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Nazionale "super light". Così cambia il contratto PDF Stampa E-mail
giovedì 08 maggio 2008
IL MANIFESTO – 8 maggio
IL DIRETTIVO DELLA CGIL SI SPACCA SUL FUTURO
Il documento delle segreterie unitarie di Cgil, Cisl e Uil bocciato da circa il 25%. Si dimette Paola Agnello Modica
FRANCESCO PICCIONI
Il direttivo della Cgil che era stato chiamato ad approvare, tambur battente, il documento «storico» sulla riforma del modello contrattuale, si è aperto con un «giallo» che la dice lunga sulla tensione esistente all'interno del maggiore sindacato italiano. Gianni Rinaldini, segretario generale della Fiom - dopo la sintetica presentazione fatta da Guglielmo Epifani, segretario generale confederale - è intervenuto per ribadire la «contrarietà al documento, ma non partecipo al dibattito; due ore fa ho avuto il testo del provvedimento contro la Fiom di Milano, in merito al quale mi assumo gli atti e le responsabilità politiche di Maria Sciancati (segretaria milanese, ndr), e collego il mio iter personale al suo. Se viene sospesa, mi ritengo sospeso anch'io».
Epifani è sembrato sorpreso dalla piega presa dalla riunione, forse all'oscuro dei fatti in questione.
Aveva appena finito di registrare le dimissioni di Paola Agnello Modica, componente della segreteria confederale nominata «in quota» all'area tematica Lavoro e società, ma astenutasi sul documento in via di elaborazione da parte della sua componente (contrapposto a quello delle segreterie unitarie di Cgil, Cisl e Uil). E' suonata quasi liberatoria, a quel punto, la richiesta di sospensione avanzata da Nicola Nicolosi, coordinatore dell'area dissidente.
Poi la riunione riprendeva, con la prevedibile serie di interventi di schieramento pro o contro. In effetti il cambiamento di ruolo strategico del sindacato disegnato dal «documento unitario» è di portata storica, ed ha certo ragione Raffaele Bonanni, segretario generale della Cisl, a cantare vittoria. E mai come in questo caso risulta insopportabile che la discussione di merito venga annullata in favore del semplice «allinearsi» oppure no, con tanto di prevedibili ricadute su incarichi, ruoli, peso politico, autonomia decisionale, futuro personale in Cgil. Nei corridoi della sede di Corso Italia dirigenti di lunga militanza si passavano per mano i fogli, alla ricerca delle non molte - e non significative - variazioni rispetto al testo abbozzato in febbraio. Quello poi accantonato per «non disturbare» la campagna elettorale. Con risultati non proprio entusiasmanti.
L'unico punto effettivamente nuovo era quello allora «mancante», sulla democrazia e le regole della rappresentanza. Su questo è stato proposto un mix tra numero delle tessere (comunicato dall'Inps al Cnel) e voti presi nelle elezioni delle rsu. Non particolarmente trasparente, ma sufficiente per far rientrare nell'alveo del consenso alcune posizioni considerate da tempo «aperturiste a sinistra» (in varia misura collegate alla componente che faceva riferimento a Sinistra Democratica).
Le critiche venivano così tutte dalla sinistra interna (le aree Lavoro e società, Rete28aprile, la maggioranza della Fiom) e inchiodano soprattutto il ruolo «minimale» lasciato al contratto nazionale (in pratica solo il «recupero dell'inflazione realisticamente prevedibile»). Ma è tutto il senso politico della «riforma contrattuale» a essere considerato deficitario. Quella in discussione è infatti una «piattaforma» che i sindacati presenteranno al tavolo con Confindustria e il governo di destra. E' più che prevedibile che saranno esercitate forti pressioni per arrivare infine a una «mediazione» molto peggiore. Ma non è previsto nessun meccanimo conflittuale che possa sostenerla (esclusa da parecchi dirigenti di rilevo, nei giorni scorsi, che sottolineavano come «un conflitto con il nuovo governo sarebbe uno scontro con i cittadini che l'hanno eletto»; come se le lotte della Cgil storica, negli anni '50 e '60, fossero state «unitarie con la maggioranza degli elettori»).
E' indubbio (ma non esplicitato) il peso politico esercitato dall'esito elettorale. L'assenza di una sinistra parlamentare diventa l'occasione per una riconsiderazione dei pesi specifici all'interno della Cgil, per sancire l'assoluta preponderanza del Partito democratico (fatte salve alcune «riserve indiane». Forse). E c'è da chiedersi come potrà, eventualmente, tornare al conflitto un sindacato che ha di fronte un esecutivo che non fa mistero di considerare l'attuale una «legislatura costituente». Nel senso - esplicito - di annullare alcuni dei pilastri della «Costituzione nata dalla Resistenza».
A un certo punto i documenti «dissidenti» erano addirittura tre (oltre a quello di Nicolosi, uno di Giorgio Cremaschi e Dino Greco, più un altro di Ferruccio Danini). Verso la fine del dibattito, com'era sensato fare, le diverse posizioni critiche convergevano sul documento di Nicolosi, certificando una frattura sul futuro del sindacato che investe il 25% del quadro dirigente della Cgil.
Oggi è davvero un altro giorno. O forse è un nuovo incubo.
Il testo di riforma
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IL MANIFESTO – 8 maggio
NAZIONALE «SUPER LIGHT» COSÌ CAMBIA IL CONTRATTO
S. F.
Roma
Le segreterie unitarie di Cgil, Cisl e Uil hanno dato il via libera, ieri, al testo unitario sulla riforma del modello contrattuale. Il documento sarà sottoposto agli esecutivi unitari dei tre sindacati il 12 maggio e subito dopo alle assemblee dei lavoratori. La trattativa con Confindustria dovrebbe dunque avviarsi a partire da giugno (il 21 maggio Emma Marcegaglia sarà ufficialmente incaricata della presidenza degli industriali).
