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"Ideologie" padronali: produttività, profitti, contratti su misura PDF Stampa E-mail
lunedì 09 giugno 2008
IL MANIFESTO – 9 giugno
L'EDITTO LIGURE
Gabriele Polo
«Sistemati» i poveracci - immigrati in testa - e in attesa di risolvere militarmente la discarica campana, il governo va a occuparsi dei lavoratori. Con l'appoggio della Confindustria, il beneplacito degli intellettuali di corte e nel vuoto di opposizione politica. «Ora si può fare», hanno detto Sacconi e Berlusconi al summit padronale ligure. E poiché lo stato è una grande azienda - parola di premier - la deregulation si decreta dall'alto. Sarà «un'opera pesante» per liberalizzare gli orari, protrarre all'infinito i contratti a termine, modificare la legge sulla sicurezza (che essendo quella del lavoro non interessa a nessuno, a parte chi ci crepa).
Non c'è nulla di stupefacente in tutto questo. Se l'individualismo diventa la relazione sociale prevalente, i rapporti di lavoro non possono che essere «personali», vanno sciolti tutti i legami collettivi, tranne quello che vincola ciascun dipendente al suo imprenditore. Se il lavoro e chi lo svolge sono una merce profittevole, ogni ostacolo - di legge o contrattuale - va rimosso. Ci penserà poi il padrone a fissare prezzo e modalità, eventualmente a concedere un po' di welfare alla comunità aziendale. Al sindacato decidere se accodarsi o no, sapendo - precisano governo e imprese - che si procederà comunque, che il conflitto non è previsto. Quello, eventualmente, sarà materia di ordine pubblico.
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IL MANIFESTO – 9 giugno
E MARCEGAGLIA DETTA LE CONDIZIONI
CONTRATTI Da martedì confronto in salita
S. F.
SANTA MARGHERITA LIGURE
«Una provocazione, un paradosso, e neanche troppo moderno». E' la giornata del contraddittorio a Santa Margherita, o forse l'avvio del confronto tra imprese e sindacati, e Guglielmo Epifani così risponde alla «provocazione culturale» - contratti sempre più tailor made, tagliati e cuciti su misura per ogni singolo lavoratore - lanciata due giorni fa dalla presidenta dei giovani industriali, Federica Guidi. «Il contratto individuale non va bene - dice il segretario generale della Cgil - E' bene che le imprese tornino coi piedi per terra». E non va bene, aggiunge, la proposta di contratti macro regionali (a cui plaude invece Enrico Letta, Pd): «La produttività al Sud è il 18% in meno della media nazionale e le retribuzioni sono più basse del 18%, che nessuno parli quindi di una differenzazione salariale per area geografica».
La trattativa sulla riforma del modello contrattuale si apre martedì. Concludendo la due giorni dei giovani industriali, Emma Marcegaglia detta le condizioni e avverte: «Non firmeremo un accordo a tutti i costi». Il livello aziendale, in cui i salari vanno legati ai parametri della produttività, «deve restare volontario», e in definitiva «alternativo» rispetto al primo («non si contratta due volte la stessa cosa»). Di più: gli industriali chiedono «certezza delle regole», e «sanzioni» per chi non rispetti gli accordi siglati.
Il resto lo aveva detto poco prima Alberto Bombassei. «Il contratto nazionale va alleggerito perché in questi anni, con richieste superiori del doppio all'inflazione reale, non ha fatto che ridurre gli spazi della contrattazione aziendale», dice il vicepresidente di Confindustria. Risponde Epifani: «La questione salariale dimostra che non è così. Il secondo livello è andato indietro perché in questi quindici anni, nell'andamento del ciclo produttivo, è cambiato tutto». Facile per Maurizio Belpietro, che modera la tavola rotonda, divertirsi giocando sulle divisioni nel fronte sindacale. Raffaele Bonanni, leader Cisl, lo lascia fare: «Non un euro in più ma neanche uno in meno, i parametri dell'inflazione vanno rivisti e il contratto nazionale deve avere solo un ruolo di ridisegno delle norme di regolazione». «Ma non è che non volete alleggerire il contratto nazionale per paura di perdere potere in quanto sindacato?», insiste Belpietro. Un brodo di giuggiole per Bonanni: «E' al livello aziendale che la cooperazione tra lavoratori e imprese può esprimersi al meglio, poi è lo stesso nostro documento unitario a enunciare la partecipazione in luogo dell'antagonismo».
