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Strage a Mineo, nel catanese. Sei operai sono morti asfissiati PDF Stampa E-mail
giovedì 12 giugno 2008
CORRIERE.it - 12 giugno
«E' IN RITARDO E NON CHIAMA, NON LO FA MAI»
«E' successo qualcosa». E la madre
di Giovanni fa scoprire la tragedia
Il tecnico intervenuto ha rischiato di diventare la settima vittima per l'aria avvelenata che saliva dall'impianto
DAL NOSTRO INVIATO
MINEO (Catania) — Le chiamano morti bianche ma in questa gola avvinghiata alla rocca di Mineo, fra Catania e Caltagirone, la morte è nera come la cloaca che ha inghiottito uno dopo l'altro l'esistenza di sei operai. Tutti raccolti e abbracciati per salvarsi a vicenda dopo aver tentato di riparare quel maledetto depuratore con le vasche zeppe di melma. Tutti esperti e traditi dalla sicurezza di chi non usa le maschere mentre una pompa improvvisamente fa scattare un'ondata di fango velenoso, come sembrava emergere in nottata dalle prime valutazioni di vigili del fuoco, esperti della protezione civile, tecnici di tanti uffici rovesciati in quantità su questi tornanti sterrati dove non s'arrampicava mai un ispettore del lavoro quando ce n'era bisogno, quando sarebbe stato necessario intervenire per fare capire come si fa a non bruciare la propria vita.

IL SOSPETTO - Ma quanto potranno appurare le inchieste non servirà a nulla per la mamma di Giovanni Sofia che ha cominciato a gridare il nome di suo figlio alle 15.30 con il presentimento del peggio. A quell'ora s'è presentata all'ufficio tecnico di Mineo dicendo che il suo ragazzo non era tornato a casa, che la pasta al sugo era rimasta coperta da un piatto, che Giovanni non aveva avvertito del ritardo, che non lo faceva mai, che bisognava preoccuparsi, che qualcuno doveva andare a controllare. E c'è andato un collega, rassicurandola, certo di trovare Giovanni e gli altri ancora impegnati al lavoro, oppure in pausa, al fresco fra gli ulivi e i limoni di quella gola tutta verde, abitata da un solo pastore con le pecore e l'ovile a 100 metri dal depuratore. Ma quando quel tecnico è arrivato con la sua macchina lassù ha notato il cancello accostato, a destra l'ufficio con i comandi deserto, a sinistra il magazzino vuoto e ha cominciato invano a gridare i nomi di Giovanni e di Salvatore Pulici, il tecnico responsabile dell'impianto, precario per cinque anni e appena stabilizzato a 37 anni.

LA SCOPERTA - Un presentimento ha preso corpo mentre avanzava verso la vasca di raccolta. La grata dell'imboccatura spostata, le punte di una scala di ferro immobili come sinistro stendardo. Un'occhiata giù e la visione orrenda della morte con esalazioni fetide che stavano per fare la settima vittima. Ripresosi a fatica, ha richiamato l'attenzione di quel pastore sceso di corsa dal monte, Giuseppe Monaco, trent'anni, Peppe per tutti. E allora è stato Peppe a dare una prima ricostruzione almeno dei tempi: «Alle 9 è arrivato il furgone per gli spurghi della Carfì, con i due operai che venivano spesso a ripulire. C'era Salvatore Pulici ad aspettarli. Era lui che se ne intendeva di cose chimiche, di esami di laboratorio, di manovre. Si saranno messi a lavorare. Ma io me ne sono andato con le pecore...». A questo primo flash ne segue un altro a mezzogiorno. «A quell'ora sono passato di nuovo davanti all'impianto è ho visto Pulici che correva da una parte all'altra. Tutto normale m'è sembrato. E me ne sono andato », racconta ancora Peppe che è sempre l'unico testimone ad aver visto qualcosa, anzi a non aver visto niente alle tre del pomeriggio. «Sono ripassato da qui e non ho visto nessuno. Il camion dello spurgo fermo, quattro macchine parcheggiate, i cancelli chiusi...». Quanto bastava per lanciare l'allarme.

«GIOVANNIIII» - Ma a quell'ora s'era già mossa la mamma di Giovanni, terrorizzata come le altre madri di questo paese a lutto, tinto di nero come la tragedia che s'abbatte sull'intera comunità. «Giovanniiii» è un grido che echeggia incrociato con quelli dei nomi delle altre vittime in una notte vissuta in quell'anfratto illuminato dalle cellule fotoelettriche mentre i colleghi delle vittime giurano che non può essere stata l'assenza delle maschere la causa del disastro, che bisogna controllare gli impianti elettrici. Per loro bisogna privilegiare una sola ipotesi, quella della scossa elettrica che però vede scettici però vigili del fuoco e carabinieri. Prende quota invece il dramma di una pompa azionatasi improvvisamente quando i primi due operai della ditta esterna s'erano già calati in quel girone infernale. Soccorsi a catena dagli altri operai, compreso Giuseppe Zaccaria, diventato il vice di Pulici, in ferie ma richiamato proprio per riparare quel mostro che soltanto loro due insieme erano convinti di saper domare.
 
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