Tra gli entusiasmi generali, spiccano le dichiarazioni del segretario generale Cisl, Raffaele Bonanni. «E' un momento storico - dice Bonanni - Abbiamo firmato un accordo importante che costruisce un sindacato nuovo». La cosa è effettivamente dirompente, tocca la ragione d'essere stessa del sindacato e deciderà delle politiche salariali per almeno i prossimi dieci anni. Le modifiche apportate al testo definitivo peraltro, oltre all'aggiunta della parte su democrazia e rappresentanza, sembrano più che altro nominali. La sostanza, sulla quale andrà comunque trovata la mediazione con Confindustria, non ne viene intaccata.
I contratti, pubblici e privati, saranno triennali (con la parte economica e quella normativa unificate) e dagli oltre 400 attuali verranno accorpati per aree omogenee e per settori. Il contratto nazionale (altrove definito anche «nuovo minimo salariale») dovrà garantire «il sostegno e la valorizzazione» del potere d'acquisto. Nuova dicitura là dove prima era scritto, «il mantenimento» del potere d'acquisto», ma con una clausula aggiuntiva, perchè si dovrà tenere conto anche «degli andamenti e alle politiche di settore» e delle «tendenze generali dell'economia». Il parametro di riferimento sarà l'inflazione «realisticamente prevedibile», che di per sé poco garantisce rispetto al concetto di «inflazione programmata» finora utilizzato e che ha portato i salari italiani ai livelli più bassi di tutta l'Unione europea. Cgil, Cisl e Uil pensano ad altri indicatori per misurare l'aumento del costo della vita: «il deflattore dei consumi interni, o l'indice armonizzato europeo corretto con il peso dei mutui». Sul punto, vale la pena ricordare, che i cosidetti 'tavoli tecnici' con Confindustria nei mesi scorsi si erano conclusi a porte in faccia. Sempre sul contratto nazionale, viene previsto anche il superamento del concetto di «vacanza contrattuale», con l'introduzione di penalizzazioni in caso di mancato rispetto delle scadenze.
La contrattazione di secondo livello, aziendale o territoriale, viene definita «accrescitiva», e sarà calibrata sui parametri della produttività, qualità, efficenza e efficacia. Il secondo livello dovrà dispiegarsi in una molteplicità di forme: regionale, provinciale, settoriale, di filiera, distretto o sito. Si tratta di un punto particolarmente importante perchè all'enfasi che il documento pone sulla contrattazione di secondo livello, corrisponde una struttura imprenditoriale del paese innervata di piccole e piccolissime aziende, dove il sindacato non c'è. Confindustria poi non ha mai fatto mistero di aborrire la contrattazione territoriale.
Infine il capitolo su democrazia, rappresentanza e rappresentatività. A misurare la rappresentatività (quali organizzazioni sindacali cioè abbiano diritto di sedere al tavolo delle trattative) sarà il Cnel: il criterio si baserà su un mix composto dai dati associativi (che risultano all'Inps) e dai consensi elettorali ottenuti nelle elezioni delle Rsu. Per quanto riguarda l'approvazione degli accordi, viene lasciata autonomia alle singole categorie. Per gli accordi confederali si seguirà il percorso del protocollo di luglio su pensioni e welfare: le piattaforme sindacali verranno proposte dalle segreterie, poi sottoposte ai direttivi di ciascuna confederazione, infine alla consultazione di tutti i lavoratori e pensionati.
Guglielmo Epifani, segretario generale Cgil, parla di «un'occasione, un passaggio molto importante per il sindacato italiano». Dopo le assemblee dei lavoratori, i sindacati invieranno anche al governo il documento, insieme a quello sul fisco siglato unitariamente a dicembre. Berlusconi punta da subito alla detassazione degli straordinari: «La ciliegina sulla torta», dice Luigi Angeletti.
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ANSA - 7 maggio, h. 23:11
CONTRATTI: CGIL, SI'A TESTO UNITARIO
ROMA - Il comitato direttivo della Cgil ha approvato il documento unitario sulla riforma del modello contrattuale. Ha votato un ordine del giorno che definisce l'accordo 'una svolta di eccezionale significato'. Il documento e' stato votato da 105 rappresentanti il direttivo, con 2 astenuti, mentre 25 voti sono andati a un documento alternativo presentato dalle aree programmatiche Lavoro e Societa' e Rete 28 Aprile e altri 3 voti a un altro documento alternativo.
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ANSA - 7 maggio h. 17:59
CONTRATTI: SI' DEI SINDACATI AL TESTO DI RIFORMA
ROMA - Le segreterie di Cgil, Cisl e Uil hanno dato il via libera al testo unitario di proposta sindacale per la riforma del sistema contrattuale. Lo hanno annunciato uscendo dalla riunione i tre segretari di Cgil, Cisl e Uil Guglielmo Epifani, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti. "Non abbiamo votato ma abbiamo dato un giudizio politico" ha detto Angeletti.
La maggioranza del direttivo della Cgil sosterrà il documento, ha detto il segretario della Cgil Guglielmo Epifani. "Il direttivo Cgil farà ora una vera discussione ma alla fine la maggioranza sosterrà questa posizione" ha aggiunto.
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LA STAMPA.it – 7 maggio
CONTRATTI, SINDACATI VERSO IL SÌ
Montezemolo: «Meglio tardi che mai» Ma l'ala sinistra della Cgil polemizza
ROMA
Giornata importante sul versante sindacale: le segreterie unitarie di Cgil, Cisl e Uil dovrebbero infatti ratificare l’intesa raggiunta sulla riforma del modello contrattuale.