Un contratto nazionale decisamente alleggerito dunque, con il secondo livello per le imprese che possono permetterselo (attualmente il 30%). E rigorosamente «aziendale», Bombassei è tassativo: «Attenzione a non cadere in un equivoco parlando di contratti territoriali, di filiera, distretto o quant'altro, perché allora si parla di contratti alternativi al nazionale e non all'aziendale». «Se il principio è ridurre in alto per allargare in basso non sono d'accordo», dice ancora Epifani. Quanto chiesto ieri dalle imprese è persino qualcosa di molto meno.
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ADNKRONOS – 7 giugno
CONTRATTI: MARCEGAGLIA, ABBANDONARE SPIRITO IDEOLOGICO E SUPERARE ARROCCAMENTI
S.Margherita Ligure - Abbandonare lo spirito ideologico e superare gli arroccamenti. E' su questa strada che, per Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria, dovrà incanalarsi il confronto sulla riforma del modello contrattuale che si aprirà martedì prossimo tra industriali e sindacati. "Occorre - dice dal palco- lasciarsi alle spalle il conflitto sociale e negoziare non in base alle ideologie ma con l'obiettivo di migliorare le condizioni dei lavoratori e per creare più ricchezza per le imprese". per questo occorrono "regole contrattuali chiare e precise e prevedere sanzioni ad hoc per chi le viola", elenca aggiungendo: "no a una contrattazione che preveda su entrambi i livelli le stesse cose e si ad una contrattazione aziendale su base volontaria anche se - aggiunge- ci si deve spostare in questa direzione perchè e' l'unico livello in cui si può dare più salario".
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IL SOLE 24 ORE.com - 7 giugno
CONTRATTI, MARCEGAGLIA: «CON PRAGMATISMO, UN ACCORDO LO TROVEREMO»
dall'inviato Piero Fornara
«Porteremo, e auspichiamo che da tutte le parti ci sia, uno spirito di pragmatismo e concretezza» ha detto Emma Marcegaglia al convegno di Santa Margherita Ligure, ricordando che martedì 10 giugno partirà il confronto tra imprese e sindacati sul modello contrattuale. La presidente di Confindustria è salita sul palco «emozionata» come ha spiegato lei stessa perché «dalla stessa tribuna dodici anni fa, il 6 giugno 1996, avevo parlato per la prima volta da neo eletta presidente dei Giovani imprenditori».

Sui contratti la richiesta di Confindustria è di «lasciarsi alle spalle la logica del conflitto sociale, di superare gli arroccamenti, di negoziare non in base a un'ideologia ma a in base alle condizioni dei lavoratori». In vista dell'apertura della trattativa fra imprese e sindacati, Emma Marcegaglia è ottimista: «Ci sono le condizioni perchè si arrivi a un buon accordo», anche se ha ribadito di non volere «un accordo a tutti i costi, di facciata: il modello nuovo a cui puntiamo deve essere un mezzo, non un fine, e deve servire a produrre più ricchezza per le imprese e a migliorare le condizioni dei lavoratori». La numero uno degli industriali ha promesso: «Porteremo pragmatismo e concretezza, vogliamo lasciarci alle spalle l'arroccamento sulle rispettive posizioni». La condizione per continuare il negoziato è che «non sia una trattativa ideologica. Essa deve riguardare gli interessi dei lavoratori e del Paese».

La presidente di Confindustria ha puntualizzato che gli imprenditori si siederanno al tavolo con una «posizione chiara e netta» e con alcuni punti fermi: «per prima cosa la certezza delle regole, perchè se facciamo accordi devono essere rispettati. Servono delle sanzioni chiare e precise per chi non li rispetta. Secondo, non si può contrattare due volte la stessa cosa. Terzo, il livello di contrattazione aziendale deve essere sicuramente volontario, ma gradualmente è necessario che ci si sposti verso quella direzione».
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IL SOLE 24 ORE.com - 7 giugno
LA CHANCE DELLE NUOVE RELAZIONI INDUSTRIALI
di Alberto Orioli
Per troppi anni le relazioni industriali sono servite a distribuire più potere che non reddito. È sufficiente un dato: negli anni 60 bastava un decennio per raddoppiare la propria retribuzione in termini reali, negli anni 80 ci voleva un'intera vita lavorativa, oggi ci vorrebbero più di tre vite.
