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Al Welfare ritorna il "devoto" della legge 30 PDF Stampa E-mail
venerd́ 09 maggio 2008
IL MANIFESTO - 9 maggio
Sacconi eredita il ministero da Damiano. Punta sugli straordinari e salari variabili, deciso a conquistare la Cgil
Antonio Sciotto
Per competenza era decisamente lui che doveva meritare il ministero del Welfare,e alla fine ha avuto la meglio sulle ipotesi Prestigiacomo o personaggi vari di An - da Ronchi a Urso - che della sua esperienza sul campo non hanno nemmeno l'ombra. volta vorrà governare «il più possibile in continuità con il passato esecutivo».
Maurizio Sacconi ha sempre lavorato dietro le quinte, è un veneto austero e di poche parole, sorride con difficoltà, ma il suo sostegno è stato prezioso negli anni in cui - passato governo Berlusconi - l'allora ministro Roberto Maroni metteva mano al lavoro e alle pensioni per destrutturarli: lo «scalone», ma ancor di più la legge 30, sono una sua «creatura».
Il neo ministro ha composto insieme a Marco Biagi il Libro Bianco sul lavoro del 2001, che ha poi ispirato la legge 30. Una legge molto controversa: battezzata «supermarket della precarietà» dalla sinistra, mentre al contrario il centrodestra la intitolava a Biagi, quasi per renderla «sacra» e intoccabile. E Sacconi, se vogliamo, della legge 30 è il primo «devoto», una sorta di «sacerdote», la Vestale che l'ha sempre difesa a spada tratta.
Chi in questi anni ha bazzicato le cronache sindacali, sapeva che ad ogni rilevazione dell'Istat sulle forze lavoro, a ogni indagine sui precari, sarebbe arrivata puntuale - più o meno alle 17 - la dichiarazione di Sacconi, che ripeteva sempre il medesimo refrain: «E' una prova che la Biagi funziona». Con immancabile aggiunta: «... nonostante quello che affermano la sinistra e la Cgil, a causa di pregiudiziali ideologiche...». Sacconi è presidente dell'associazione «Amici di Marco Biagi», ha confermato che «applicherà in pieno» la legge 30, ma anche che modificare l'articolo 18 «non è una priorità».
Ma gli ultimi mesi non sono stati affatto da «panzer», anzi Sacconi - proiettato verso il ministero - ha offerto il lato più morbido, in particolare verso la Cgil, che ha più volte invitato a «riflettere» e a «dialogare». Pur non diluendo, con questo, le sue posizioni, rafforzate da una piena sintonia con la Confindustria e - spesso - anche con la Cisl: detassazione degli straordinari e - in particolare - dei premi variabili. Perché se Raffaele Bonanni (Cisl) vorrebbe che il decentramento contrattuale e la detassazione degli straordinari fossero almeno mitigati - anche per non svuotare il sindacato - dal passaggio attraverso la contrattazione di secondo livello, Sacconi non ha mai fatto mistero che - se fosse per lui - darebbe spazio alla «contrattazione individuale». Di recente aveva dichiarato che,se non ci fosse stato accordo tra le parti sociali, comunque il governo avrebbe detassato le voci variabili. E' ovvio però, che - tantopiù grazie all'unità sindacale ormai consolidata - Sacconi oggi mira piuttosto a essere lui il grande Concertatore, superando il modello Patto per l'Italia (che escludeva la Cgil) e coinvolgendo tutti.
Il «Dialogo» si è visto anche sul Testo unico sulla sicurezza - che vuole modificare venendo incontro alle imprese, ma «cercando il consenso di tutti» - e verso il Pd: sostiene l'elezione a presidente della Commissione lavoro di Pietro Ichino, e dall'altro lato ha lodato l'ex ministro del Lavoro Cesare Damiano, per «aver difeso la legge 30 dagli attacchi della sinistra radicale», e affermando che a sua
 
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