Plaude all’accordo il mondo dell’impresa: «Finalmente il sindacato è riuscito ad arrivare ad una posizione unitaria: meglio tardi che mai», ha commentato oggi il presidente uscente di Confindustria Luca Cordero di Montezemolo. Soddisfatti i tre segretari generali di Cgil Cisl e Uil: «È un’occasione, un passaggio molto importante per il sindacato italiano», ha osservato Guglielmo Epifani. Gli ha fatto eco Raffaele Bonanni: «È un momento storico per il sindacato». E Luigi Angeletti ha sottolineato: «Il nostro obiettivo è quello di far salire i salari dei lavoratori».

Il testo al vaglio dei leadersindacali per le limature finali prevede, tra l’altro, la riduzione del numero dei contratti, (ora 400) e l’introduzione dei contratti triennali che attualmente vengono rinnovati ogni quattro anni per la parte normativa e ogni due per quella economica. La piattaforma contempla anche nuovi meccanismi per la definizione della rappresentanza che tengono conto sia del numero degli iscritti sia dei voti presi nei comitati di rappresentanza degli enti previdenziali.

L’intesa raggiunta registra però anche alcune prese di posizioni molto polemiche, come ad esempio dalle fila della sinistra Cgil. «È grave la mancata distribuzione del documento», ha detto Augustin Breda a margine della riunione dei membri di ’Lavoro e società - cambiare rottà (una delle componenti di sinistra della Cgil), che ha deliberato all’unanimità, con tre astenuti, di presentare al direttivo Cgil un documento alternativo all’ipotesi di piattaforma unitaria. Su questo documento si sta cercando di «cucire» anche il consenso della componente Fiom che fa capo a Gianni Rinaldini.