Alla fine del secolo scorso,alle parti sociali – imprese e sindacati – è stata chiesta un'opera di straordinaria supplenza verso una classe politica azzerata da Tangentopoli; in anni più recenti gli stessi soggetti hanno svolto un'azione di supporto per coalizioni rissose, incapaci di vera incisività d'azione. Il modello di relazioni industriali di riferimento aveva come obiettivo principale l'abbattimento dell'inflazione e dei tassi d'interesse. Ben presto tutto ciò è diventato la concertazione della politica economica che ha concentrato la dialettica sociale soprattutto sulle politiche fiscali, di welfare e di incentivazione pubblica verso il mondo della produzione.
Da martedì quella supplenza finisce del tutto. Riparte il "cantiere" per la costruzione di un nuovo modello di contrattazione, tema principe delle relazioni industriali. Per questo sono state importanti ieri le indicazioni strategiche illustrate dalla presidente di Confindustria Emma Marcegaglia a Bergamo e le «prospettive culturali» lanciate a Santa Margherita Ligure da Federica Guidi a nome dei Giovani industriali.
È il tempo della produttività, argomento già presente nell'accordo storico del '93 – l'intesa ora oggetto di profonda revisione – ma finora sempre eluso. L'aggancio all'inflazione è stato un obiettivo "difensivo", di una contrattazione per i bisogni primari (il costo della vita che pesa soprattutto sui generi più acquistati); la produttività è oggi un obiettivo più sofisticato, di crescita. È come se garantisse ai protagonisti del confronto l'energia di un contrattacco.
La produttività raffigura una missione più consapevole da parte di chi punta ad accrescere la torta da spartire. Ed è un indicatore che dà conto della capacità di un Paese e di un sistema produttivo di migliorarsi, di innovare, di modificare assetti organizzativi, di aumentare la qualità del proprio personale, dei propri prodotti e servizi.

La produttività crea, laddove il confronto sindacale si svolga sulla base di analisi appropriate, un legame tra il miglioramento delle performance dei singoli con quello dell'intera performance d'impresa, fino a mettere in campo le strategie di internazionalizzazione o di investimento in ricerca e sviluppo. E introduce la discriminante del merito che vale sia verso il talento dei singoli, sia verso quello dell'impresa tutta.

I cittadini elettori hanno scelto con chiarezza: Governo e Parlamento hanno potuto riavere i loro spazi, nonostante una legge elettorale imperfetta. La politica li userà per definire la cornice delle scelte pubbliche. Le parti sociali sembrano rientrare nei ruoli pre-politici e concentrano l'attività nelle materie proprie della rappresentanza dei cittadini produttori e dei cittadini consumatori. Rientra in questa nuova dialettica la scelta fatta dal Governo Berlusconi di alleggerire il carico fiscale sugli straordinari e sui premi: avrà effetti importanti per le buste paga e potrà aiutare anche le scelte delle parti sul nuovo sistema di contrattazione.

Non è solo nella visione della Confindustria che il nuovo equilibrio salariale dovrà concentrarsi nelle aziende attraverso la contrattazione di secondo livello. Anche il sindacato parla di una nuova stagione che apra più spazi in azienda. Del resto è consapevolezza comune che, ad esempio, la proliferazione dei settori della contrattazione nazionale forse sia servita soprattutto a creare e ad alimentare burocrazie associative ormai superate. Di qui la necessità di accorpare alcuni comparti. È consapevolezza comune anche l'idea che debba essere il talento a essere premiato: la trattativa sarà su chi avrà il ruolo per determinare chi e quanto sia da incentivare.

Federica Guidi si proietta verso il mondo della contrattazione su misura, individualizzata, tailor made. Il sindacato cerca un ruolo e controbatte che, da solo, il lavoratore non avrà mai una forza contrattuale equivalente a quella dell'impresa. In realtà per le professionalità ad alto contenuto qualitativo il mercato offre già oggi le migliori tutele, ma per i lavoratori a minor "caratura" il sindacato avrà ruolo – come ha detto ieri Pietro Ichino – solo se riuscirà davvero ad agire come «intelligenza collettiva».
