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Delocalizzazioni come uina catena di S. Antono per il maggior profitto PDF Stampa E-mail
marted́ 25 marzo 2008
L MANIFESTO - 26 marzo
La fabbrica fiorentina potrebbe essere chiusa perché giudicata «non redditizia» dalla multinazionale degli elettrodomestici. A rischio 450 posti, di difficile ricollocazione. Lotta e scioperi per salvare lo stabilimento
ELECTROLUX, IL FRIGO ORA LICENZIA. MA SCANDICCI NON È D'ACCORDO
di Riccardo Chiari - Firenze
«Siamo flessibili. Siamo produttivi. Al lavoro quasi non abbiamo il tempo di alzare la testa. Eppure vogliono chiudere la fabbrica. Allora noi siamo la prova che tutto questo non funziona».  Nella voce di Luisa Nesi, operaia della Electrolux di Scandicci, un misto di rabbia e di impotenza. Anche a nome dei suoi 450 colleghi di lavoro. Perché lo stabilimento della multinazionale svedese alle porte di Firenze, dove si producono frigoriferi da incasso, potrebbe davvero chiudere. A due soli anni da una «riorganizzazione» che, agli occhi dei lavoratori, ha voluto dire 170 mobilità e un robusto aumento dei carichi di lavoro. La produttività è aumentata, nel 2007 sono stati registrati 441mila frigoriferi. Ma la redditività si è fermata poco oltre lo zero (0,1%), quando il parametro fissato dai vertici della multinazionale è del 3,5%. Insomma con i frigoriferi da incasso, dicono quelli di Electrolux, non ci si guadagna più.
Partendo da queste considerazioni, all'inizio di febbraio è partita quella che a Stoccolma chiamano letteralmente una «investigazione». Non solo sulla fabbrica fiorentina, anche sull'altro stabilimento italiano del gruppo con le stesse tipologie produttive, a Susegana, nel trevigiano. Qui Electrolux ha una fabbrica che impiega 1.450 addetti, e dove escono oltre un milione e 100 mila «pezzi» l'anno. Le linee di produzione sono più moderne, nonostante questo il consuntivo 2007 sul fronte della redditività si è chiuso con il segno meno (-12%). La ricetta del management di Electrolux sarebbe quella di concentrare la produzione nel solo stabilimento veneto, «ottimizzando le capacità produttive, focalizzandosi sulle gamme di prodotto più competitive, e uscendo dalle gamme non più sostenibili, e dando in outsourcing o trasferendo il resto della produzione».
L'investigazione dovrebbe chiudersi alla fine di giugno. Ma già nelle premesse il destino della fabbrica di Scandicci appare segnato. Insieme a quello dei suoi 450 addetti. Perlopiù under 50 e quindi molto lontani da qualsiasi operazione di «salvataggio» con mobilità lunghe e prepensionamenti. Spesso mariti e mogli finiti a fare lo stesso mestiere per mettere su famiglia e comprare una casa accendendo un mutuo. Insomma, una situazione che da qualsiasi parte si guardi appare quasi insostenibile. «E' una vertenza molto difficile - ha certificato nei giorni scorsi il leader Cgil Gugliemo Epifani, arrivato per un'assemblea di fabbrica - perché siamo in presenza della scelta di una multinazionale. E quando le multinazionali fanno scelte di questo tipo sono molto determinate».
In risposta, i sindacati hanno detto già a chiare lettere una cosa: «Nessun accordo è possibile se non si stralcia l'ipotesi di fermare la produzione nello stabilimento di Scandicci». Un tavolo nazionale sul caso Electrolux è stato aperto al ministero dello Sviluppo economico. Un altro, parallelo, è attivo nella sede della Regione Toscana. Perché è soprattutto qui, a Scandicci, che si temono gli effetti dell'investigazione. Questa sera c'è in programma un consiglio comunale straordinario sull'Electrolux, con ospiti i lavoratori, la Rsu, i sindacati e i rappresentanti delle istituzioni. Il sindaco Simone Gheri ha invitato i colleghi di tutti i comuni dell'area fiorentina e i presidenti provinciali di Firenze, Arezzo e Prato. Le zone da cui ogni mattina arrivano a Scandicci i 450 operai dello stabilimento.