Dopo il via libera da parte delle segreterie unitarie, toccherà ai direttivi unitari di Cgil Cisl e Uil convocati per il 12 maggio approvare l’ipotesi di riforma. Quindi, dopo la consultazione di base che dovrebbe durare una ventina di giorni, si potrà formalmente riaprire il confronto con Confindustria.
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IL MANIFESTO - 7 maggio
CONTRATTI:OGGI LE SEGRETERIE E IL DIRETTIVO CGIL
Ultimi colpi di lima al documento sulla riforma del modello contrattuale
che sarà presentato oggi alle segreterie unitarie di Cgil, Cisl e Uil. Da indiscrezioni confermate da Paolo Pirani (Uil) si tratta più che altro di «modifiche più lessicali che sostanziali». Per esempio il valore «aggiuntivo» della contrattazione di secondo livello rispetto alla nazionale; o anche la formula per cui il primo livello deve «valorizzare» e non solo «difendere» il potere d'acquisto dei salari. Resta
il fatto che il documento è a tutt'oggi «embargato» dai tre segretari generali; sia le segreterie unitarie che i direttivi dei tre sindacati si troveranno di fatto un testo da prendere o lasciare, senza tante discussioni.
Il direttivo Cgil si riunirà già oggi in Corso Italia, subito dopo la chiusura delle tre segreterie unitarie.
Poi, lunedì, toccherà ai direttivi unitari e quindi partirà la «consultazione
dei lavoratori». Sulla qualità dell'informazione a quel punto in loro possesso
sarà legittimo esprimere forti dubbi.
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LIBERAZIONE - 6 maggio
«IL CONTRATTO SARÀ UN SIMULACRO»
Fabio Sebastiani
Mercoledì il Comitato direttivo della Cgil sarà chiamato ad esprimersi con un sì o con un no su un documento inemendabile, frutto di un accordo unitario. Come sarà la discussione?
La discussione interna sarà un esercizio virtuale. Il 12 maggio, poi, la partita si chiuderà nei direttivi unitari. Nessun organismo della Cgil, a nessun livello, potrà più avere voce in capitolo. Eppure la Cgil afferma, con la solennità del proprio statuto, che "le basi sulle quali essa regola la propria democrazia di organizzazione poggiano sulla partecipazione di tutti gli organismi dirigenti ai vari livelli e delle iscritte e degli iscritti alla vita dell'organizzazione stessa". E aggiunge: "la democrazia di organizzazione deve intendersi come normale prassi per la costruzione e la verifica delle proposte e delle decisioni dell'organizzazione". Non so se mi spiego, si parla di normale prassi! La discussione sul modello contrattuale si riduce ad un voto di fiducia sul segretario generale.

Non è la prima volta che accade però...
Con l'accordo sul welfare si è praticato il più rigido centralismo, facendo del voto su quell'intesa nel Direttivo nazionale l'atto dirimente e negando ad ogni qualsiasi diversa opinione persino il diritto di esprimersi nella consultazione dei lavoratori, ridotta così ad un rito plebiscitario. E si è innescato un processo al dissenso che ha toccato vertici grotteschi, come quando per disarmare il pluralismo interno si è giunti a teorizzare nientemeno che "l'unicità" dell'organizzazione. Ora, all'opposto, si finisce per esautorare proprio quell'organo decisionale che si era voluto elevare ad insindacabile fonte di verità. Può così accadere che il modello contrattuale, vale a dire la Carta costituzionale, il profilo identitario del sindacato, subiscano una manomissione senza che il corpo vivente della Cgil, le sue articolazioni confederali e di categoria, a qualsivoglia livello e tantomeno gli iscritti e le iscritte vengano minimamente coinvolti.

Ragionando sui risultati del voto in Cgil, si sono ascoltati sommari giudizi sulle qualità da grande uomo politico di Berlusconi. Come è possibile?
Ciò che colpisce per la verità sono le conseguenze che se ne traggono. E cioè che il conflitto con il nuovo governo sarebbe uno scontro con i cittadini che l'hanno eletto e che non potrà esserci un altro 2002. Dunque, che occorre attrezzarsi a negoziare il meno peggio, mutuando dalla Cisl quell'atteggiamento adattivo alla base del "patto per l'Italia", quel patto che del resto non pochi in Cgil ritennero sbagliato non firmare. Il metodo concertativo diventa un "a priori": più che un atto di realismo, una dichiarazione di resa, un ripiegamento nella dimensione corporativa, di un corporativismo avvizzito che dà per persa la vocazione solidale, egualitaria, universalistica del sindacato.

Che idea ti sei fatto della nuova intesa tra i tre segretari?
Se, come pare, la bozza sarà sostanzialmente confermata, il contratto nazionale di lavoro viene ridotto a un simulacro. Ad esso sarà affidato solo il recupero inflattivo. A quel punto ci si esporrà fatalmente all'offensiva di un amplissimo fronte parlamentare bipartisan che già parla di un eventuale adeguamento dei salari al costo della vita su base regionale: una riedizione delle gabbie salariali cui la Cisl ha sempre guardato con manifesto interesse. La diseguaglianza diventa il modello condiviso. E non soltanto in materia salariale, se si legittima un welfare diversificato per categorie, se la contrattazione aziendale, per il 10% delle aziende nelle quali si svolge, prevede dinamiche retributive che sono esclusiva funzione della produttività e della redditività d'impresa. Con ciò si favorisce la concorrenza fra lavoratori per accaparrarsi quelle prestazioni straordinarie che unite alle misure di detassazione promesse dal governo diventano le sole fonti certe di guadagno, oltre che di infortuni.