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IL MANIFESTO – 7 giugno
CONFINDUSTRIA
«BASTA CONTRATTO COLLETTIVO», I PADRONI D'ORA IN POI LO VOGLIONO INDIVIDUALE
Da Santa Margherita Ligure la ricetta dei giovani imprenditori: massima flessibilità e gabbie salariali. Plauso da governo e Pd
SARA FAROLFI
INVIATA A SANTA MARGHERITA LIGURE
Un contratto sempre meno collettivo e sempre più «taylor made», tagliato e cucito attorno al singolo individuo. A tanto arriva il «salto quantico», la «prospettiva culturale», il «dubbio radicale» lanciato ieri da Federica Guidi, presidenta dei giovani industriali, in apertura del consueto meeting preestivo a Santa Margherita Ligure. Ma la platea non sembra voler raccogliere la provocazione. Pragmaticamente consapevoli che ogni cosa ha il suo tempo, gli industriali plaudono ai primi provvedimenti del governo (che in questa direzione procedono spediti), e «più realisticamente» convergono sulla necessità di una differenziazione salariale tra nord e sud del paese. Mentre da Bergamo, dove è riunito lo stato maggiore di Confindustria, Emma Marcegaglia detta le prime condizioni alla trattativa con i sindacati che si apre martedì: «Firmeremo solo con un legame stringente tra aumento dei salari e produttività (ma sia chiaro che quello aziendale non può diventare un ulteriore salario fisso) e con la previsione di sanzioni per quei contratti siglati fuori dalle regole».
Il post ideologico diventa il massimo dell'ideologia, ormai non è una novità. Il «vecchio» spacciato a buon mercato come «nuovo»: l'impresa, ripulita delle obsolete contrapposizioni di interessi, come centro regolatore della società («la distinzione tra capitale e lavoro risulta obsoleta come un blocco di marmo»). Non uno straccio di autoriflessione, nell'intervento di Guidi. La relazione del direttore del centro studi di Confindustria qualcosa dice in materia di produttività: in Italia l'investimento in ricerca e sviluppo delle imprese private è pari allo 0,4% del Pil (risultato che, in classifica, ci vede sopra solo alla Grecia e al Portogallo). Ma nell'intervento di Guidi due sono le strade per supplire alle vecchie scorciatoie non più praticabili (svalutazioni della moneta, competizione a basso costo e via dicendo): relazioni industriali riformulate («uno, nessuno, centomila» contratti) e la riduzione della aliquote fiscali («che produce impulsi espansivi più persistenti di quelli indotti da aumenti di spesa»).
Per il contraddittorio bisognerà aspettare oggi. Inutilmente ieri ha tentato la «domanda scomoda» il moderatore del dibattito, Gad Lerner: ma siamo sicuri che in questa prospettiva non ci sia qualcuno che rischia di perdere? Nessuno risponde. «No ai contratti individuali, sì alla differenziazione territoriale delle retribuzioni», dicono, tra gli altri, Alessandro Profumo (ad Unicredit) e Ivanhoe Lo Bello (presidente Confindustria Sicilia). L'unico a tirare in ballo l'articolo 18 è Pietro Ichino, deputato Pd (ma d'altro canto, lo dice lui stesso, «la distinzione tra destra e sinistra non c'è più»). L'unico a raccogliere il «salto quantico» proposto da Guidi è Michele Tiraboschi, direttore del centro studi Marco Biagi.
Ma lo show spetta al ministro Brunetta che chiede di potere recitare «una doppia parte in commedia». «Non esiste un modello contrattuale efficiente sempre e una volta per tutte», e qui parla il professore Brunetta che chiede un unico modello contrattuale tra pubblico e privato, e lancia lo «shopping contrattuale». Ridisegna poi il conflitto di classe, «non più tra capitale e lavoro, ma tra buon capitale e buon lavoro contro la cattiva burocrazia». Nelle vesti di ministro annuncia in tempi record (dieci giorni) un disegno di legge per la riforma della pubblica amministrazione: piatto forte è la class action anche nel pubblico.
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IL SOLE 24 ORE - 6 giugno
GUIDI, «RIPENSARE IL CONTRATTO DI LAVORO: DOVREBBE ESSERE FATTO SU MISURA»
dall'inviato Piero Fornara
Aprendo l'annuale convegno di Santa Margherita Ligure, venerdì 6 giugno, la neo eletta presidente dei Giovani imprenditori Federica Guidi ha detto che è necessario partecipare al dibattito sui cambiamenti nella sfera delle relazioni industriali e lanciare uno sguardo al futuro, in linea con il ruolo di "coscienza critica" di Confindustria, che tradizionalmente si sono ritagliati gli "under 40" dell'associazione. Se le sfide della globalizzazione continueranno a incalzarci, quali nuove risposte devono trovare le imprese nel rapporto con il loro capitale umano? Sono ancora attuali i modelli di ieri? Si è chiesta Federica Guidi. Il contratto, ha spiegato, "dovrebbe essere sempre meno collettivo e sempre più tailor made, fatto su misura, tagliato attorno al singolo individuo". Ciò che deve essere garantito non è un posto di lavoro, bensì reddito e formazione adeguati, investendo su modelli di "flexecurity" attivi e moderni.