«Questa sarà l'ennesima occasione - anticipa il sindaco Gheri - per affermare che il peso politico che le istituzioni riescono a mettere in campo può rappresentare un fattore determinante per far sì che la vertenza possa chiudersi nel miglior modo possibile». Nemmeno troppo fra le righe, c'è la strategia d'azione di uno scontro politico con la multinazionale. Per convincerla a investire e rendere economicamente redditizia la fabbrica di Scandicci. Anche se questo, perché i conti di Electrolux sono scritti nero su bianco, vorrà dire cambiare linee produttive? Non più frigoriferi, insomma? Di sicuro negli incontri fra sindacati e proprietà i primi hanno già avanzato la richiesta «di sviluppare prodotti di gamma superiore, sui quali la competitività di Electrolux potrebbe essere sicuramente rilanciata». Intanto il 4 aprile i lavoratori di tutti gli stabilimenti italiani di Electrolux sciopereranno per 8 ore. Manifestazione nazionale naturalmente a Firenze.
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IL MANIFESTO - 26 marzo
Delocalizzazioni
ROMANIA, ALLA RENAULT È SCIOPERO. CHIEDONO UN AUMENTO DEL 60%
di Anna Maria Merlo - Parigi
La Romania sta perdendo il ruolo di paradiso delle delocalizzazioni industriali? Gli operai della fabbrica di Pitesti della Dacia, primo produttore automobilistico del paese - acquisito dal gruppo Renault nel '99 - sono da lunedì in sciopero «illimitato» e chiedono aumenti di 550 lei (circa 148 euro), per salari medi di 1064 lei (285 euro). Ma ieri è arrivata la minaccia della direzione: «Queste rivendicazioni possono mettere in pericolo il futuro della fabbrica, e gli operai devono sapere che, entro il 2010, fabbriche Renault apriranno in Marocco, in India e in Russia e saranno in grado di produrre la Logan», che per ora è la principale produzione del sito di Pitesti (nord-ovest di Bucarest). Per far piegare i dipendenti, la Dacia si è rivolta alla giustizia. Oggi dovrebbe esserci la prima udienza. Nel 2003, era stata una sentenza giudiziaria a bloccare una protesta durata tre giorni e giudicata «illegale» dal tribunale.
Ma i 130mila dipendenti non intendono cedere, dopo aver già fermato la produzione per 2 ore il 14 marzo scorso, come «avvertimento». Il sindacato giustifica la richiesta di un aumento del 60% del salario medio sulla base dei risultati spettacolari della Dacia: un aumento del 62% delle vendite nei primi due mesi dell'anno (il 10% delle vendite complessive della Renault). Per il sindacato l'evocazione dell'apertura di nuove fabbriche in paesi con salari ancora più bassi della Romania è «un ricatto». Secondo Ion Iordache, sindacalista della Dacia, «la direzione ci minaccia di una delocalizzazione di qui a due anni se non sospendiamo la protesta». Per la direzione, una rivendicazione «realista» non può superare la concessione che è pronta a fare l'azienda: 144 lei in più (44 euro). La direzione fa valere il fatto che gli operai della Dacia godono di condizioni favorevoli, rispetto agli standard della Romania: vacanze pagate, un pasto al giorno gratuito alla mensa, riduzioni nei trasporti pubblici e un aumento del 20% l'anno scorso. Ma i sindacalisti sottolineano che i salari rumeni restano i più bassi d'Europa, malgrado l'aumento esponenziale del costo della vita nel paese. Alla Dacia, lo stipendio medio è l'equivalente di 285 euro, ma per una buona fetta degli operai, i nuovi assunti, non supera i 780 lei (circa un terzo in meno). La Logan, l'auto low cost della Renault, si vende bene. L'anno scorso sono state commercializzate 280mila vetture. E, inoltre, la fabbrica di Pitesti ha altre ordinazioni: dovrebbe produrre una nuova berlina, la Sandero, che è già assemblata e commercializzata in Brasile.
Le tensioni salariali in Romania sono destinate ad aumentare. Il paese è diventato un paradiso per le delocalizzazioni. Fin troppo, nel senso che la disoccupazione (ufficiale) è molto bassa, intorno al 4%, e la crescita economica corre a un ritmo del 7-8% l'anno. Il prezzo pagato dalla popolazione per questo «successo» non sono solo bassi salari in patria e condizioni difficili di lavoro, ma anche una massiccia emigrazione. Più di due milioni di rumeni sono emigrati, cioè circa il 10% della popolazione. Le tensioni sui salari dipendono anche dalla concorrenza che si fanno le industrie che delocalizzano. La finlandese Nokia, che ha chiuso una fabbrica in Germania per aprirne una più economica in Romania, adesso ha difficoltà a trovare personale. Gli operai della Dacia sono determinati, perché altre case automobilistiche stanno per sbarcare in Romania. La Ford ha appena comprato una vecchia fabbrica della Daewoo a Craiova e sta per investire 675 milioni di euro per produrre 300mila auto di piccole dimensioni dal 2011.
 
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