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Mayday: spazziamo via la precarietà PDF Stampa E-mail
lunedì 05 maggio 2008
mayday008 da IL MANIFESTO – 3 maggio
L'INCREDIBILE SOLITUDINE DEL CORTEO PIÙ GRANDE
Piaccia o no, la Mayday è la più grande e giovane manifestazione del primo maggio. Migliaia di persone, nonostante tutto, hanno rianimato la festa dei lavoratori. Rappresentano in carne e ossa le «nuovo forme di sfruttamento e di produzione». Sono naif? Esprimono in modo nuovo contenuti nuovi, non legati solo all'aspetto «contrattualistico» del lavoro e della vita, guardano oltre la visione mitica della fabbrica. Non parlano di e da delegati, parlano di e da lavoratori reali. Mai come ora è visibile la distanza tra questi lavoratori e qualsiasi forma di organizzazione istituzionale. La sconfitta elettorale ha sancito la fine del progetto di tenere i piedi in due scarpe, nel partito e nei movimenti.[...]


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MAYDAY, LA FESTA È PUR SEMPRE QUI
Un fiume di precari, a Milano, trascina con sé la sinistra reale. Nessuno se ne accorge, ma due writers sono denunciati
Mariangela Maturi
Milano
Partiamo dalla fine. Da piazza Cairoli ormai vuota, dal silenzio nelle strade, dal presidente di Assoedilizia che si lamenta di «questa ahinoi infausta ricorrenza» che avrebbe trasformato la città in uno schifo. Ora proviamo a ripartire da piazza XXIV maggio, l'altro ieri, ottava edizione della MayDay Parade. L'atmosfera è festosa, i carri partono con intorno 50 mila persone. Quest'anno si apre con lo striscione «Disarmo» e uno stuolo di biciclette. Segue il carro più importante, quello dei migranti. Non risparmia musica, empanadas e sorrisi; sono tanti, tra balli e djambe, per ribadire il diritto al lavoro, alla casa, alla regolarizzazione. Verso le quattro dal carro si leggono messaggi da San Francisco e Washington, dove altri stranieri stanno sfilando in altre strade. «Siamo con voi in questo giorno di lotta», riporta la ragazza, e basta questo a far sentire tutti un po' meno soli. I migranti sono organizzati come non mai, e anche questo è un fatto straordinario: la comunità dello Sri Lanka (cento metri di spezzone) racconta storie di sfruttamento, in India, come in Italia.
Biciclette, risciò, carretti traballanti e furgoni guidano un corteo lunghissimo che raccoglie persone anche diverse tra loro che però hanno in comune un'esistenza in qualche modo precaria. Sfilano le candide sposine da piazzare (tutte con Piersilvio?), le spazzine del Sindacato dei Lavoratori (SdL) per spolverare via politici e politicanti. [……] La carovana raccoglie i pezzi delle sue vite incasinate e distribuisce il puzzle del precariato, il solito giochino che sempre impazza e che da solo basta a «bruciare» gli altri cortei che raccontano il lavoro. Il precariato non è solo un rischio lavorativo, perchè determina una flessibilità - «a 90 gradi» - che destabilizza esistenza e relazioni. E loro, i precari, snobbati da welfare e trattative sindacali, rispondono così: «Leonardo era pittore, scienziato, ingegnere, architetto. Faceva di tutto. Precario anche lui?». Il fiume di lavoratori si muove a ritmo di musica tra tamburi, complessi che suonano dal vivo, casse incastrate su furgoncini sgangherati; e non c'è spazio per le polemiche, sono banditi anche i comizi. Nessun rappresentante è chiamato a tirare le conclusioni: lo spazio è per la musica, per la danza, per la consapevolezza personale. A quanti sostengono che manchino contenuti, la risposta è che individuale è il pensiero, individuale (purtroppo) è la lotta. La condizione che unisce tutti affonda le sue radici nella famosa «condizione lavorativa», ma investe soprattutto il privato dei giovani che rischiano il licenziamento, delle ragazze incinte senza tutele - sfilavano tante pance (vere)... - e di chi è costretto ad aderire alla logica divorante di far fuori il proprio vicino per non perdere il posto. La classe precaria, che per un giorno pensa solo a ballare, ancora una volta si è presentata in massa, incurante della scarsa attenzione mediatica o politica (fatta eccezione per due writers denunciati per aver imbrattato un muro).
A fine giornata sono volati in cielo 1300 palloncini, per ricordare i 1300 lavoratori che ogni anno muoiono di lavoro, e gli altrettanti che restano feriti. Mentre questo succede, la musica non si ferma: solidarietà e protesta, qualche volta, non hanno bisogno di silenzio per esprimersi al meglio. Alla prossima.

in allegato il volantino distribuito da SdL intercategoriale

 
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