Questo impianto naturalmente cambierà anche il sindacato, o no?
Cambia nel profondo. Esso non scomparirà, ma la sua tanto declamata confederalità rimarrà un'autoinvestitura retorica che sopravvive e si sovrappone ad una soggettività del lavoro evanescente, ad una rappresentanza politica solo presunta. Non a caso le radici che il nuovo impianto contrattuale mette nel futuro riguardano non già la contrattazione, ma la proliferazione di una pervasiva rete di commissioni bilaterali, capace di assicurare al sindacato, mediante le quote di servizio, flussi di finanziamento non più legati alla sua effettiva rappresentanza, al consenso riscosso, alle quote associative volontarie. La svolta in essere nella Cgil non è meno radicale di quella che ha rivoluzionato il quadro politico. E' legittimo portarla avanti. Non lo è invece imporla con atti autoritativi. E' poi inaccettabile che per eludere il confronto se ne neghi la portata strategica, spacciandola per un atto di ordinaria manutenzione.

Credi che ci saranno riflessi del voto nella vita interna della Cgil?
Dopo l'esito elettorale vi è stato in Cgil, al centro come in periferia, chi si è spinto ad invocare un riequilibrio nella composizione degli organismi dirigenti della Cgil a tutti i livelli. Insomma, vedo una voglia di epurazione, suffragata, per la verità, da qualche vistoso indizio.

Che strada dovrebbe prendere il sindacato?
Credo, intanto, che non convenga assecondare i desideri di una Confindustria che sente l'odore del sangue e vuole addentare la preda ferita. Un negoziato sul modello contrattuale che si apre con queste premesse è destinato a finire molto male. Il timore di essere messi all'angolo non si esorcizza cacciandocisi da sé. Per quanto la strada sia impervia, il sindacato - e la Cgil in ogni caso - dovrebbe considerare come primo suo compito quello di promuovere e guidare una stagione di intensa mobilitazione sociale sulle grandi questioni: il salario, innanzitutto, che non può aumentare solo grazie a qualche modesta operazione fiscale. Sono le imprese, ad ogni livello, a dover pagare di più il lavoro, cospicuamente e non in cambio di più ore e più fatica. Poi c'è la precarietà, tema sul quale dopo il luglio scorso è calato un tombale silenzio, avendo noi perso la parola e l'iniziativa, segno di una rinuncia e di un'impotenza. Per non dire del welfare, ben lontano persino dalla tanto esaltata flex-security danese.
La Cgil dovrebbe metter mano ad un simultaneo, imponente processo di sburocratizzazione, di reinsediamento territoriale. Ho più volte parlato di una Cgil come rete molecolare di Camere del Lavoro comunali. Tendenzialmente, una per ogni campanile. Per fare cosa? Per divenire il centro di annodamento di ogni mobilitazione sociale, per coniugare le lotte per i diritti nel lavoro e le lotte per la cittadinanza, per riorganizzare e a praticare la democrazia partecipata. Esattamente quello che non si fa più. Da tempo.
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LIBERAZIONE – 4 maggio
«SENZA CONTRATTO NAZIONALE TORNIAMO ALLA FINE DELL’800»
L’intesa suicida di Cgil, Cisl e Uil. Voci contro
Fabio Sebastiani
«Altro che moderne relazioni sindacali. Se cade il contratto nazionale di lavoro si torna alla fine dell'800». Osvaldo Squassina, ex segretario bresciano della Fiom, esperto di salari e buste paga, scuote la testa. Questa storia del rinnovo dei modelli contrattuali attraverso un forte riequilibrio a favore dei contratti aziendali non lo convince proprio. E come lui molti sindacalisti che anche da posizioni "di destra" hanno sempre guardato al vincolo di solidarietà tra lavoratori come allo strumento fondamentale per la garanzia dei diritti elementari, primo fra tutti quello a non trovarsi costantemente sotto il ricatto individuale. «Innanzitutto, chi oggi parla di spostare l'accento nei rapporti aziendali - aggiunge Squassina - non si rende conto che il primo e il secondo livello di contrattazione sono due facce di una stessa medaglia. Dal punto di vista del lavoratore, se si depotenzia la prima anche la seconda sarà più debole». Difficile dargli torto, soprattutto se si pensa al fatto, storico, che il contratto nazionale nel "biennio rosso" nasce esattamente come tentativo di fare massa critica, di non farsi più "circondare" dai padroni fabbrica per fabbrica.
Un altro elemento da notare, secondo alcuni esperti di diritto del lavoro, è che la fine del contratto nazionale potrebbe avere tra le sue conseguenze anche effetti anticostituzionali, laddove si parla di parità di salario a parità di lavoro. Se, a partire dal maggior peso del contratto aziendale, infatti, si dovesse arrivare alle "gabbie salariali", il rischio di una corsa al ribasso del costo del lavoro potrebbe portare a fortissime differenze nella busta paga per aree e quindi anche nelle stesse categorie.
Un pericolo ben presente agli stessi imprenditori. E' lo stesso Carlo Dell'Arringa sul "Sole 24 ore" di ieri a vedere nella «rete protettiva dei salari minimi, sotto la quale non è socialmente opportuno scendere» una possibile soluzione a questo problema. A dire la verità i commi costituzionali dell'articolo 36 a rischio sarebbero due, compreso quello della retribuzione sufficiente «ad assicurare un'esistenza libera e dignitosa a tutti i lavoratori e alle loro famiglie».
«La determinazione del salario minimo - sottolinea ancora Squassina - è una cosa difficilissima che di fatto è in vigore proprio nei paesi dove non c'è un contratto nazionale. Sarebbe una gestione tutta politica della lotta sindacale e della rivendicazione dei lavoratori». […….]
Per Danilo Barbi, segretario generale della Cgil dell'Emilia Romagna, il nodo del confronto con gli imprenditori non si può far risalire unicamente all'equilibrio tra primo e secondo livello del contratto. «Il panorama è piuttosto frastagliato - dice - perché ci sono anche quelli che non vogliono il contratto aziendale, come nel commercio, o addirittura, come nell'artigianato, che spingono per quello regionale». «E' indubbio - continua Barbi - che l'equilibrio tra contratto aziendale e contratto nazionale è in discussione, ma la battaglia è per la contrattazione tout court». Per Barbi, comunque, il contratto nazionale è quello che ha «promosso le condizioni di miglioramento sociale e collettivo dei lavoratori». E non solo da un punto di vista economico.
Contro la revisione dei modelli contrattuali, infine, anche il mondo del sindacalismo di base è in movimento. Il 17 a Milano è prevista una grande assemblea di delegati e delegate. Cinque i punti all'ordine del giorno: salari, sicurezza, precarietà, rappresentanza e concertazione.
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IL SOLE 24 ORE.com – 3 maggio
IL NODO DEL SECONDO LIVELLO
di Carlo Dell'Aringa
I sindacati hanno colto l'occasione del Primo maggio per annunciare la loro intenzione di rivedere l'Accordo sul costo del lavoro del 1993 e promuovere, con le associazioni imprenditoriali, una revisione dell'attuale sistema di contrattazione collettiva, in vigore da ben 18 anni. Era quanto aveva auspicato qualche giorno fa il nuovo Presidente di Confindustria: Emma Marcegaglia ha posto la cosiddetta "riforma del contratto" in cima al programma del suo mandato.

