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Colombia, quattro sindacalisti uccisi PDF Stampa E-mail
mercoledì 26 marzo 2008
ImageCACCIA ALLE STREGHE CONTRO GLI OPPOSITORI. Sindacalisti uccisi, attivisti umanitari sequestrati, altri costretti a lasciare il paese per sfuggire ai killer, che trovano adepti anche fuori dai confini

I DIRITTI UMANI DEI SINDACALISTI E LA POLITICA DELL’IMPUNITA’
Comunicato dell'Ufficio Internazionale del sindacato Sinaltrainal (Colombia) del 19 marzo 2008 
Tra il 1981 e il 1990 ci sono stati più di 50 omicidi di sindacalisti; dalla firma dell’attuale Costituzione (1991) fino a marzo 2008 in Colombia sono stati assassinati 2.524 sindacalisti (tra membri, attivisti e dirigenti), la gran maggioranza appartenti alla CUT. Ventidue erano membri di Sinaltrainal - 7 della Coca Cola e 11 della Nestlè.
NEL CORSO DEL 2008 NE SONO STATI ASSASSINATI 9. Negli ultimi 20 anni abbiamo denunciato la sparizione di 97 sindacalisti. Nel periodo di governo di Alvaro Uribe Velez, presidente della Colombia, sono state registrate 8.285 violazioni sia del diritto alla vita che del diritto della libertà sindacale. Ci sono 500 sindacalisti in esilio all’estero con asilo politico. C’è una violazione dei diritti umani contro un sindacalista ogni 24 ore.
La gran parte di questi crimini godono di impunità. Tre giudici di decongestione del convegno OIT (Organizacion Internacional del Trabajo - Organizzazione internazionale del lavoro), che iniziarono a rispolverare e a chiarire questi crimini sono stati esclusi dai processi, tra loro il giudice José Nirio Sanchez, che investigava sulla morte di tre sindacalisti in Arauca e di uno di Sinantrainal (Luciano Romero); i primi per mano dell’esercito colombiano, il lavoratore della Nestlè per mano dei paramilitari.
È la stessa realtà per il resto dei settori della popolazione. Vengono assassinati indigeni, contadini, afro-discendenti, studenti, operai, per mano di gruppi paramilitari e delle forze armate. L’esilio, le minacce, la tortura, i massacri continuano. La legge di giustizia e pace è stato il consolidamento della nuova strategia paramilitare; il paramilitarismo è da anni una politica di stato.
Noi, organizzazioni sociali, affrontiamo questa situazione con la mobilitazione e denuncia costante, con campagne globali (OXI, Repsol, Coca Cola, Nestlè, BP), appellandoci alle corti in Colombia e negli Stati Uniti, davanti alla commissione e alla corte interamericana dei diritti umani e alla solidarietà e fratellanza con altri popoli che continuano allo stesso modo la lotta contro la guerra e per una vita degna e sovrana.
Il Tribunale Permanente dei Popoli, continua con la visibilizzazione e il giudizio dei crimini commessi dalle multinazionali in distinti settori dell’economia, Chiquita Brands, Drummond, Monsanto, Dyncorp tra le altre. Abbiamo realizzato 5 udienze dedicate e prepariamo l’udienza finale per il 21, 22, e 23 luglio 2008 e chiediamo la partecipazione di chi lo desidera: venite in Colombia e uniti continueremo a resistere e a proseguire con la condanna di questi crimini di lesa umanità e per la violazione costante dei diritti umani dei popoli.
È in questo contesto che il presidente Alvaro Uribe Velez insiste nel trattato di libero commercio (TLC). Il terrorismo di stato è stato uno strumento fondamentale perché le transnazionali continuino a saccheggiare le risorse naturali, distruggendo la biodiversità, annichilendo le organizzazioni sociali e impoverendo le popolazioni.
Dobbiamo continuare con le mobilitazioni perché non venga approvato il TLC, perché finisca la guerra che da anni si esercita contro i nostri popoli, e perché in Colombia il conflitto sociale armato abbia una soluzione politica negoziata.