Per i Giovani imprenditori occore dare al secondo livello di contrattazione sempre più spazio: "ciò significa attribuire al contratto nazionale il compito di operare, secondo i principi della dottrina tedesca, come un mantello che dà copertura per le garanzie minime". In questa fase "è comprensibile - ha spiegato la Guidi - e appropriato che resti alla contrattazione nazionale stabilire dei minimi tabellari; lo è di meno la pervasività delle prescrizioni negoziate a livello centrale. In qualche modo, se si vuole che si faccia più contrattazione di secondo livello, bisogna incentivarla limitando quella di primo". La contrattazione nazionale – ha osservato la presidente dei Giovani – "deve essere esclusivamente di garanzia, lasciando al rapporto tra lavoratori e impresa, a livello aziendale, la definizione della più ampia sfera possibile di condizioni contrattuali"
Se si guarda al sistema di relazioni industriali, ha proseguito la neo leader dei Giovani, "ci rendiamo conto che il meccanismo è ingessato, statico, ben lontano dalla definizione di questi giorni del ministro Brunetta, che vede la contrattazione collettiva come un sistema aperto e capace di autoapprendimento'". Ma non è possibile un autentico cambiamento delle relazioni industriali "a prescindere da una semplificazione complessiva dei rapporti di lavoro". Le relazioni industriali, secondo la numero uno dei Giovani imprenditori, vanno quindi "non solo aggiornate, ma anche fluidificate".
Ai sindacati e ai politici, della maggioranza come dell'opposizione, Federica Guidi ha sottolineato che si aspetta che ai giovani, tutti i giovani, non solo gli "under 40" di Confindustria, essi parlino "non solo dell'Italia di qui a sei mesi, ma dell'Italia del 2020, di un Paese che avrà già scavalcato le insidie che ora ci atterriscono". Le relazioni industriali "offrono uno straordinario banco di prova a chi voglia semplificare la vita agli italiani che lavorano e spero – ha concluso tra gli applausi del pubblico la Guidi – che questa sia un'occasione che il nuovo Governo non desideri perdere",
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ANSA - 6 giugno
MARCEGAGLIA: VINCOLO PRODUTTIVITA'
Presidente Confindustria: o niente accordo sui contratti
BERGAMO - Confindustria farà l'accordo con i sindacati per il rinnovo degli assetti contrattuali solo con un legame fra aumenti e produttività. E' quanto ha ribadito il presidente degli industriali Emma Marcegaglia nel suo intervento all'assemblea di Confindustria Bergamo. 'Non possiamo firmare a tutti i costi - ha spiegato - e lo faremo solo se si potrà fare un passo avanti al Paese in tema di produttività, legando quindi la crescita dei salari all'aumento della produttività stessa'.
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IL SOLE 24 ORE.com 5 giugno
I NODI DA SCIOGLIERE DELLA PRODUTTIVITÀ E DELLA CRESCITA
di Luca Paolazzi
Nuove relazioni industriali per rilanciare la crescita. L'Italia vive da ormai quindici anni una crisi di crescita. Il rallentamento è iniziato prima, ma è diventato evidente nel confronto internazionale nell'ultimo periodo. La bassa crescita nasce dalla stagnazione, e in alcuni casi diminuzione della produttività.
Ciò ci sta allontanando, in termini di reddito pro-capite, dall'Europa. Inoltre con la produttività ferma le retribuzioni salgono troppo lentamente per dare una percezione di maggior benessere alle famiglie. Mentre i profitti netti nel settore manifatturiero sono in forte calo e non ripagano gli investimenti. Perciò occorre rilanciare la produttività, in modo da innalzare il tasso di crescita complessivo dell'economia senza penalizzare l'occupazione, come accadeva negli anni 70 e 80. Infatti, in Italia, e soprattutto nel Mezzogiorno, ancora troppe poche persone lavorano. E la ricchezza delle famiglie dipende anche dal numero di lavoratori attivi. Per rilanciare la produttività occorre agire su più fronti, sia dentro le imprese sia fuori dai cancelli delle fabbriche.

Un ruolo cruciale può avere un nuovo modello di contrattazione, che punti a un maggior coinvolgimento dei lavoratori agli obiettivi aziendali, sposti le persone verso le imprese che crescono di più, agganci la retribuzione ai risultati. Ciò richiede fiducia e trasparenza tra lavoratori e datori di lavoro. Oggi si parla sempre di distribuire la produttività, ma prima di distribuirla occorre crearla. E un modello contrattuale imperniato sul contratto aziendale e sui premi per obiettivi crea e insieme distribuisce la produttività.
 
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