Dopo quattro anni di tentativi falliti e di continui rinvii voluti dal sindacato, è il caso di chiedersi: sarà la volta buona? Sembra di sì, anche se l'apertura del negoziato non dà alcuna garanzia di una sua utile conclusione. Sul tavolo si troveranno questioni importanti e difficili da risolvere. Il documento preparato dai sindacati settimane fa, che aspettava l'assenso della Cgil per essere presentato alle associazioni dei datori di lavoro, non rappresentava certo un gran passo in avanti verso una riforma incisiva del sistema di contrattazione collettiva.
Esso accenna in modo generico al potenziamento della contrattazione di secondo livello. Il che va senz'altro bene e anche le associazioni imprenditoriali vogliono aumentare il peso del salario fissato a livello aziendale. Ma su come questo possa concretamente realizzarsi, il documento è carente. I sindacati e in particolare la Cgil vogliono mantenere inalterato il ruolo del contratto nazionale di categoria. Caso mai esiste una certa apertura a eventuali accorpamenti delle centinaia di contratti nazionali esistenti e anche a un eventuale allungamento del periodo di validità, da due a tre anni. Ma il contratto nazionale deve continuare ad avere la stessa importanza di oggi. Questo è un vincolo che, per i sindacati, deve essere rispettato da qualsiasi "riforma del contratto".

Ma sorge subito un dubbio e cioè: è possibile riformare in modo incisivo la contrattazione collettiva e rafforzare il livello aziendale, lasciando il contratto nazionale così com'è? Questo è il punto cruciale e la risposta dipende solo dai risultati che si vogliono raggiungere.
Da un lato si vogliono relazioni sindacali più moderne, partecipative, responsabili e in grado di "internalizzare" e di fare propri i grandi problemi del Paese, soprattutto quello di alzare il potenziale di crescita dell'economia. Dall'altro c'è l'evidente necessità, da molti riconosciuta (a partire dalle organizzazioni internazionali), di instaurare un sistema di determinazione delle retribuzioni che riesca sia a far funzionare il salario come incentivo alla produttività in azienda, sia ad assegnare ai differenziali salariali il ruolo fondamentale che essi svolgono nel mercato del lavoro, cioè facilitare l'incontro tra domanda e offerta (per assorbire disoccupazione e lavoro nero). Entrambi questi obiettivi, per essere raggiunti, richiedono un graduale ma deciso processo di decentramento del processo di determinazione delle retribuzioni. In questo modo si sono mossi molti Paesi. I nostri problemi sono persino più gravi, come testimoniano gli enormi divari territoriali dei tassi di disoccupazione e la stasi della produttività del lavoro che persiste ormai da almeno sette anni.