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LA DOTTRINA BUSH SI ESTENDE AL PERÙ
articolo tratto dal settimanale argentino PAGINA12 del 21 marzo 208
per Carlos Noriega da Lima

Arrestati due presenti membri delle Farc e accusati di fomentare il terrorismo
In sintonia con gli alleati Stati Uniti e Colombia, il governo di Alan Garcìas reprime i movimenti sociali in nome di un terrorismo che non dà segni di vita.
Due presunti membri delle Farc sono stati catturati nella città amazzonica di Iquitos, a ovest del Perù, e il governo di Alan Garcìa, vittima del crescente malcontento popolare, ha approfittato di questo per cercare di screditare i movimenti di protesta, accusandoli di avere vincoli con la guerriglia colombiana.
L’annuncio della cattura dei due colombiani accusati di appartenere alle Farc è stato dato mercoledì, lo stesso giorno in cui culminava uno sciopero di 48 ore nella selva amazzonica peruviana indetto per protestare contro una legge che apre le porte alla privatizzazione dell’Amazzonia e che ha causato sette feriti. Il governo si è affrettato ad assicurare che i due presunti membri delle Farc catturati si erano recati in Perù per “fomentare la popolazione contro il governo”. E ha esteso le accuse di tenere vincoli con le Farc ad altri movimenti sociali in diverse parti del paese che si sono sollevati a protestare contro la politica neoliberista del governo.
Il governo ha anche collegato le proteste interne con una presunta influenza chavista. Nel linguaggio governativo, chavismo e Farc appaiono quasi come sinonimi. Queste accuse contro i movimenti sociali di essere legati al chavismo o alle Farc, o con entrambi allo stesso tempo, vengono fatte in un contesto di inasprimento della repressione, che ha già causato quattro morti e decine di feriti nelle ultime settimane.
I due presunti membri delle Farc catturati a Iquitos sono Johnny Cardenas, alias “Oliver” o “Tanaka”, e Dayvis Vivas. Secondo le autorità colombiane, Cardenas è membro del Fronte 63 del Blocco Sud delle Farc, che opera nella zona di Putumayo, a poco meno di 1600 km dalla frontiera con il Perù, mentre Dyvis Vivas sarebbe la sua compagna anch’essa membro del Fronte 63. Entrambi hanno riconosciuto di aver appartenuto alle Farc, ma assicurano che da vari mesi hanno disertato dal gruppo guerrigliero e che si sono recati a Iquitos per iniziare una vita lontano dalla guerra interna in Colombia. Cardenas fu catturato mentre lavorava alla guida di un mototaxi. Dayvus Vivas lavorava come cameriera.
Il capo della polizia peruviana, il generale Octavio Salazar, non ha perso tempo nel denunciare ai mezzi di informazione che la cattura di ambedue è il risultato della lotta della polizia peruviana contro quello che ha definito come “un piano per destabilizzare il paese”.
Secondo il generale Salazar, le Farc sono entrate in Perù per sostenere i movimenti nella protesta interna con obiettivo i due vertici mondiali che si realizzeranno quest’anno in Perù: il vertice dei paesi di America Latina, Caribe e Unione Europea, che si realizzerà a Lima a maggio, e il vertice della APEC (forum economico dei paesi dell’Asia e del Pacifico), previsto all’inizio di novembre per il quale si aspetta la presenza di Bush. Sicuramente si è saputo che la cattura è stata organizzata all’inizio dall’intelligence colombiana.
Intervistato da Pagina12 sulla presunta presenza delle Farc in Perù, l’analista politico Carlos Tapia ha segnalato che le affermazioni del governo sul fatto che le Faec cercano di promuovere le proteste sociali in Perù sono “un’assurdità”. “Le Farc hanno già abbastanza problemi in Colombia senza aver bisogno di aprire un altro fronte”, ha sottolineato.
Per Tapia ci sono tre possibili ipotesi per spiegare la presenza dei due presunti membri delle Farc in Perù: “che il loro arrivo sia parte di un’azione del Frente del Putumayo delle Farc per cercare contatti collegati alla vendita di cocaina, che mi sembra la più debole delle tre possibilità; che siano venuti per comprare armi; e la terza è che siano disertori delle Farc. Però in nessun caso la loro presenza avrebbe a che vedere con i temi interni peruviani, come dichiara il governo.”
È opinione di Tapia che il governo cerchi di appigliarsi alla presenza delle Farc, così come ad una presunta presenza chavista vista come appoggio economico alle proteste antigovernative, per giustificare una offensiva di repressione: “Sostenere la presenza delle Farc in Perù ha anche a che vedere con l’alleanza di Alan Garcia con Uribe e Bush. Quello che si sta annunciando è un inasprimento della repressione contro l’opposizione e contro i movimenti sociali, collegandoli con presunti atti terroristici che, di sicuro, non stanno avvenendo in Perù, ma dei quali il governo continua a parlare.

