questo punto di vista è fondamentale, e non a caso si cerca di smantellarlo». Secondo Carniti, la politica dei redditi per come l’abbiamo conosciuta si è sostanzialmente risolta in una «politica dei salari», chiudendo un occhio sui profitti, non riuscendo a governare gli investimenti e senza alcuna politica di controllo dei prezzi: «In sostanza - dice Carniti - una politica immaginata per evitare tensioni inflazionistiche derivanti dalla conflittualità sociale ha di fatto finito per trasformarsi in una modifica della distribuzione del reddito tra profitti e salari (a danno di questi ultimi), e in una redistribuzione delle risorse tra diversi settori sociali».Un pretesto per scaricare sul lavoro dipendente il costo dell’aggiustamento economico, di questo si è trattato. 

L'inflazione se la cucchino i lavoratori

GALAPAGOS 

La Bundesbank, la banca centrale tedesca che i conti tradizionalmente li fa molto più seriamente del ministro Tremonti, ieri ha sentenziato che nel 2008 i prezzi al consumo aumenteranno del 3,0%. Sarà questo aumento a regolare tutti i contratti che saranno rinnovati quest’anno in Germania.

Sempre ieri abbiamo saputo dal Dpef che per il 2008 in Italia l’inflazione aumenterà in media del 3,4%, ma l’inflazione programmata, che regola i contratti - in Italia - deve rimanere inchiodata all' 1,7%, la metà esatta dell’inflazione reale. Perché? «La natura di inflazione importata e i continui richiami della Bce a non generare ’second- round effects’ alimentando la dinamica salariale suggeriscono di mantenere invariato il tasso programmato per il 2008, adottando misure redistributive per alleviare l'impatto negativo sui redditi più bassi», spiega il Documento di Programmazione. «Fate lo 00496913...è il numero della Bce, che vi spiegherà cosa bisogna scrivere nel Dpef a proposito dell'inflazione» ha aggiunto due giorni fa Giulio Tremonti, chiamando in causa la Banca centrale europea, per spiegare le ragioni «tecniche» del tasso d'inflazione programmata all'1,7%. Certo, la Bce anche nell’ultimo «Bollettino» ha paventato i rischi di una spirale prezzi salari, ma non ha dato nessuna indicazione sul tasso programmato di inflazione. Ma Tremonti non demorde: a modo suo ha fornito anche una giustificazione «politica» di quell'1,7%, spiegando che «non stiamo parlando di inflazione, perché quello che sta succedendo si può chiamare in tutti i modimanon inflazione: è un fenomeno straordinario che non ha nulla a che vedere con la dinamica domanda-offerta, si tratta di speculazione ». E ha citato l'esempio del petrolio: «di colpo - ha detto - la speculazione si è mossa passando dalle perdite sulmercato finanziario a tentati guadagni sul mercato delle materie prime». Poi, con una frase ad effetto ha concluso: «la speculazione è la peste sociale di questo secolo». Ma, dice lui, sinistra e sindacati di speculazione non parlano. Tremonti, invece, ne straparla,ma non fa nulla per cercare di convincere i grandi della terra a bloccarla. Magari con una tassa sui future che ogni giorno vedono scambi per un miliardo di barili di petrolio. Insomma, ne parla,ma poi sceglie la via più semplice: da uomo di «classe» vuol far pagare l’inflazione a chi non può esportare capitali all’estero perché campa del proprio lavoro.


Contratti - Sacconi insiste: ancorare gli aumenti alla produttività

ANTONIO SCIOTTO

Il dibattito sull’inflazione programmata all’1,7% è ancora al centro delle cronache: i sindacati hanno ribadito la loro critica alla decisione del governo di indicare un dato inferiore alla metà di quello reale (3,6%), minacciando sulla possibilità che il «dialogo» possa andare avanti. Ma l’esecutivo non cambia posizione: anzi, ieri il ministro del Welfare Maurizio Sacconi è tornato ad affermare che «quanto detto dal segretario della Cgil Epifani sono sciocchezze», e che comunque per il rinnovo dei contratti non si dovrà più guardare, d’ora in poi, all’inflazione programmata, quanto piuttosto alla produttività e agli utili delle imprese: «Tutti i contratti, già da molti anni, prescindono dal tasso di inflazione programmata. Il problema oggi è superare quel modello contrattuale, ancorando i salari alla produttività e agli utili dell'impresa». Così, chi ancora vuole difendere il contratto nazionale - o perlomeno la possibilità che esso recuperi almeno l’inflazione - «ha la testa ripiegata all'indietro». «Mi sembra - conclude il ministro - una polemica pregiudiziale di chi ha una visione politicista della funzione sindacale». Per il segretario Cisl Raffaele Bonanni l’1,7% è un «dato inverosimile» con cui «si rischia di mettere subito a repentaglio le condizioni favorevoli alla trattativa per il rinnovo del modello contrattuale ». Duro anche il segretario generale della Fiom, Gianni Rinaldini: «Quel dato all’ 1,7% è un’assurdità». Poi Rinaldini ha criticato la decisione dei ministri Ue di aumentare l’orario settimanale fino a 65 ore, e tutte le proposte di Sacconi sul mercato del lavoro: «Il ministro ha un problema con la Cgil, e in particolare con la Fiom: il problema è che rappresenta il governo». Anche Guglielmo Epifani, dalDirettivo della Cgil, è tornato a criticare non solo l’inflazione programmata, ma«tutte le misure annunciate dal governo ». Con le imprese, però, il segretario Cgil vuole continuare a trattare. Eppure ieri la presidente della Confindustria Emma Marcegaglia, pur dichiarando che «è importante il dialogo», ha detto chiaro che «l’inflazione programmata all’1,7% è positiva»: «La domanda è assolutamente ferma», ha spiegato, e con «un'inflazione ancora non domata», c’è il rischio che i sindacati, permantenere il potere d'acquisto, «inneschino una logica di spirale prezzi-salari che ha già fatto danni pesanti al nostro paese».Dall’altro lato, ha però voluto mantenere una porta aperta: «se il tasso reale alla fine sarà molto diverso da quello programmato », Confindustria è «disponibile a fare una riflessione attorno a un tavolo». Critiche al governo sono venute da Pd e Sinistra. Per Tiziano Treu (Pd) «l'1,7 % è irrealistico e inaccettabile»: «Non si può caricare completamente sugli aumenti contrattuali l'onere della lotta all'inflazione. I contratti nazionali devono contribuire al mantenimento del potere di acquisto». Per Pino Sgobio (Pdci) «serve una forte mobilitazione sociale».

 
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