Cambiare in modo incisivo il sistema di contrattazione collettiva significa affidare al contratto nazionale un ruolo diverso, altrettanto importante rispetto a quello di oggi ma diverso. E deve essere un ruolo (esclusivo, o quasi) di garanzia, di rete protettiva nei confronti dei salari minimi, sotto il quale non è socialmente opportuno scendere. Per tutti gli altri lavoratori che possono invece contare o sulla loro elevata professionalità, oppure su una efficace rappresentanza sindacale all'interno delle loro aziende, è opportuno che sia appunto l'azienda il luogo deputato a determinare gli aumenti delle retribuzioni, all'insegna di uno stretto legame tra salario e produttività e tra salario ed efficiente funzionamento del mercato del lavoro.
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IL SOLE 24 ORE.com - 3 maggio
CONTRATTI, RIFORMA VICINA
di Giorgio Pogliotti
Si sblocca il confronto sulla riforma del modello contrattuale all'indomani dell'intesa sulla proposta unitaria tra i leader di Cgil, Cisl e Uil, annunciata alla manifestazione del 1° maggio.
Mercoledì 7 maggio di mattina sono state convocate le segreterie unitarie per esprimersi sulla proposta, nel pomeriggio si riunirà il direttivo della Cgil (gli esecutivi di Cisl e Uil hanno già approvato il documento e all'inizio della prossima settimana riuniranno le rispettive segreterie). Il varo è previsto il 12 maggio, in occasione dei direttivi unitari, dopodiché per due settimane il testo sarà oggetto di confronto con i lavoratori attraverso assemblee indette in tutti i posti di lavoro. Il riavvio del negoziato con Confindustria potrà avvenire tra la fine di maggio e gli inizi di giugno.

Il direttore generale di Confindustria, Maurizio Beretta, valuta positivamente «il fatto che si arrivi a questa intesa, che noi consideriamo un punto di partenza e non certo di arrivo». Beretta ricorda che «è dal luglio 2004 che abbiamo presentato le nostre proposte», ma «non si è andati più avanti perché tra i sindacati non c'era una posizione unitaria». Per Beretta «ora non ci saranno più alibi» e «si potrà partire con un confronto di merito stringente».
Anche per Maurizio Sacconi (Pdl) – principale candidato alla poltrona di ministro del Welfare – con la definizione di una proposta unitaria «sarà più agevole il confronto diretto tra parti sociali per arrivare ad un modello che consenta di remunerare meglio il lavoro in relazione al suo concorso ai risultati dell'impresa». Quanto al governo, secondo Sacconi «può incoraggiare questa riforma eliminando tutto ciò che oggi penalizza la parte variabile del salario», con la detassazione dei premi aziendali e degli straordinari.

Il documento unitario che punta a rafforzare la contrattazione di secondo livello – incentrata sul salario per obiettivi rispetto a parametri di produttività, qualità, redditività ed efficienza – affidando il mantenimento del potere d'acquisto delle retribuzioni al contratto nazionale sulla base del recupero dell'«inflazione realisticamente prevedibile», contiene un nuovo capitolo sulla rappresentanza e la democrazia, chiesto a gran voce dalla Cgil.
La rappresentatività di un sindacato sarebbe affidata per via negoziale (e non legislativa) ad un mix di criteri considerando il numero degli iscritti e i voti delle elezioni della Rsu. Sul modello di quanto avviene nel pubblico impiego – dove sono ammesse alla contrattazione le sigle che superano la soglia minima del 5%, calcolata come media fra il numero degli iscritti e il numero dei voti alle elezioni delle Rsu – ogni categoria potrebbe fissare il proprio tetto di sbarramento.

