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Rosse e bianche: le COOP verso la fusione PDF Stampa E-mail
marted́ 06 maggio 2008
IL MANIFESTO – 6 maggio
intervista
«Come la politica, anche la rappresentanza sociale e economica è chiamata a una ridefinizione del proprio ruolo». Parla Giuliano Poletti, presidente di Legacoop
SARA FAROLFI
«Rosse» e «bianche» presto insieme. Anche per le cooperative finisce un'era. Secondo Giuliano Poletti, presidente di Legacoop, i tempi per una fusione tra le due centrali del mondo cooperativo - Legacoop e Confcooperative - sono maturi: «Come ha fatto la politica, anche la rappresentanza sociale e economica ha il compito di ridefinire il proprio ruolo nella società». Semplificazione, dunque. E in fretta, par di capire.

Una reazione alla vittoria elettorale di Berlusconi? Temete «rivalse» contro le coop rosse?
C'é un problema vero che l'ultima vicenda elettorale ha solo reso più evidente. La necessità di una semplificazione del quadro della rappresentanza politica era argomento da tempo condiviso. Analogamente credo che si proponga un problema sul tema della rappresentanza e della rappresentatività delle organizzazioni sociali e economiche. Non è un caso che oggi in Italia ci siano tre grandi sindacati del lavoro, tre associazioni di agricoltori, tre di artigiani, tre di commercianti e via dicendo: questo modello è figlio di una storia e di un mondo finito almeno vent'anni fa. Oggi la concertazione avviene in maniera del tutto priva di regole e di meccanismi di verifica sull'efficacia e efficienza della rappresentanza. Questi meccanismi vanno trovati, non per azzittire «i più piccoli», ma per il fatto che non si può dare lo stesso peso a chi non ha la stessa rappresentatività. Se ci fossero dunque le condizioni per produrre nuovi processi unitari sarebbe un bene. Mi fermo al mondo coperativo: benvengano processi di convergenza su posizioni di merito e, successivamente, delle forme organizzate.

Puntate a fare in fretta?
La questione per la verità é in discussione da tempo. Un anno fa il congresso di Legacoop ha ribadito l'obiettivo strategico di un corso unitario. La recente assemblea nazionale di Confcooperative ha confermato questa direzione. Naturalmente ci sono condizioni che vanno prodotte e definite, questo è il terreno di lavoro su cui ci impegneremo. Dall'altra parte molto dipende anche dalla volontà del governo e del parlamento di unire le forze per rilanciare il paese.

Quali sono le condizioni che Legacoop pone ad una fusione?
Innanzitutto l'autonomia dalla politica: la rappresentanza degli interessi dei nostri associati deve essere la nostra unica guida. Così come penso che dal punto di vista della prassi cooperativa ci sia una discussione da fare: storicamente e anche territorialmente le esperienze cooperative sono state differenti, oggi bisogna discutere quali modelli meritano di essere tutelati e sostenuti.

Quali le differenze sostanziali con cui fare i conti?
Negli ultimi anni, su questioni di merito - si trattasse di problematiche del lavoro, di contratti, o di riforma del diritto societario - le centrali cooperative hanno assunto posizioni molto vicine. Sul piano dell'idea cooperativa, Legacoop ha un modello più centrato sull'impresa cooperativa e quindi anche sulla crescita dimensionale, Confcooperative ha invece premiato maggiormente il mantenimento di una dimensione medio piccola dell'impresa cooperativa, promuovendo strumenti di integrazione di secondo livello, come i consorzi. Non sono modelli antagonistici, entrambi hanno pregi e difetti: una grande coop per esempio ha più difficoltà nella partecipazione diretta dei soci, mentre il rischio di una piccola cooperativa è che i poteri veri siano in capo non alla cooperativa ma a un consorzio, dove la volontà del socio è meno presente.

L'Ue ha aperto un'istruttoria sulle agevolazioni fiscali di cui beneficiano le coop. Oggi però le coperative gestiscono i cpt, ottengono l'appalto dei lavori per base di Vicenza, e sulle politiche del lavoro non sembrano così diverse dagli altri. Perchè dovrebbero essere considerate «imprese differenti»?
Le imprese cooperative continuano ad essere assolutamente diverse da un certo punto di vista, quello che a loro compete: sono società di persone dove decidono le persone e non i capitali, questo è incontestabile. Su alcune questioni, come i cpt, abbiamo espresso posizioni critiche ma tra il «non ci piace» e il «non lo facciamo» c'è una grossa differenza. Poi bisognerebbe considerare anche quanto di positivo, sul piano della sicurezza per esempio, le cooperative stanno facendo. Non pretendiamo di essere assolti, vorremmo però un giudizio equanime.
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La fusione
UN MILIONE DI ADDETTI E 110 MILIARDI DI RICAVI
La nuova maxi-centrale cooperativa che dovrebbe nascere dalla fusione annunciata tra Confcooperative e Legacoop conterà quasi un milione di occupati e fatturerà oltre 110 miliardi di euro. Gli associati totali rasenteranno quota 11 milioni. Andiamo nel dettaglio, grazie a una elaborazione dei dati aziendali redatta dal «Corriere economia»: Confcooperative conta oggi 58,934 miliardi di fatturato annuo,
ben 2.881.544 soci e 480.253 occupati. Le rispettive cifre
in Legacoop: 53,251 miliardi di fatturato; 7.983.306 soci e 442.035 addetti. Differenti, almeno in parte, le «vocazioni» dei due gruppi: Confcooperative realizza gran parte del fatturato (25 miliardi) dal settore Agricolo e alimentare; seguono Lavori e servizi (9) e Consumo e distribuzione (8,9). Legacoop invece fattura di più nel settore Consumatori (12 miliardi), seguono Produzione
e lavoro (9,8) e Dettaglianti (8).
 
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