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Ricchi e poveri: il gap avanza PDF Stampa E-mail
marted́ 20 maggio 2008
IL MANIFESTO – 20 maggio
La disuguaglianza nella distribuzione dei redditi è ai livelli più alti. Lo dice un sondaggio del Financial Times. E lo confermano tutte le istituzioni economiche
Sara Farolfi
La disuguaglianza nella distribuzione del reddito ha raggiunto livelli intollerabili per la gran parte dei cittadini in Europa, Stati Uniti e Asia.  Ciò che stupisce non é tanto il dato, quanto piuttosto il fatto che a curare il sondaggio d'opinione (oltre 8.700 questionari, in otto paesi) e a darne notizia é il Financial times. E non é tutto. Una consistente maggioranza di cittadini degli otto paesi (Italia, Francia, Germania, Spagna, Inghilterra, Stati uniti, Cina e Giappone) pensa anche che il gap nella distribuzione del reddito sia destinato ad accentuarsi nei prossimi cinque anni, ed é convinto che i ricchi dovrebbero pagare più tasse dei poveri, mostrando così di vedere nella fiscalità generale uno strumento di giustizia sociale. Che anche la Bibbia del capitalismo, come viene definito il quotidiano economico inglese, si eserciti (a modo suo, naturalmente) sul tema dell'anche i ricchi piangano nostrano, che aveva suscitato tante e tali levate di scudi?
In un rapporto delle Nazioni unite, citato dal quotidiano, si stima che le 50 persone più ricche nel mondo guadagnano più di 416 milioni di poveri. Ma i dati in materia si sprecano e tutte le istituzioni internazionale - dalla Banca mondiale al Fondo monetario internazionale (Fmi), fino alla Banca dei regolamenti internazionali - convergono sull'analisi: nell'arco di un ventennio, a partire dagli anni '80, la distribuzione del reddito é vistosamente peggiorata, polarizzandosi sempre più nella forma piramidale che vede pochissimi ricchi al vertice e moltissimi poveri in fondo. L'ineguaglianza é cresciuta dappertutto, nelle economie emergenti come in quelle avanzate, nei paesi in via di sviluppo e in quelli industrializzati. Il Fmi, nel suo ultimo World economic outlook, la definisce una «chiara inversione di tendenza rispetto al generale declino dell'ineguaglianza che aveva contrassegnato la prima metà del ventesimo secolo». I ricchi, spiega l'istituto monetario, sono diventati sempre più ricchi a danno di quella che una volta si chiamava classe media, i poveri sono rimasti poveri. L'ultima ondata di globalizzazione, per usare le parole del Financial times, ha creato «una super-classe» di persone ricche.
Del gap esistente nella distribuzione della ricchezza tra profitti e salari si é occupato invece l'ultimo rapporto della Banca dei regolamenti internazionalin (Bri): la quota destinata ai profitti é talmente alta (e, specularmente, talmente bassa quella destinata ai salari) da non avere precedenti negli ultimi 45 anni, dice il rapporto.
Perciò non dovrebbe stupire che, in larga maggioranza, i cittadini intervistati, alla domanda 'pensi che il gap tra ricchi e poveri sia troppo alto', abbiano risposto 'sì'. Persino negli Stati uniti, «tradizionalmente più tolleranti rispetto alle disuguaglianze», i 'sì' hanno raggiunto il 78% degli intervistati (l'Italia, con i 'sì' sopra all'80%, si colloca al terzo posto, dopo Germania e Francia), mentre poco più del 60% di costoro pensa che il governo dovrebbe alzare le tasse sui redditi più alti (in Italia, al terzultimo posto nella classifica degli otto paesi, dice 'sì' il 58% degli intervistati). E' stato il Financial times, ultimamente, il più puntuale cronista delle lotte per il pane che sconvolgono il mondo. In Europa, i super stipendi dei manager iniziano a entrare nel mirino dei governi. E in Italia é stato Tremonti a pronunciare l'impronunciabile: una stretta su banche e petrolieri. Parole per ora, nulla di più.
 
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