La piattaforma prevede anche la riduzione numerica degli attuali 400 contratti nazionali che saranno accorpati per aree omogenee, la trasformazione della durata – dall'attuale biennio economico e quadriennio normativo ad un triennio economico-normativo – con sanzioni in caso di mancato rispetto delle scadenze contrattuali. Cgil, Cisl e Uil chiedono un sostegno alla diffusione della contrattazione di secondo livello «sia per via contrattuale che di incentivazione». E propongono che i contratti nazionali prevedano, in alternativa la sede aziendale o territoriale (in tutte le sue forme, regionale, provinciale, settorialie, di filiera, di comparto). [….]
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IL MANIFESTO - 3 maggio
I SINDACATI SONO PRONTI IL CONTRATTO È A RISCHIO
Il 7 maggio l'ok al testo unitario, che poi passerà al direttivo Cgil: la sinistra prepara battaglia sul livello nazionale. Confindustria ribadisce: no ad accordi territoriali
Antonio Sciotto
Roma Il testo sulla riforma dei contratti è pronto, e sono cattive notizie per i lavoratori: i sindacati - per quel che si sa, dato che per il momento il documento è «segreto» - sarebbero pronti a decentrare la contrattazione, lasciando al livello nazionale il mero recupero dell'«inflazione realisticamente prevedibile»: una nuova versione, se possibile peggiorata, del già pessimo Patto del luglio '93, che in quel caso si riferiva all' «inflazione programmata». Per il resto, se reali incrementi del reddito si vorranno, si dovrà andare a trattare sul territorio (ma la Confindustria ha già detto di non essere disposta a farlo), o, più prevedibilmente, in azienda, sottoforma di premi di risultato legati alla cosiddetta (quanto volatile) «produttività»: ma sappiamo bene che gli imprenditori fanno di tutto per non chiudere integrativi, e la grandissima parte delle imprese (più del 90%) sono piccole, dove il sindacato neppure esiste. In realtà, l'unico modo per avere aumenti veri, «pochi, maledetti e subito» in busta paga, sarà quello di fare straordinari - dato che saranno detassati - e l'accelerazione impressa dai confederali per trattare con la Confindustria è proprio un tentativo per non lasciare tutto il merito dei futuri incrementi di salario al nuovo governo, pronto ad agire per via legislativa nel caso non si chiudesse un accordo tra le parti sociali.
L'unico «ostacolo» che si frappone allo spianamento del contratto nazionale, è rappresentato dalla sinistra Cgil: la Fiom, guidata da Gianni Rinaldini, Lavoro e società, di Nicola Nicolosi, e la Rete 28 aprile, di Giorgio Cremaschi, che hanno chiesto al direttivo del 29 aprile di discutere la bozza prima di arrivare al sì delle tre segreterie unitarie. Ma il percorso scelto da Guglielmo Epifani è opposto: prima arriverà il sì delle segreterie, che il 7 maggio vareranno il testo (la data è stata fissata ieri), subito dopo - lo stesso giorno - è fissato il direttivo Cgil chiamato a valutarlo. Ma in questo modo, spiegano le sinistre Cgil, visto che Epifani avrà appena dato il suo «imprimatur», i componenti del direttivo non potranno far altro che esprimere un «voto di fiducia» sul segretario generale. In ogni caso, il 12 maggio sono fissati i direttivi unitari che vareranno il testo, che riceverà l'ultima ratifica dalle assemblee dei lavoratori (le ultime due settimane di maggio). Dato che Emma Marcegaglia sarà designata ufficialmente presidente di Confindustria il 22 maggio, il tavolo si dovrebbe aprire i primi di giugno.
La bozza prevede poi una durata triennale dei contratti, un meccanismo della rappresentatività dato dal mix tra numero di iscritti e elezioni Rsu, mentre si chiederà di rafforzare la contrattazione di secondo livello, anche con incentivi: i sindacati puntano anche sul piano territoriale.
Proprio su questo tema, però, ieri il direttore di Confindustria Maurizio Beretta ha ribadito la contrarietà dell'associazione: «La produttività si misura in azienda, c'è già il contratto nazionale che media tra situazioni molto diverse». Comunque Beretta ha giudicato «positiva» l'accelerazione dei sindacati, e la stessa apertura è venuta da Maurizio Sacconi, tra i candidati a guidare il ministero del Lavoro.
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L’UNITÀ.it - 2 maggio
PRIMO MAGGIO: CGIL, CISL E UIL PER LA RIFORMA DEI CONTRATTI
Nel giorno delle celebrazioni del Primo Maggio i leader di Cgil, Cisl e Uil confermano la volontà dell'unità sindacale, e chiedono anche al prossimo governo Berlusconi di «collaborare». «Se il nuovo governo avrà intenzione, così come l'ha il sindacato, di confrontarsi ognuno con le proprie responsabilità e cioè, il sindacato rappresentando i lavoratori e il governo rappresentando tutta la comunità, a quel punto la collaborazione ci potrà essere. Noi dobbiamo sperare che questo avvenga», ha detto il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni, mentre sfilava a uno dei cortei con i quali a Ravenna si sta manifestando nell'occasione della Festa del Lavoro.
Apertura anche da parte del leader della Cgil Guglielmo Epifani: «Naturalmente non andiamo in discesa: dopo di che i governi vanno sempre rispettati e giudicati per le cose che fanno», ha detto ricordando che ci sono tanti problemi da risolvere, dalla sicurezza alla precarietà, dai rinnovi dei contratti alla riduzione fiscale per lavoratori e pensionati: «Da questo partiremo e valuteremo». Mano tesa anche da parte del segretario della Uil, Luigi Angeletti, convinto che «il rapporto con il governo non sarà più difficile». Certo, ha aggiunto il segretario della Uil, «dipenderà da quanto saprà dare risposte positive per gli impegni che ha assunto. Se farà delle cose positive per il Paese il dialogo sarà semplice».
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