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NELLA COLOMBIA DI URIBE, CACCIA ALLE STREGHE CONTRO GLI OPPOSITORI
di Guido Piccoli - da Il Manifesto del 23 marzo 2008

Chi vuol capire cosa sia il terrorismo in Colombia non si distragga proprio ora. Dopo la grande mobilitazione contro i crimini paramilitari e militari che ha fatto da contrappeso alla mobilitazione del 4 febbraio (sponsorizzata dal governo e diretta contro un solo delitto, il sequestro, e un solo colpevole, le Farc) si è aperta ufficialmente la caccia ai suoi organizzatori.
Finora sono stati ammazzati quattro sindacalisti e due consiglieri comunali mentre altri sono scampati agli attentati e due attivisti umanitari sono stati sequestrati. Intanto sono decine i minacciati di morte che stanno tentando di sfuggire ai killer, nascondendosi nel paese o chiedendo asilo politico lontano dalla Colombia. Tra di loro, il «camminante per la pace», il professor Gustavo Moncayo, padre di un capitano prigioniero delle Farc da 11 anni, e Iván Cepeda, leader del Movimento delle vittime del terrorismo di stato e figlio dell’ultimo senatore comunista ucciso nel 1994. Personaggi conosciuti anche in Vaticano e alla Farnesina, da dove dovrebbero partire immediati appelli al governo di Bogotà per chiedere di fermare la sanguinosa rappresaglia in atto. Comunque si definiscano o vengano chiamati i sicari («forze oscure», Autodefensas unidas de Colombia e adesso «Aguilas negras»), i mandanti sono comunque rintracciabili allo stesso indirizzo: Palacio Nariño, Carrera Settima, Bogotà.
Uno su tutti: José Obdulio Gaviria, il consigliere più vicino del presidente Álvaro Uribe. Colui che è considerato il Richelieu di corte e risulta cugino del defunto boss Pablo Escobar Gaviria, ha accusato gli organizzatori della mobilitazione del 6 marzo di essere delle Farc.
Nessuno nel governo, tanto meno Alvaro Uribe, lo ha zittito e tutti i media hanno fatto da megafono ad una segnalazione che in Colombia equivale a una condanna a morte.
La storia quindi si ripete. Mentre lo Stato combatte la guerriglia, si gloria di aver eliminato il suo rappresentante con maggiore esperienza internazionale, Raúl Reyes, e di avere così bloccato la possibilità di un accordo umanitario, i paramilitari si occupano, a loro modo, della società civile. Secondo Uribe in Colombia non c’è spazio per terzi: «O con lo Stato o con la guerriglia». Ad arroventare il clima concorrono vari elementi. Innanzitutto, l’impressione (o l’illusione) della prossima «fine delle Farc», che vieta ogni genere di defezioni. E poi la sensazione dell’assedio e dell’isolamento della Colombia, non solo da parte del «mini-asse del Male», guidato dal Venezuela di Chávez (e comprendente Ecuador, Bolivia, Nicaragua e Cuba), ma anche dal resto dell’America latina, com’è risultato evidente, durante la crisi provocata dal bombardamento che ha ucciso, tra gli altri, Reyes. Il ricompattamento dell’oligarchia tradizionale con quella mafiosa, le esternazioni filo-governative degli alti prelati (come quella sanguinaria sull’uccisione di Reyes da parte dell’ex presidente della Conferenza Episcopale, Pedro Rubiano) e il totale allineamento di tutti i media che continuano a reclamizzare una popolarità di Uribe al 90% (ottenuta da ridicoli sondaggisti di regime) mette in difficoltà anche l’opposizione rappresentata dal Polo Democratico Alternativo, diviso proprio sull’atteggiamento da tenere rispetto alle Farc. Uribe sembra trovare adepti anche fuori la Colombia. La presenza di alcuni giovani universitari messicani nell’accampamento di Reyes (cinque dei quali uccisi, mentre una studentessa è stata ferita) ha alimentato una caccia alle streghe contro tutte le organizzazioni di dissenso al neo-liberismo in America Latina. Puntualmente, due giorni fa, nella città peruviana di Iquitos sono stati arrestati due presunti guerriglieri delle Farc che, secondo il capo della polizia Octavio Salazar, sarebbero entrati in Perù col compito di «destabilizzare il paese », appoggiando le manifestazioni contro la privatizzazione dell’Amazzonia e organizzando il boicottaggio del vertice tra l’Europa e l’America latina e il Caribe di metà maggio.
I movimenti popolari peruviani e la rete bi-continentale di Enlazando Alternativas, che vuole promuovere relazioni politico-economiche eque tra i paesi europei e quelli latinoamericani, rischiano di vedere applicata anche su di loro la ricetta Uribe.
 
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